venerdì 28 settembre 2012

L'INCANTO DI NINA

Nina. Non si poteva dire che Nina, una bimbetta di nove anni, fosse una bellezza. Era un'anonima ragazzina magrolina e dai lineamenti troppo marcati. Gli occhi neri erano infossati nel visetto dalla pelle sempre arrossata dal freddo o da qualche attacco di febbre, e i capelli le cascavano in viso nonostante li legasse continuamente. Da piccola era caduta malamente e quando camminava tendeva a zoppicare appena appena dalla gamba destra. Nina non era nemmeno una bimba sana: per più della metá dell'anno era sempre malata, in modo più o meno grave. Il resto del tempo lo trascorreva alla scuola di danza di Madamoiselle Adelle, esercitandosi con caparbietá e costanza. Vi era stata iscritta da sua madre per cercare di risolvere la zoppia e ben presto per Nina il ballo era diventato il fulcro di ogni suo interesse. Solo danzando la piccola Nina si sentiva in pace con il mondo e dimenticava le prese in giro degli altri bambini e la pietá che percepiva dagli sguardi di certi adulti.

Sua madre, Santine, era una delle lavoranti del grande maestro gioielliere Fabergé. Dal suo paesino in Francia, dove aveva imparato a incastonare le pietre preziose più belle e rare, era stata portata a San Pietroburgo a lavorare per l'ideatore delle meravigliose uova, che tanto piacevano ai reali e ai ricchi del paese e non solo. Nel gelo dell'inverno russo era nata Nina e spesso, negli anni seguenti, la bimba aveva trascorso parecchi pomeriggi, di ritorno dalla scuola di balletto, nella fabbrica in attesa che sua madre terminasse il lungo turno di lavoro.
Quando era sicura che il Maestro non fosse nei paraggi si metteva a danzare, volteggiando armoniosamente tra i tavoli, leggiadra ed eterea come una creatura di fantasia. Al termine faceva la riverenza e riceveva gli applausi delle altre lavoranti.
Era quello che sua madre definiva "L'incanto di Nina", quando volteggiava sulle punte la bimba si trasfigurava, diveniva bellissima con i riccioli sciolti, che in onde sinuose seguivano i movimenti del corpo, le gambe che piroettavano dritte e senza difetti, gli occhi socchiusi assumevano un'espressione estatica. Tutto in lei sprigionava gioia e serenitá, contagiando chi la guardava.
Per le operaie di Fabergé gli intermezzi regalati da Nina sollevavano per pochi minuti lo spirito e speravano per la figlia di Santine un futuro da grande ballerina. Se lo merita, povera creatura coraggiosa, si dicevano pensando alla sua situazione di salute.

Nel 1916, all'inizio di marzo, lo Tsar Nikolaj II mandó a chiamare l'orafo. Gli chiese di creare una delle sue spettacolari uova per la minore delle sue figliole, la Granduchessa Anastasia Nikolaievna Romanova, come dono per la pasqua. Il sovrano di tutte le Russie spiegó che doveva essere qualcosa di mai visto prima. Fabergé, pensieroso, riattraversó San Pietroburgo cercando un'idea che potesse essere originale abbastanza da soddisfare non solo la giovanissima principessa ma soprattutto lo Tsar. A grandi linee sapeva come doveva procedere: un carillon azionato al momento dell'apertura avrebbe diffuso dolci note...e poi ci voleva qualcosa di strabiliante.
Tornó in fabbrica agitato e invece di andare a chiudersi nel suo ufficio decise di passare a vedere come procedeva il lavoro: gli ordini erano molti e la richiesta dello Tsar avrebbe rallentato l'opera. L'uovo per Anastasia aveva la precedenza. Entró nel settore dove lavorava Santine nel bel mezzo di una piroetta di Nina e si fermó abbagliato ad ammirare la grazia della ballerina. Mai gli sembrava di aver veduto bambina più graziosa di quella...e l'idea gli balenó in testa come un fulmine: all'interno del prezioso carillon avrebbe inserito, su un piccolo proscenio di velluto, una riproduzione danzante di Nina. Avrebbe di sicuro appagato la richiesta del monarca. "L'incanto di Nina", si sarebbe chiamato, decise dopo aver ascoltato il racconto di Santine sulla figlia.

Senza porre indugio Fabergé formó una squadra di artigiani per realizzare l'opera: l'esterno sarebbe stato di un intenso viola, lucido, con file di diamanti a decorarne la cinconferenza. In cima avrebbe avuto uno stemma con il monogramma di Anastasia. La chiusura sarebbe stata in oro, con bottoncini di rubino. L'interno, foderato di velluto viola, avrebbe riprodotto l'interno di un teatro e la figuretta di Nina la ballerina si sarebbe esibita al suono di un allegro motivetto tradizionale russo.

Santine era orgogliosa per sua figlia e mentre le voci dell'imminente rivoluzione cominciavano a spargersi anche a San Pietroburgo lei era sempre felice e sorridente. Nina non capiva e proseguiva tra la scuola, il balletto, le ore ad aspettare sua madre in fabbrica e quelle cominciavano ad essere le più divertenti perchè ora aveva il permesso di danzare sempre.
Un abile operaio riprodusse, per un'altezza di circa 12 centimetri, fedelmente l'espressione di pura felicitá di Nina e le movenze del suo delicato corpicino, che adornó con un tutù in miniatura di vaporoso tulle rosa pallido. Tutti erano sicuri che quell'uovo avrebbe avuto un successone.

Giunse l'inizio di marzo del 1917. Scoppió la rivoluzione e il mondo che tutti conoscevano implose, liberando violenza e crudeltá, nel nome del popolo.
Nella fabbrica di Fabergé gli operai stavano completando quello che ormai consideravano il loro capolavoro: le ultime pennellate di smalto, ritocchi alle pietre preziose, il cesello incastonó la firma dell'orafo e anche il piedistallo, su cui la piccola scultura ovoidale fu deposta, venne terminato. Lucidato e impacchettato l'uovo per quella pasqua era pronto per essere consegnato.

Una gelida mattina dell'inizio di marzo del 1917 Fabergé si apprestó a raggiungere il palazzo imperiale per consegnare il dono quando giunse la notizia che lo Tsar aveva abdicato e ufficialmente la monarchia non esisteva più. La famiglia imperiale era imprigionata nel palazzo di Alessandro. La rivoluzione era cominciata, le voci che circolavano erano divenute realtà.
L'orafo comprese che era l'inizio della fine. Scrisse un biglietto e lo affidó alla piccola Nina, dicendole di andare più in fretta che poteva al palazzo e consegnarlo a qualcuno che lo facesse giungere alle mani dell'imperatore Nikolaj. La bimba si involó, ma non giunse mai a destinazione: lungo la via un gruppo di rivoluzionari, alterati dalla vodka, la intravidero sfrecciare e la chiamarono intimandole di fermarsi. Nina non lo fece e quelli spararono per spaventarla, ma un colpo la raggiunse ugualmente e lei cadde neve, esalando un ultimo gelido sospiro.
Santine non sopravvisse alla morte ingiusta di sua figlia, si uccise il giorno del funerale e fu seppellita insieme alla figlia.

Ad ottobre una nuova rivoluzione si accese in ció che restava dell'impero degli tsars e anche Fabergé non fu risparmiato. A dicembre alcuni bolscevichi irruppero nella fabbrica, blocccandolo, e comunicandogli che da quel momento la sua fabbrica sarebbe stata diretta da una commissione di lavoratori.
Tentarono di prendere il pacco, conservato in una vetrinetta, ma alcuni operai si frapposero dicendo che quello era un lavoro personale di Fabergé e come tale non andava toccato. Gli uomini di Lenin se ne andarono berciando ed inneggiando alla rivoluzione e alla nascita di uno stato di equitá per tutti i lavoratori.
L'anno seguente la fabbrica fu nazionalizzata e in estate i Romanov giustiziati. "L'incanto di Nina" era sempre chiuso nel pacco, nessuno l'aveva mai più visto. Fabergé lo prese e lo portó con sé, nel difficile e periglioso viaggio lontano dalla Russia rifugiandosi in Germania e poi passando in Svizzera, nel 1920, insieme al figlio maggiore Eugène. In quei due anni la sua unica compagnia fu proprio quello splendido uovo viola, all'interno del quale si perdeva a fissare per ore la riproduzione di una bambina dai capelli neri che piroettava sulle punte delle sue scarpette da ballo.
Fu col capo reclinato davanti al meraviglioso oggetto che lo trovarono il 24 september 1920.
Nel 1929 Eugène Fabergé riuní le ceneri del padre ponendole all'interno della tomba di sua madre a Cannes. A far compagnia ai due sposi lasció un carillon silenzioso e la ballerina ormai immobile. Anche lei per sempre.

mercoledì 8 agosto 2012

MY INCREDIBLE JOURNEY IN LONDON

Lenta la luce filtra dalle tapparelle accostate, dalla strada non giunge un suono. É un tiepido bacio sulla mia fronte, che lentamente mi ridesta da un sonno invischiato di strani sogni. Mi stiracchio pigramente nel momento in cui la sveglia trilla, la camicia da notte attorcigliata al corpo come i tentacoli di qualche mostro. 
Alla cieca allungo una mano e la spengo, penso di girarmi dall'altra parte e sonnecchiare ancora qualche minuto ma un altro campanello, più forte ed insistente - così insistente che anche la gatta esprime il suo netto dissenso al quel suono assordante e petulante - mi costringe ad alzarmi. 
Butto i piedi oltre il letto e, senza nemmeno infilarmi le pianelle, mi trascino alla porta. Il pavimento è un dolce refrigerio sotto i miei piedi nudi. 
Provo a controllare chi, in quel primo pomeriggio di un giorno di inizio ottobre, si azzarda a disturbarmi ma dall'occhietto dell'uscio non scorgo nulla. Quindi mi risolvo ad aprire. Davanti a me, in camicia da notte e capelli scarmigliati, appare la figura di una donna, che dai tempi dell'infanzia, non vedevo.
"Tu? Tu?", biascico, forse sto ancora sognando, penso stordita. "Avanti muoviti, vestiti a modo. Dobbiamo andare!", replica lei, serafica con quel suo imperturbabile sorriso ad adornarle il viso, identico a quello che emerge nei miei ricordi infantili. "Su, su. É maleducazione far attendere, quando si é stati invitati". Intanto mi ha spinto dentro casa e sta già rovistando nel mio armadio, tirando fuori vestiti, bluse, gonne, biancheria e calze. 
Osservo quell'ammasso di roba senza riconoscere un solo capo del mio non proprio sguarnito guardaroba. Faccio per protestare ma lei mi porge un paio di cose, culotte bianche e una specie di camiciola. Le agita con piglio autoritario davanti al mio naso, intendendo che le devo indossare, senza fare tante storie. Alla fine, sentendomi sempre più come se fossi ancora addormentata, ubbidisco. Mi domando da dove provengano quei vestiti: so per certo di non avere mutande o altra biancheria di colore bianco. Ho una certa idiosincrasia per il colore bianco e lo evito come una malattia. Faccio appena in tempo ad allacciare l'ultimo bottone di madreperla che sotto il naso mi ritrovo una gonna beige e una camiciola azzurrina. Faccio un passo indietro e scuoto la testa. Io quello non lo indosso!, mormoro. La mia vecchia conoscenza sospira, gli abiti finiscono nuovamente nel mucchio e la ricerca riprende frenetica. Pochi secondi e mi passa delle lunghe calze - nere questa volta - e poi un paio di stivaletti alti. Un solo movimento del dito e provvedo ad infilarli, senza emettere un fiato. 
Alla fine dalla matassa disordinata di vestiti trae fuori, una delle sue magie senza dubbio, un vestitino nero, semplice e di stile alquanto antiquato. Questa volta lo indosso senza fare storie e già lei mi attende in ingresso, reggendo il mio cappottino nero e un cappello, che non ricordo di possedere. Me lo calca in testa e mi fa cenno di prendere la borsa, abbandonata sul mobile dove tengo le chiavi.
Ho appena il tempo di dare una mandata e già mi ritrovo in strada, sotto un cielo pallido e senza sole. Non fa né caldo né freddo, il tempo sembra essersi fermato. Cosa che non mi lascia molto perplessa, visto il personaggio con cui mi accompagno. 
Accelero il passo per starle dietro e dopo nemmeno cento metri ci fermiamo, bussa alla porta e veniamo fatte accomodare in una casa dalle pareti di legno nero e tappezzeria a fiori. Ho una netta impressione di déjà-vu.
Di fronte a me si apre un'ampia stanza da pranzo, un bel tavolo rotondo, di legno, è apparecchiato per il tea: tovaglia bianca, fresca di bucato, piattini, chicchere, tazze, zuccheriera, vassoi di dolcetti e tramezzini, una grossa teiera di porcellana cinese finemente dipinta sono sparsi sul piano. Le sedie sono spostate e due donne, che da qualche anno hanno passato la giovinezza, si stringono mentre un vecchio, sghignazza a pochi centimetri dal soffitto. Questa immagine mi convince di nuovo che sto sognando. Non avvengono nel mondo "normale" fatti di questo tipo. Lei non si lascia prendere dal panico e cerca di far scendere il caro congiunto ma senza molto successo. L'ometto continua a sghignazzare e ben presto coinvolge anche me. Mi sento improvvisamente leggera e, inconsapevole, mi ritrovo a fissare l'amica del passato sospesa anche io in aria. «Non cominciare anche tu», brontola lei, «Mi basta già questo vecchio pazzerellone». Mi stringo nelle spalle, non è proprio colpa mia il trovarmi in mezzo a quella situazione strampalata.
Rido, cercando al contempo di mantenermi seria, ma mi è quasi impossibile, i pensieri si fanno confusi e le immagini sfocate. Ricordo appena che sto bevendo una tazza di tea, aromatico e dolce perché sento la testa pesante e non riesco a tenere gli occhi aperti, la conversazione mi sfugge così come non capisco le domande che mi vengono rivolte dall'amica e dallo zio. 
Vorrei scusarmi ma non riesco a parlare.
É un boato che mi desta questa volta, fuori il bagliore è più brillante. La dolce metà russicchia di fianco, incurante del rumore proveniente dall'esterno, e mi tira un calcio alla caviglia, che senza scompormi gli restituisco. Bofonchia un lamento e si gira, dandomi la schiena. Prendo la sveglia e cerco di decifrare che ora siano, mattina o pomeriggio.
I soffici ricordi della visita dell'amica di infanzia permangono nella mia mente, mentre mi risdraio, i capelli sciolti sul cuscino mi sfiorano il collo e comincio ad arrotolarmene una ciocca, da quanto non li taglio?, mi domando pigramente. Quella sensazione che qualcosa non sia a posto che ancora mi aleggia addosso, come se anche questa volta non mi fossi svegliata del tutto. Cerco di non far fuggire le immagini di quanto ho sognato pochi minuti fa. Servirebbe una buona tazza di tea, una sigaretta, leggere una rivista in cucina mentre fuori piove. Pensieri nostalgici i miei.
Mi alzo, regalo qualche grattatina alla gatta, allungata in fondo ai miei piedi. Sistemo la camicia da notte, arrotolata intorno alle gambe e inizio il mio tour. Metto su il bollitore ma poi lo spengo: abbiamo finito il tea, biscotti, pane per i toast. La dispensa è un deserto. Dalla strada giungono rumori ovattati ma non ho tempo di attardarmi.
Torno in camera per vestirmi ed uscire ad acquistare il necessario per la colazione, prendo a casaccio dei vestiti dalla sedia. Quello dorme, fuori potrebbero combattere la terza guerra mondiale e nemmeno se ne accorgerebbe. In bagno mi vesto, noto che gli abiti sono simili a quelli del mio sogno ma non mi soffermo troppo. Probabilmente li ho comprati a qualche mercatino e me ne sono dimenticata. 
Ho poco tempo. Faccio cenno alla gatta di far silenzio ed esco, percorro il piccolo androne senza accendere la luce e in pochi minuti sono nella via. London mi appare nel suo fulgore di inizio autunno, ma nessuno in giro. Deve essere molto presto. Il cielo è bianco con sfumature argentate, non dissimile a quello del mio sogno. 
Le botteghe hanno ancora tutte le serrande abbassate, sono l'unica persona in giro. Mi sento come se fossi rimasta l'ultima persona sull'intero pianeta, poi una donnina mi compare a non più di un paio metri, dirigendosi verso un intrico di viuzze poco distanti. Decido di seguirla e la vedo entrare in un cortile.
Un'arcata mi introduce in un mercatino delle pulci, ricorda quello di Portobello's Road ma in miniatura: non più di una quindicina di bancarelle sparpagliate. Da una prima rapida occhiata sembra che espongano soprattutto oggetti di antiquariato, o modernariato, vintage e oggetti simili. 
Lampade, mobili di piccole dimensioni, soprammobili di vari gusti e proporzioni, qualche abito, scarpe, borsette, persino occhiali. E poi diari, penne e set da scrittoio.
Sto appunto guardando uno di questi, potrebbe essermi utile, dopotutto spesso prendo appunti a penna prima di riversare tutto nel computer e uno, insieme ad una di quella penne stilografiche così vintage, potrebbe fare al caso mio, che l'anziana ambulante mi si fa vicino e mormora: "Ottima scelta, miss, questo è il set più bello che ho...". Afferra una scatolina di legno intarsiato e me la porge. "Abbiamo anche la sua penna stilografica, in ceralacca nera, ideale per una giovane come lei, che mi sembra molto colta e, se posso permettermi, sono certa che ama scrivere. Glielo si legge negli occhi". Mi ritraggo imbarazzata e spaventata a quelle parole ma la vecchia cambia repentinamente fisionomia apparendomi come un mostro: occhi cattivi contornati di nero e pelle grigiastra, sottile e squamata come quella di un rettile, un ghigno sadico e affamato deforma le labbra e intravedo zanne nere grondanti saliva. Sorrido, poco convinta e faccio per allontanarmi ma quella mi insegue, accelero il passo. "Non costa tanto, miss, e son cose fatte per durare", mi grida alle spalle ma non torno indietro. Mi ritrovo all'ingresso, sotto l'immenso arco e mi volto, gli ambulanti hanno lasciato i loro stand e si dirigono verso di me e mi metto a correre per quanto la gonna stretta me lo consente. Giro a casaccio per le viuzze di quella parte del quartiere finché mi rendo conto che son sola...e che mi sono persa.
Prendo la borsa e rovisto, il cellulare mi dice "no service" e maledico tra me e me le case così alte e vicine. Cercare di tornare indietro è impossibile, potrei aver girato in qualunque punto di quel labirinto. L'unica soluzione è proseguire per la via in cui mi trovo e sperare di incontrare una qualche fermata del tube che mi permetta poi di tornare a casa. Al diavolo tea, burro, marmellata e toast. Al momento mi viene più che altro da vomitare per il puzzo di acqua stagnante.
Cammino aguzzando l'orecchio nella speranza di sentire delle voci e poter chiedere indicazioni quando d'un tratto, girando dietro un angolo mi ritrovo davanti un piccolo imbarcadero. La strada declina verso il fiume che ha preso il posto della strada, il pontile in legno scuro che permette di salire su barchette, più simili a scialuppe che a veri e propri battelli, la biglietteria ricavata in uno sgabbiotto di legno anch'esso e dipinto di bianco. Di fianco la sala d'aspetto, dove cinque o sei persone, soprattutto donne, attendono il loro turno. Sopra la casetta bianca spicca un cartello, recante la scritta "linea fluviale cittadina londinese", in pratica un servizio di bus su barca. Nel centro di London? Ma da quando? Penso che sto proprio sognando, è un'avventura quindi. Uno di quei sogni nonsense. Sorrido tra me, se è un sogno sono al sicuro...e non può non essere un sogno, conosco London come le mie tasche e so che non ha mai avuto un servizio fluviale, non nel mezzo di un quartiere residenziale per lo meno.
Entro nella biglietteria affollata e, nella mia enorme borsa, cerco il portamonete ma non so minimamente dove debba andare. Noto una cartina e mi soffermo a leggere: stazioni che non conosco, in una parte della città che mi è sconosciuta (cosa che in un sogno può anche capitare, mi ripeto). Una fermata attira la mia attenzione: Borough Hill. So benissimo che non esiste uno stop con questo nome ma, tra tutti, è quello che mi ispira più fiducia di tutti gli altri. Inoltre non è molto distante rispetto a dove mi trovo ora, una decina di fermate, di conseguenza non deve essere molto lontano rispetto a dove vivo. E poi in un'avventura bisogna affidarsi all'istinto, altrimenti che gusto c'è.
Torno davanti alla bigliettaia e sorrido, timida, sentendo gli occhi degli altri passeggeri addosso a me. "Borough Hill", mormoro e quella mi consegna un talloncino color arancio pallido. "Battello 15, in arrivo tra sei minuti. Fermata 14", mi dice con voce atonale. Sorrido e mi appropinquo ad una signora, sedendomi al suo fianco. 
Il cellulare continua a non dare segni di vita ma almeno posso ascoltare un po' di musica. Seleziono una playlist, sotto lo sguardo incuriosito della sconosciuta. Non mi pare così in là con gli altri da non aver mai visto quel genere di telefonino.
Un improvviso frastuono copre sia le sue parole sia parte del brano che sto ascoltando, ci sporgiamo e dalla finestra scorgiamo un caccia bombardiere che fende quel cielo color piombo ora. Strabuzzo gli occhi e a malapena sento quella che commenta. "Maledetti tedeschi, maledette le loro bombe. Cominciano verso quest'ora a sorvolare la nostra povera città, per scegliere dove bombardare. Maledetti". Cambio canzone e metto via il telefono in borsa. Londra bombardata?, roba da seconda guerra mondiale, roba da film, roba da sogno. La piccola imbarcazione, che mi deve portare nella misteriosa Borough Hill, compare, scendendo lentamente lungo il fiume. Mi alzo per vidimare il biglietto e la mia attenzione è catturata dalla data: febbraio 1941! Sto sognando di essere nella London bombardata dai tedeschi e sto per intraprendere un viaggetto lungo un canale interno alla città, che non dovrebbe esistere nella realtà. Ma che mi dici il mio cervello addormentato? Prima quella strampalata visita ora questo.
Non potendo fare altro mi faccio aiutare dal manovratore, che mi vidima il biglietto e mi fa cenno di prendere posto vicino a lui. Dal labiale interpreto che mi dirà quando sarò giunta a destinazione. Ascolto stranita, quasi in apnea, le canzoni che si alternano e dopo quasi tre quarti d'ora arrivo a Borough Hill. L'uomo mi aiuta a scendere e una volta sulla terra ferma mi dirigo verso la sala d'attesa. Ho bisogno di rimettere a posto le idee. Mi siedo e, con estrema lentezza perché mi sento senza forze, spengo il telefono, non ha senso tenerlo acceso. Lo rimetto nella borsa e mi guardo intorno: non riconosco questo posto e non c'è nessuno cui domandare.
Penso a come tornare a casa, a svegliarmi e riprendere la mia vita quotidiana. Penso e mi sento sempre più stanca, come se stessi affogando in un lago di pece. Sento le palpebre sempre più pesanti mentre il rombo degli aerei si fa più intenso. Il mio cervello è attraversato da pensieri simili a flash: devo andare a casa, i bombardamenti è meglio evitarli, come ci sono finita in questo posto. 
Non riesco ad opporre a questa stanchezza, che rende le membra pesanti e i pensieri confusi, alcuna forza di volontà. Alla fine cedo e reclino la testa su una spalla, scivolando in quello che sembra sonno, appiccicoso e irreale. L'ultimo pensiero cosciente, e non poco sciocco considerata la situazione, è che spero che nessuno mi rubi la borsa. Dopodiché precipito nell'oblio.
"Hey baby, sveglia...è ora di colazione", mi sussurra Lui all'orecchio facendomi sobbalzare e quasi casco dal letto. «Cosa? Che? Dove?». Respiro profondamene riprendendo il controllo. Fuori le nuvole sono nere ma l'aria è tersa e fresca come sempre dopo un temporale e mi accarezza la pelle. «Colazione, mia cara. Non hai fame?» e indica il vassoio con il tea fumante, i toast dorati, la marmellata di fragole. La gatta mi guarda basita mentre si avvicina a quelle delizie decisa ad assaggiarle. Con gentilezza la sposto facendole un grattino sulla capoccia, ma ricevendo un grugnito insoddisfatto in cambio mentre se ne va in cucina a sgranocchiare qualche crocchino.
Mi infilo la canotta sul corpo sudaticcio, scacciando gli strani strascichi di quel sogno. «Sto morendo di fame...stanotte ho fatto un incredibile viaggio in giro per London. Nemmeno te lo puoi immaginare», gli racconto, addentando un toast.

ps: questo racconto non è stato inventato (se non per la parte finale) ma è il resoconto "romanzato" di un sogno che ho fatto qualche notte fa! Spero che vi piaccia 

Goth Night and Sweet Dreams from your Night Angel




giovedì 14 giugno 2012

HEART BEATING

C'é una terra nel cuore dell'Italia, pulsante di vita, di voglia di fare, di ingegno e fantasia.
C'é una terra nel cuore dell'Italy, ma rischia di non esserci piú. Terremoti continui ne stanno minando il suolo e le persone. Eventi continui, snervanti per chi ha dimora nelle centinaia di paesini che si sparpagliano per tutta quella parte della pianura. Un susseguirsi incessante di sismi, che crepano i muri e la sicurezza delle persone.
Centri di una bellezza d'altri tempi rasi al suolo dalla devastazione di una natura non propriamente madrina.
Nonostante tutto gli Emiliani si sono fatti forza, contro tutti gli eventi e contro certi tipici comportamenti (evito di andar oltre per non diventar polemica, che non é la sede) ma dall'altro lato hanno scoperto la solidarietá autentica di cui l'italiano é capace, di sua iniziativa senza per forza seguire le grandi organizzazioni...
Perchè tutti vogliamo che quel piccolo grande cuore del nostro paese torni a battere!

lunedì 11 giugno 2012

LAPIDE


Lapide, corrotta pietra
guardia fai al mio sepolcro.
Fuori, da queste mura eterne, mi aggiro su questa terra, Anima Infetta.
Lapide, hai provato a fermarmi, inutile pietra smangiata dalla consunzione del tempo.
Forse, a te ritornerò, dal mio eterno vagare, dal mio inutile non morire.
Lapide, alla fine, ricorderai - a chi dopo verrà - chi io sia stata

SOUL


You can't deny your soul, the mistery of it is the secret beneath the surface of your normality
As a river, let it flow.
FEEL FREE OF BEING YOURSELF AND PURSUE YOUR NIGHTMARES
The silence is the Answer, the night embraces your mind as well as your body, the loneliness only a state of mind. You can change it.
Just follow your soul and that will be the right path.




lunedì 21 maggio 2012

MY IMMORTAL BELOVED

For you and I time doesn't make sense nor distance. Two bodies, one soul. This is the secret of our pure wild and secret love. There will the moment will be together again, my beloved, and the world will see the majesty of a true immortal love.
We went throughout human epochs, searching in strangers' eyes the sign we finally found each other. By now, the distance which separates us is only few hours, some thousands miles. Nothing more. I lay here, in this lonely bed, dreaming of us whilst the moment of our new encounter is every minute nearer. <3

lunedì 7 maggio 2012

IL PAESE SENZA DONNE

Non se ne accorsero subito, perché era il lunedì successivo ad una importante partita di calcio. L'euforia per la vittoria dei tifosi della squadra iridata, la tristezza mista ad una pseudo depressione sportiva di chi aveva perso, il disinteresse dei non tifosi di quello sport che si preoccupavano di ben altro, distrassero i milioni di abitanti.
In una sorta di trance quella mattina si alzarono, si fecero la doccia, lavarono di denti, vestirono, bevvero milioni di caffè, si incamminarono per andare a scuola, all'università, al bar, al lavoro. Giovani, adulti, bambini, anziani cominciarono il nuovo giorno come se fosse tutto normale. I politici di ogni schieramento quella incredibile mattina si ritrovarono tutti riuniti in parlamento. Un fatto storico che trovò eco su tutti i telegiornali come caso assolutamente unico dall'unificazione del paese qualche secolo prima. Nemmeno loro che avevano in mano le sorti del paese si resero conto di niente.
Troppo intenti ad insultarsi più pesantemente del solito mischiando politica, calcio, insulti alle parenti di vario grado (dalla mamma alla sorella, fino alla bisnonna di quarta generazione senza dimenticare zie e cugine) e ovviamente riferimenti a passate appartenenze partitiche e a passaggi di schieramento degni del miglior trasformista da cabaret. Ci fu chi, in un impeto forse di ilarità, propose di assumere, invece che i soliti uscieri, qualche arbitro, meglio se di boxe. Visto il trascendere delle persone e l'escalation della violenza..
Solo verso l'ora di pranzo qualcuno, un po' più sveglio degli altri o semplicemente un po' più affamato, cominciò a rendersi conto che qualcosa non quadrava. Mancava qualcosa, ma non si riusciva a definire chiaramente cosa fosse.
Fu solo alle 20, quando in milioni erano infine rientrati nelle proprie abitazioni, erano sprofondati sul divano, telecomando saldo in pugno davanti alla televisione, che finalmente la sensazione di smarrimento e di mancanza prese forma ed ebbe una definizione. Una di quelle tanto care a giornalisti televisivi e delle carta stampata. "Tutte le donne del paese, dalle neonate alle più anziane, erano misteriosamente scomparse. Non un esodo di massa - lesse con un certo imbarazzo e non poche perplessità lo speaker di una delle principali reti televisive della nazione - verso altri paesi ma semplicemente una sparizione. Si calcola che oltre la metà della popolazione non sia più presente sul territorio nazionale. Un fatto assolutamente unico nella storia dell'umanità".
Immediatamente vi fu chi nella capitale, nei centri del potere, ordinò riunioni, commissioni, i soliti iter di governi che finivano per risolversi nel nulla. Ci fu chi rimase imbambolato sul suo divano senza riuscire a sapere bene come prendere quella notizia. E ora?
Non mancò anche chi rise e affermò che "finalmente tutto avrebbe funzionato, perché in fondo, chi aveva bisogno di quella parte che nella maggior parte dei casi gravava sulla controparte maschile?". Come sempre capita queste affermazioni così accese ed estreme fecero proseliti in fretta, ma altrettanto velocemente li persero. Chi più chi meno non c'era un solo uomo che non avesse perso almeno una donna. I bambini piangevano perché volevano la mamma, i mariti riempivano i ristoranti orfani della cucina della moglie e allungavano la mano in letti vuoti e freddi a metà rimpiangendo quel calore che fino a poco prima avevano dato così per scontato. 
Il paese, incredibilmente, invece di progredire come era stato auspicato dai più ferventi sostenitori del maschilismo  entrò in una fase recessiva.
Gli scienziati, uomini e donne (che però restavano il minimo indispensabile per capire la situazione e poi se ne tornavano nei loro sicuri paesi di origine dove erano trattate con rispetto per la loro conoscenza e il loro lavoro e non come oggetti del ludibrio e della lussuria di quei poveri uomini senza donne), di mezzo mondo si riversarono in quel paese per cercare di capire cosa potesse essere accaduto.
Spiegazioni scientifiche non ne trovarono per quella strana scomparsa ma le relazioni che consegnarono ai loro capi di governo, che li avevano spediti per valutare la possibilità di inviare delle volontarie per prendere il posto delle donne scomparse. "Gli uomini interrogati hanno dimostrato scarso rispetto per le donne. Anche tra i più giovani la considerazione è che esse siano cameriere, cuoche, amanti, oggetti sessuali, corpi da mettere in mostra senza considerazione per sentimenti, aspettative". Le possibili volontarie furono richiamate e il progetto morì.
Nel paese si cercava una soluzione, visto che il tempo passava e le donne non riapparivano, si presentava il problema dell'invecchiamento della popolazione.
Una situazione presente anche prima, ma almeno qualche bambino nasceva ogni tanto, anche se per lo più tra gli immigrati. Ora niente, perché anche le donne che là avevano trovato una nuova patria erano sparite, insieme a quelle che vi erano nate e cresciute.
Il governo convocò conferenze su conferenze cercando di tranquillizzare il popolo, ma ormai la paura stava prendendo il sopravvento. Bisognava agire
Alla fine il presidente ordinò alle più brillanti menti del paese in campo medico di trovare una soluzione e fu così che questi partorirono l'idea di "modificare" l'attitudine sessuale degli uomini rimasti.
A seguito di quella proposta che molti letteralmente fuggirono, prendendo la via dei paesi dove le donne ancora c'erano chiedendo asilo. Una strana emigrazione, che sembrava destinata a non avere fine, tanto che qualche capo di governo minacciò di chiudere le frontiere mentre i più malleabili facevano firmare a chi chiedeva ospitalità di trattare in modo diverso le donne. Nuove leggi per migliorare la condizione delle donne, per garantire sicurezza del posto di lavoro, l'accesso al lavoro, furono emanate per poter evitare che quella catastrofe potesse verificarsi anche da loro.
Il paese che maggiormente aveva fatto del machismo e del maschilismo la propria bandiera relegando a ruolo di comparsa la donna si trovava sull'orlo di un cambio epocale: tutti sarebbero diventati ibridi, né maschi né femmine ma all'occorrenza un po' di entrambi nella speranza che a forza di modificazioni prima o poi sarebbero riusciti a tirar fuori una donna con tutti i connotati al posto giusto. Ci sarebbe stata, ovviamente, una non tanto ristretta cerchia che non avrebbe subito questo trattamento per garantire la fornitura del materiale genetico maschile necessario ad un futuro concepimento alla vecchia maniera. In questo modo gli esperti erano convinti di poter arrivare ad un riequilibrio maschile/femminile nel giro di poche generazioni. 
Gli scettici non mancavano ma la disperazione serpeggiava tra i più e alla fine anche i più reticenti furono costretti ad accettare. Il giorno del referendum, per la prima volta da anni, vi fu un'affluenza alle urne del cento per cento.
E vinsero i favorevoli a quel delirio genetico, quel giorno non mancarono tafferugli e proteste. Chi vi partecipò subì una condanna esemplare, almeno dal punto di vista di chi la pronunciò: tutti sarebbero stati sottoposti inderogabilmente al trattamento.
Con un'organizzazione sconosciuta fino a pochi mesi prima furono creati uffici appositi dove bisognava registrarsi ed essere visitati, per sapere quale sarebbe stato il proprio destino: una specie di fuco ermafrodita oppure un uomo sano con tutti gli attributi.
A finire sotto la scure della modificazione furono soprattutto i più giovani, i bambini che ancora non avevano un'idea precisa della propria identità. E si procedette a questo scempio umano, estremo tentativo di trovare una soluzione.
A gruppi d'età venivano imbottiti di estrogeni e di ogni sostanza che avrebbe potuto portare a qualcosa di simile al cambio di sesso, con risultati spesso aberranti. Gli ospedali si riempirono di disperati che soffrivano, la mentalità maschilista che discendeva da secoli di educazione si scontrava con la nuova fisicità dei soggetti.
I suicidi si moltiplicarono, e alla fine - dopo due anni di sperimentazioni e oltre il 70% di fallimento - fu abbandonato il progetto. Bisognava trovare una soluzione e il nuovo governo tornò a bussare alle porte dei paesi vicini chiedendo che si riconsiderasse l'opzione delle volontarie.
Ma la risposta fu un secco rifiuto: nessuno voleva mettere nelle mani di uomini che si ammazzavano a vicenda, chi era ancora totalmente uomo non lesinava di perseguitare e poi uccidere, mutilare chi era stato reso un po' troppo effeminato per i loro gusti. Veri e propri tribunali illegali si formarono nei quartieri, perseguitando questi disgraziati, che non avevano protezione dalla legge dello stato e tanto meno dalle forze dell'ordine, in quelle poche occasioni in cui vi si rivolgevano. Dalla televisione la comunicazione di omicidi e persecuzioni raggiunsero livelli da bollettini di guerra. Le carceri e gli ospedali si riempirono, le strade e gli uffici si svuotarono. L'economia andò sempre peggio. Il nuovo governo che si era insediato con la promessa di risolvere la situazione, formato da reduci di precedenti compagini, che ben si erano adeguati a quella nuova società, dimostrò in pochi mesi tutta la sua inutilità.
In quella società non era cambiato nulla, le donne erano state solo sostituite da surrogati più o meno riusciti, la mentalità era la medesima e chi stava al potere aveva dimostrato pienamente la propria incapacità a gestire quella situazione con leggi adeguate.
Il paese fu condannato e i pochi che alla fine sopravvissero al dilagare della pazzia e dell'escalation di violenza si ridusse ad uno stato semi selvatico, sopravvivendo.
Senza ricambio generazionale in meno di cinquant'anni quella nazione che era stata culla di cultura e di civiltà divenne una landa desolata e quasi totalmente disabitata, ricca solo delle vestigia di un glorioso passato in cui le donne era stato paragonate a dee e ad angeli.

venerdì 4 maggio 2012

CASO 459034

Luce bianca, al neon, fredda. Illumina questo spazio altrettanto candido. Pareti color latte, mobili di metallo opaco o tinteggiati dello stesso colore delle mura. Persino con la vernice e l'intonaco si intuisce che sono mura antiche e fatte per durare, spesse e pesanti. Come l'aria che c'é, quasi ti toglie il respiro.
La ragazzina pensa questo, nella manciata di minuti in cui ha il tempo di osservare stanza. Non bada ai fantasmi pallidi che le danzano attorno in un'andirivieni costante all'interno di quell'edificio sconosciuto. Nemmeno si accorge degli altri, le urla non le giungono perché é sorda, quindi continua a sorridere timidamente. Per capire le persone guarda le labbra, ha imparato da piccola ad interpretare i movimenti e a correlarli alle parole. Per esprimersi scribacchia su una lavagnetta, lettere storte ed imprecise, sua mamma pazientemente gliel'ha insegnato dopo che la scuola elementare del quartiere di Monaco dove è cresciuta l'ha rifiutata perché non udente. Adesso non l'ha più, la sua lavagnetta, il suo contatto con quel mondo che le appare così strano e misterioso. Gliel'ha portata via, appena arrivata con l'autobus grigio, una signora vestita di bianco, che le ricorda la zia Magda: viso tirato e arcigno. Antipatica, le aveva tirato una sberla cattiva quando aveva tentato, allungando le mani, di riprendersi il suo tesoro color ebano e i gessetti bianchi. Sul viso bianco ancora si intravede il rossore causato dal ceffone, ma lei non ha pianto. Perché non vuol farsi veder piangere da quelle persone sconosciute, sebbene la spaventino.
É arrivata da poco più di un'ora in questo posto. La mamma le ha detto che é per il suo bene, che qui la cureranno e starà bene. Non capisce. lei già sta bene, é sana. Corre e gioca. Ride sempre. Nel suo mondo silenzioso, é felice. Perché allora deve stare là, dove stanno le persone malate (li ha intravisti mentre passava nel corridoio grigiastro che dal grande e bell'ingresso la ha portata in questa stanza bianca e fredda), quelle che non si alzano dal letto?. 
L'hanno spinta al centro di quello che le appare del tutto simile all'ambulatorio del dottor Meck. Resta lì, immobile e un po' spaventata, davanti ad un uomo. Grande, grosso e minaccioso, mani dalle dita grasse si muovono, regge una penna e quasi scompare in mezzo a quel grasso. Le sorride ma non è dolce, appare più come un ghigno malvagio e il resto del viso tondo le appare come un grugno di porco. Nella casa di campagna del nonno li ha visti tante volte. Lo guarda, le fa schifo ma non ha il coraggio di distogliere lo sguardo: qualcosa in quegli occhi azzurri chiari e gelidi le fa capire che non deve fare niente. Il minimo gesto sarebbe punito, come lo schiaffo ricevuto quando ha provato a riprendersi la sua lavagnetta.
Cerca di stare ferma, le mani strette dietro la schiena sfiorano appena il fiocco del suo abito. É quello della festa, la mamma gliel'ha fatto indossare perché facesse una buona impressione al suo ingresso nella struttura. É azzurro e non le piace, ma è quello più bello che possiede e mamma non ha voluto sentire ragioni. Ha le maniche corte, che terminano con un pizzo rigido, che le provoca sempre prurito. Anche adesso ma non ha il coraggio di grattarsi. 
Sa che non dovrebbe trovarsi in quel posto per malati: è sana e sta bene, il rossore sulle braccia é dato solo dal tessuto che sfrega sulla sua pelle bianca.
Non é stupida, come qualcuno l'ha definita più volte, solo sorda e non del tutto muta. Riesce ad emettere qualche suono, dice mamma con orgoglio, non proprio parole complete ma abbastanza si esprime in modo abbastanza chiaro perché chi sia abituato a sentirla riesca a capire ciò che intende esprimere. Vuole andare a casa, giocare in giardino con Dieter, il figlio del maggiordomo. Non le piace quel posto, non le piace quel maiale su due gambe. Ora si è alzato e le si è avvicinato, la tocca, la rigira e parla senza guardarla in faccia. Come se non fosse lì. E allora Anneke si agita, si divincola. Urla! In realtà sono poco più che squittii acuti ma per lei sono grida. Altissime e piene di dolore, frustrazione e odio.
Non riesce a capire cosa ci faccia in quel luogo sconosciuto. Ignora che si tratta di un moderno presidio medico, dove sono applicate le più moderne tecniche terapeutiche per l'assistenza esperta dei bambini con malattie ereditarie, è stato illustrato con dovizia di particolari sui giornali locali. Il luogo è divenuto rinomato in tutta quella parte del paese tanto per i metodi all'avanguardia quanto per l'elevato numero di decessi.
Il Doktor Herbert Finchermann, direttore del nuovissimo ed attrezzatissimo reparto dell’ospedale, blocca facilmente la piccola Anneke Heider, dodici anni vissuti nel silenzio, poco più che analfabeta e quindi incapace, una volta cresciuta, di poter lavorare, secondo i canoni imposti dal Furher, niente più che un peso per la società ariana. Improduttiva, come è stata definita dal medico di famiglia, che ha provveduto a segnalare il suo caso alle autorità competenti dopo l’ultimo controllo. 
"É troppo giovane per la sterilizzazione e non c'è in ogni modo tempo per aspettare il corso della natura. Per il resto non sembra affetta da altre malattie visibili ad un primo superficiale esame, ma non si può escludere nulla. Il provenire da una famiglia benestante assicura in ogni modo una certa educazione da parte della paziente 459034, che ha dimostrato di sapersi comportare con rispetto, sebbene il suo handicap renda pressoché impossibile avere una normale forma di comunicazione con lei. Nonostante la buona educazione ricevuta ha tenuto un comportamento durante la visita che è possibile definire come violento e antisociale. Questa reazione inconsulta e del tutto inadeguata Ci porta a supporre un primo cedimento o una prima forma di malattia mentale. É quindi necessario internarla in questa struttura e sottoporla quanto prima al trattamento", avrebbe scritto Finchermann compilando la cartella della bimba dopo il loro breve e poco felice incontro. 
Così vuole la lettera firmata da Hitler, che ha valore di legge per loro, pensava lo psichiatra, e magari potrebbe uscircene una bella promozione e un avanzamento di carriera. 
"Krankenschwester (infermiera) Zalinder la porti alla camerata 9", ringhiò il medico psichiatra quando Anneke tentò di liberarsi, mordendolo. "É in preda ad una crisi violenta, provveda a sedarla e poi la leghi al letto. Per la sua incolumitá...".
Frau Zalinder scattò in avanti afferrando la ragazzina per le braccia e trascinandola via, mentre la poverina si dimena e squittisce rabbiosa, le trecce in cui i suoi capelli biondi sono legati si sciolgono in onde scomposte e gli occhi verdi saettano da una parte all'altra della stanza, cercando una via di fuga. Il suo ritardo mentale é evidente, qualunque altro bambino del Reich non si comporterebbe in quel modo tanto selvaggio e dissennato, pensa la donna, ed è un vero peccato perché fisicamente rispecchia perfettamente l'ideale ariano indicato da Hitler.
Prima che la donna e la bambina scompaiano nel corridoio il doktor Finchermann si rivolge di nuovo all'infermiera "Mi mandi Rudy per favore, per farmi medicare. Chissà con che malattia potrebbe avermi contagiato quella piccola pazza". 
Adeline Zalinder scatta sull'attenti ed esce, alla prima collega che incontra ripete l'ordine impartitole dal primario. Prima di portarla alla camerata assegnatale, la nove, Anneke è fatta entrare in un altro ambulatorio, privo di finester e fornito solo di due porte. L’arredamento è composto di armadietti di metallo satinato, disposti ordinatamente sulla parete di destra.
La Zalinder fa cenno alla giovanetta di spogliarsi completamente quindi l’affida all’infermiera seduta alla scrivania quindi esce dopo aver scambiato poche parole con la seconda donna. Quella si alza e prepara una bilancia su cui ordina ad Anneke di salire, segna su un foglio il peso. Misura la sua altezza e vi scrive il risultato, infine prende una moderna macchina fotografica già caricata con la pellicola. Sistema una sedia al centro della stanza e ordina, con gesti secchi e perentori, ad Anneke di salirvi. Procede a scattare una decina di fotografie, intere e particolari del viso, mani, gambe, poi ripone la macchina. Mentre l'infermiera è voltata la ragazzina scende dalla sedia e resta lì. attendendo di conoscere il suo destino. Nuda, fuori tira vento perché è autunno inoltrato, ha freddo ma cerca di non tremare. Vorrebbe il suo cappotto ma gliel'hanno preso, insieme alla lavagna e ai gessetti, ai suoi vestiti e alle scarpe di vernice lucida bianca. Ha appena intravisto che son stati riposti in uno degli armadietti ma non sa quale: son tutti uguali. Cerca di coprirsi come può con le braccia magre.
Frau Zalinder infine si ripresenta alla nuova paziente e le porge una camicia da notte usata ed usurata, ma che sembra per lo meno pulita. Le fa cenno di indossarla e poi la spinge ancora. L'indumento le è un po' piccolo e stretto, arrivandole a stento alle cosce. "Schnell, schnell", disse con voce cattiva l'infermiera, sospingendola verso la seconda porta, di acciaio temperato e chiusa da un pesante chiavistello. La donna prende una grossa chiave dalla tasca dell'uniforme e la gira, la serratura scatta con un rumoroso clang, che rimbomba. Anneke percepisce le vibrazioni prodotte e fa un passo indietro, finendo addosso alla sua accompagnatrice, che nuovamente le dà uno spintone, quasi facendola cadere. La bimba pensa che non assomiglia per niente all'infermiera Greta, che lavora con il doktor Mainier.
Pochi minuti dopo l'infermiera e la bambina si ritrovano in un ambiente ben illuminato e gioioso per le risate dei giovani ricoverati. Lo stanzone misura una quindicina di metri di lunghezza e poco meno di dieci di larghezza, con grandi finestre che fanno entrare luce e i raggi del sole autunnale. Ospita quattordici bambini tra i sei e i quindici anni d’età.
Zalinder indica ad Anneke un lettuccio, in mezzo ad una figuretta che sembra una bambina, magrissima e dal visetto emaciato. Sembra che non mangi da giorni. Anneke le sorride ma quella si volta dall'altra parte e si abbraccia le ginocchia nascondendovi la faccia. L'altro letto è occupato da un bambino, di non pochi anni più giovane di Anneke, ha il capo bendato e sembra stia dormendo. Anche lui è magrissimo. 
Oltre all'infermiera che l'ha accompagnata nella camerata, la ragazzina nota che ve sono altre tre e un paio di uomini, anche loro con la divisa bianca dell'ospedale. Si aggirano per i letti osservando i bimbi sdraiati e segnando qualcosa sulle cartelle apposte alla testiera. In quel momento la Krankenschwester Zalinder sta riempiendo un modulo appeso al suo letto, riportando i dati ottenuti poco prima. In cima affranca una sua foto, quella che sua madre aveva affidato ad uno degli inservienti dell'autobus quando è partita. É del mese precedente e gliel'ha scattata suo padre in occasione di una festa in casa, sorride ed è felice.
Si mette a letto pur sentendosi benissimo, ma ha già visto all'opera il personale e non vuole essere punita.
Vorrebbe saper leggere meglio di quello che sa e che le permette di distinguere le lettere quando scrive sulla sua lavagna per poter sapere cosa è scritto sulla cartella in fondo al suo letto, si allunga e fa per afferrarla ma un violento spintone di uno degli infermieri la rimanda sul cuscino. L'uomo le urla contro, la faccia arrossata di rabbia e un dito puntato al suo viso. Anneke scoppia in lacrime, non per le brutte parole che quello le ha rivolto, ma per l'impotenza in cui sta affondando e per la nostalgia di casa e della mamma, del babbo e dei nonni, di Dieter. Lei sta bene, non deve stare lì, si ripete di continuo. Invece è chiusa in quel posto bianco, freddo e dove tutti sono seri e maneschi. Quando parlano non la guardano e lei non riesce a capire cosa vogliono. Quindi viene punita.
Si gira nel letto coprendosi interamente, solo una ciocca bionda spunta appena dall'orlo. Piange in silenzio, come ha imparato a fare da piccola, per non far preoccupare la mamma quando si faceva male in giardino. Adesso il suo silenzio è una difesa da quel mondo esterno estraneo e terribile. Sa solo che vuole tornare a casa. 
La terapia, come infine una paziente giovane infermiera le ha spiegato portandole la cena - un leggerissimo brodo quasi insapore - comincia immediatamente e di questa fa parte anche una dieta ferrea, che però le permetterà di stare bene lo stesso. 
Molti dei bambini, nota, nemmeno riescono a terminare la loro misera tazza e alcuni la rifiutano proprio. Un paio di giorni dopo, debole e con la mente offuscata dai morsi della fame, nota che un paio di loro non si sono più svegliati e vengono portati via velocemente. Per tanti che continuano a dormire altri ne arrivano e prendono il loro posto.
Una mattina tocca alla sua vicina di letto, il pallore della pelle è diventato livido e grigio, come le pareti del corridoio che ha visto quando è arrivata e non si muove più. Squittisce dalla paura e si alza per provare a svegliarla, scuotendola ma senza riuscirci. Urla e si agita, allora arriva l'infermiera Zalinder seguita da altri due, vestiti di verde e non di bianco. Sono quelli che portano via i bambini che non si svegliano.
La Zalinder l'afferra per un braccio e la strattona, costringendola a rimettersi a letto, prende una siringa e le fa un'iniezione. Anneke si sente immediatamente stordita e cade in un torpore chimico che le provoca gli incubi. Gli altri piccoli pazienti, troppo deboli per far qualcosa e troppo spaventati per anche solo pensare di provarci restano immobili nei loro lettini. Osservano e tacciono, forse già rassegnati e consapevoli del loro destino.
Velocemente la morticina vien trasportata via, chiusa alla bell'e meglio nelle stesse lenzuola dove ha dormito nelle ultime due settimane. É una di quelle che ha resistito di più Evelina Kumbronich, di anni 10. La sua unica colpa essere una piccola orfana zingara.
Quando si ridesta, dolorante e incapace di pensare correttamente Anneke vede due nuove facce nei letti di fianco a lei, a destra un bambino dai capelli rossi e senza alcuni denti e a sinistra un altro maschietto dalla pelle olivastra e i capelli castani. Prova a salutarli ma si accorge che è legata, sulle labbra di due infermiere che stanno conversando davanti al suo letto riesce a capire che il suo destino è segnato: è pericolosa per se stessa e gli altri. Sente che le vien da piangere ma non riesce, ha consumato tutte le sue lacrime nei giorni precedenti, una per ogni cadaverino portato via nelle lenzuola.
Alla sera ancora il brodo, sempre più chiaro, sempre più insapore. Lo rifiuta. Lo stomaco si ribella per ogni goccia di liquido, le viene da vomitare, sputa bave e brodo sul letto e vien colpita in viso per aver sporcato. "Resterai nel tuo sporco, schifosa", interpreta dalle labbra dell'infermiera Hulrike, la più severa tra quelle che girano nello stanzone..
Non ribatte, come faceva all'inizio, perché non vuole che le facciano l'iniezione. Si limita ad appoggiarsi al cuscino e a chiudere gli occhi. Vorrebbe anche lei non svegliarsi più.
É Amanda Kupfler ad accorgersi del corpicino senza vita di Anneke Heider all'inizio del suo turno, tre giorni dopo da quando la bimba aveva vomitato l’ultima razione di brodo. Il piccolo mucchietto d'ossa giace tra le lenzuola bianche ormai grigio e al principio della putrefazione. Chiama immediatamente gli addetti allo smaltimento per farla portare via. Mentre la portano via recita una breve preghiera per quell'anima infelice che ha trovato infine la pace. Così pensa la giovane infermiera, convinta della bontà del programma T4 come tutti nell’ospedale, mentre torna a dedicarsi ai piccoli ospiti affidati alle sue cure. 

1946 - testimonianza resa al secondo processo di Norimberga da Manfred Herbert Bonsenn riferendosi al caso 459034, solo un numero tra le migliaia di bambini ed adulti finiti nella rete dell’ «Action T4»


mercoledì 18 aprile 2012

My life

Della Mia infanzia ho pochi ricordi. Frasi lasciate galleggiare negli anni, che mi son giunte con echi quasi epici. Non che, secondo me, ci fosse la necessitá di tramandare tali prove di rara idiozia umana e crudeltá. Tra queste brilla, ancora fulgido esempio di quanto veramente i parenti appartengano alla stirpe degli esseri striscianti (con rispetto per loro, i rettili non i parenti) questa boutade che fu pronunciata qualche tempo dopo la mia nascita: "Ci ha messo tre anni a farla, poteva anche farla maschio". Cominciavo bene questa vita, secondo questi aguzzini incapaci!
Ai tempi ero ancora una creaturina innocente: dormivo (tanto), mangiavo...le solite cose che fanno le neonate.
Mia madre, completamente priva di istinto materno come di quasi tutta la gamma dei piú comuni sentimenti umani, si arrabattò egregiamente. Piú per l'aiuto della sua stessa madre che altro. Purtroppo per la mia genitrice il mio animuccio ribelle si manifestó quanto mai precocemente. Entro l'anno d'etá avevo già dato prova di possedere un notevole buon gusto in fatto di abbigliamento: fui trovata nella carrozzina che tentavo di strapparmi di dosso una tutina color pastello. L'esatta tonalitá non é stata fatta pervenire ai posteri. In un'altra occasione lanciai il biberon all'altro capo della cucina. La ragione del gesto non é chiara tutt'oggi: o era troppo caldo il suo contenuto, oppure mi faceva ribrezzo.
Per il resto ero bravina, non ero nemmeno una di quelle bimbette che vogliono stare in braccio, anzi l'opposto. In confidenza, non li capivo gli adulti: con le loro moine, quei sorrisi che piú falsi non potevano essere, quella mania di toccarmi. Orrore e raccapriccio.
Per inciso va spiegato che fino ai sei anni io ho avuto i capelli lunghi ed erano ricciolosi. Biondi, ma di quel biondo intenso, stile manga. In piú la genetica mi ha fornito di un paio di intensi occhi verde oro. Insomma ero una bimba piú che passabile, tanto che ci fu chi disse a Madre di portarmi a Milano per farmi fare il casting per le pubblicitá. Ovviamente la risposta fu no, che scoprii anni dopo era la sola ed unica, preferita risposta che Madre dava. Su qualunque richiesta rispondeva esclusivamente con un secco no! Spiegazioni ulteriori: non pervenute.
Altra risposta, questa riservata alle mie domande generiche era: "Non lo so". Mio padre risolveva comprandomi libri, anche quando non sapevo anche leggere. Ma nessuno me li leggeva.
Capii subito l'andazzo: ognuno nella vita può contare solo su stesso, se aspetta gli altri non combinerá mai niente.
Perchè nella casa dolce casa dove son cresciuta vigevano strane regole, riassumibili in una totale assenza di dimostrazioni affettive (baci ed abbracci erano banditi), una notevole dose di noia (io stavo a casa e giocavo sola, sembra che mi abbiano mandato all'asilo solo dopo aver scoperto che parlavo da sola. Così narrano le cronache.
Io già di mio non ero affettuosa, o meglio: ero io a deciderlo se volevo le coccole o no, piú come un gatto. E anche qui scatta l'aneddoto: quando ero ancora in fasce piú o meno, mi mettevano a fare interminabili riposini sotto il portico della villa di mio nonno. C'era allora un certo numero di mici randagi che gironzolava nell'area. In particolare una, grigio nera tigrata si metteva in fondo alla culla e mi teneva compagnia, il fatto che fossi in scala ridotta anche allora le permetteva di avere un certo spazio dove allungarsi. Pur non essendo "domestica" non mi ha mai fatto nulla di male. Mi hanno raccontato che si faceva accarezzare solo da me, appena un altro si avvicinava scappava. Quanta invidia avevo per lei!

lunedì 2 aprile 2012

ME NE ESCO

Me ne esco in silenzio/come un attore a fine rappresentazione/nel frusciare di vesti consumate e lacere/il mio sudario. 


Me ne esco in silenzio/da questa come da altre mille vite già passate/Me ne esco. 


Di me non resterà altro che un'ombra effimera, che alla prima luce dell'alba si dissolverà definitivamente