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lunedì 10 febbraio 2014

LA VICENDA DELLE SORELLE MORÉLL


Due impercettibili bagliori: alle sorelle Moréll, strette dietro i vetri di una finestra del piano terra, fu così che i fanali della lussuosa auto dello zio Marcel apparvero, baluginando nella notte. Era l'inizio di dicembre e la visita dell'anziano era attesa. Le donne dovevano dare all’anziano parente una risposta definitiva alla richiesta presentata durante la visita precedente.
Erano nervose, le cinque donne, ma non si sarebbero lasciate distrarre dai modi sussiegosi dello zio. Osservarono l'automobile percorrere il viale che conduceva all'ingresso della dimora, dove avevano scelto di vivere da recluse dopo la morte dei genitori. Trascorrevano le giornate coltivando le attività a loro più congeniali, grazie alla rendita che lo zio Marcel doveva versare ogni mese alla loro banca, secondo le disposizioni testamentarie paterne.
Non uscivano mai, non avevano spasimanti, non si recavano nemmeno alla messa domenicale, raramente si facevano vedere in paese. Accadeva solo quando dovevano acquistare lo stretto indispensabile e per vendere alla proprietaria del ristorante le loro speciali torte salate. Spesso era avvenuto che qualcuno, soprattutto forestieri, si presentasse a casa loro per acquistarle senza passare dalla locale drogheria. Dopo un piacevole pomeriggio in loro compagnia se ne andavano soddisfatti con i loro tortini e nessuno di loro aveva più messo piede in paese, almeno così spiegavano le donne.
Le eredi della benestante famiglia Moréll avevano sempre vissuto in quella casa, vi erano nate e, quando fosse giunta la loro ora, vi sarebbero morte. Non avevano nessuna intenzione di andarsene e avrebbero fatto qualunque cosa per mantenere quel loro inalienabile diritto.
Lo zio fu accolto con molta solerzia dalle nipoti. Lo fecero accomodare nel salotto dalla carta da parati color smeraldo, davanti al fuoco. Sul tavolino di fianco alla sua poltrona, trovò una tazza del suo tea preferito e un bicchiere di brandy. «É sempre un piacere rivedervi caro zio», esclamò Linney, sorridendo, trascinandosi dietro una riluttante Gertry, precedendolo di poco. L'anziano procuratore si fermò ad osservare di nuovo la giovanetta. Gertry era da poco uscita dall’adolescenza, non era tanto alta ma aggraziata, la delicata curva della schiena fatta risaltare dal vestito nero, la pelle serica e candida. Occhi sorridenti e un nasino delicato le conferivano un certo fascino.
La guardò senza pudore, intensamente, tanto che Gertry abbandonò la stanza, sbattendosi dietro la porta, irritata da quel comportamento. Marcel sogghignò con soddisfazione mentre si accomodava e sorbiva la bevanda calda ed il liquore. Notò che entrambi avessero uno strano sapore ma era molto stanco, voleva una risposta e non ci badò. Era là per una ragione precisa. Marcel Moréll voleva che gli dicessero che si poteva prendere la casa e la piccola Gertry, se avessero risposto positivamente avrebbero potuto rimanere a vivere entro quelle mura  insieme a lui, altrimenti avrebbero dovuto andarsene senza indugio. Era stato molto chiaro in merito. 
Ribadì senza mezzi termini ciò che considerava un suo diritto legittimo, dato che era il loro unico parente ancora in vita.
Invece di rispondergli, con un inchino, Halley e le altre uscirono alla ricerca della piccola, in preda ad una gran rabbia. «Quel maledetto bifolco...», balbettò Halley in preda ad una crisi nervosa, mentre avanzavano lungo il corridoio, «Vorrebbe prendere in sposa Gertry e trasferirsi qui, a vivere. Ha avuto il coraggio di dircelo in faccia, come l'ultima volta che ha posato il suo grasso deretano sulla poltrona, ma vi rendete conto? Nostro zio, fratello di nostro padre...sposare Gertry, che è solo una bambina ed è sua diretta nipote». Le altre quattro la guardarono. «Non lo permetterò!», sbottò Emmeline con rabbia, stringendo i pugni ma Halley la zittì «Ha detto che ci manderà via da casa e sospenderà la rendita se non lo accontentiamo». 
La maggiore delle Morèll si sedette su una poltroncina: «Sostiene che, dato che nessuna di noi è sposata o ha intenzione di farlo, la casa passerà a lui, come unico parente prossimo. La sua intenzione è prendersela il prima possibile, vista la sua età avanzata. Conosce la legge e, senza dubbio, sa come aggirarla. Se non troviamo un modo per liberarci di lui si prenderà tutto ciò che ci è più caro». Scosse il capo sperando di riuscire a scacciare i terribili pensieri che le affollavano la mente.
«Non voglio sposarlo. Punto.», squittì Gertry, seduta in un angolo, sopraffatta dalla notizia. Si strinse le braccia intorno al petto e serrò le labbra in un'espressione di corrucciato rifiuto.
Emmeline e Jacintha camminavano avanti e indietro, riflettendo su come evitare quella catastrofe, l'esser scacciate dalla loro amata dimora e perdere quella che era la quasi unica fonte di sostentamento che avessero. Il peggio sarebbe stato vedere la loro adorata sorellina sposata a quell'essere viscido e avido che si era rivelato essere loro zio. «Ospitiamolo, mentre cerchiamo un modo per fargli cambiare idea. Intanto spero che abbia gradito il tea e il liquore...», disse Jacintea con un sorriso furbetto che le alzava gli angoli della bocca. «É il minimo per nostro zio», le fece eco Emmeline, che strizzò l'occhio alla sorella, intuendo cosa stesse escogitando, con un sorriso sornione.
Nel mentre Marcel Moréll si crogiolava nella poltrona, pensando alla scena, che parecchie stanze più in là si stava consumando. Un largo sorriso da avvoltoio gli si aprì sulla faccia. Dopo pochi minuti, molto più composte e tranquille le cinque sorelle tornarono dallo zio. Catherine gli si inginocchiò di fianco a lui e gli propose di fermarsi presso di loro per tutto il tempo che avrebbe voluto. Gli ricordarono che poco mancava a natale e che avrebbero potuto trascorrerlo insieme. Per la prima volta avrebbero partecipato ai consueti trattenimenti organizzati dalla comunità. 
L'uomo fu sorpreso dell'invito ma non rifiutò, sentendosi già proprietario di tutto e, vivendo lì, avrebbe potuto attingere all'eredita delle nipoti e spenderla come avrebbe voluto.
Ma nulla andò come si era immaginato l'avvocato. 
Nei giorni che seguirono il suo arrivo a casa delle nipoti, le sue condizioni di salute peggiorarono. Nonostante le premurose cure delle cinque donne. Al mattino lo accompagnavano al salottino, lo aiutavano a mangiare, gli leggevano i libri o sceglievano i dischi più belli da ascoltare. Si avvicendavano, premurose, al suo capezzale e non mancavano mai di preparargli brodi caldi, tisane, manicaretti preparati per lui. Nonostante il cagionevole stato di salute l'uomo rimase fisso nella sua idea: mettere le mani su quella villa, sui soldi, su Gertry.
In meno di una settimana il vecchio non poté più alzarsi dal letto e, per quanto esse si prodigassero, subito prima di natale, spirò. Fu chiamato subito il medico, le cinque sorelle si sentirono dire che doveva essere eseguita un'autopsia e non poterono rifiutare ma chiesero, ottenendolo, di potersi portare a casa la salma una volta terminati gli esami. 
Il responso fu che il vecchio Marcel Moréll era morto per le complicazioni di una malattia molto comune: la vecchiaia.
Il funerale si svolse dieci giorni dopo, alla presenza di tutti gli abitanti del villaggio e quella sera servirono, a coloro che andarono a far loro visita, quello che fu definito il miglior tortino che avessero preparato fino ad allora.
Ripresero la vita di sempre ma un giorno dalla capitale giunse una lettera che chiedeva la loro presenza in città e lasciarono la casa che tanto amavano. 
Passarono mesi, poi un giorno arrivò una donna mai vista al villaggio, chiuse le imposte, appese un cartello per la vendita nel giardino e se ne andò. In poche settimane la dimora dei Moréll fu venduta ad un gruppo di artisti, che vi si stabilirono, occupando ogni ambiente a disposizione: dalla soffitta alla cantina.
Furono eseguiti una serie di interventi di ristrutturazione e, durante uno di questi, la cantina restituì una ventina di scheletri, appartenenti a uomini e donne, tra cui quello che fu riconosciuto appartenere a Marcel Moréll. 
I resti erano semi sepolti sotto quella che sembrava essere una presa d'aria ma che, fu dimostrato essere in collegamento con la cucina. Gli investigatori  riuscirono a risolvere il mistero grazie ad un «ricettario», forse dimenticato apposta sul tavolo di cucina, e la verità fu rivelata in tutta la sua crudezza: per anni le dolci e riservate fanciulle avevano venduto torte ripiene di carne umana ai loro concittadini, l'ultimo preparato con la carne del loro stesso zio.

sabato 20 ottobre 2012

THE HALLOWEEN QUEEN



HALLOWEEN QUEEN

C'era molta emozione, soprattutto tra i ragazzi, per l'approssimarsi della notte di Halloween. Sui patii delle case erano state sistemate zucche intagliate nelle più svariate espressioni di Jack Lantern. I bambini cominciavano ad indossare i loro costumi per il consueto giro bussando alle case dei vicini per raccogliere dolcetti e regalini.
Nelle vie si potevano già vedere gruppetti di piccoli maghi, principesse dai vaporosi vestiti rosae poi fate, elfi e altre misteriose creature dai mantelli neri.
Non solo i bimbi si divertivano in quella strana notte ma anche i più grandi si stavano preparando per trascorrerla in modo divertente. I più fortunati, travestiti dai mostri classici della tradizione, si apprestavano a presentarsi a casa di Hannaleen Metcalf, considerata senza possibilità di smentita la ragazza più invidiata della città dato che suo padre era il più ricco nella zona ed era anche considerato un uomo del quale era meglio non mettere in discussione le opinioni, per la consueta festa all'insegna della paura.
Le festa di Halloween a casa di Hannaleen potevano essere considerate eventi esclusivi ed essere tra gli invitati significava contare qualcosa nella ristretta comunità.
Gli esclusi potevano ripiegare sulla festa organizzata nella palestra della scuola, cercando di immaginare come sarebbe stato essere ammessi nelle sale di casa Metcalf, decorata per l'occasione con scheletri e altre amenità paurose.
Nonostante Halloween fosse da anni spacciata per una festa all'insegna del terrore e della paura, in giro si vedeva solo gente che si divertiva. Perfino le abitazioni, illuminate e addobbate, sembravano partecipare all'allegria generale invitando chi si aggirava per le strade a suonare il campanello chiedendo dolciumi.
Nulla dell'antico sabbath Samhain era rimasto vivido in quella specie di farsa, forse solo una rivisitazione dela consuetudine di indossare mascheramenti per sfuggire alle anime decedute nei dodici mesi precedenti, che durante il percorso di Selene tornavano a passeggiare sulla terra in cerca di un nuovo corpo del quale prender possesso.
A non partecipare alla bolgia di divertimento generale solamente la casa all'angolo, all'inizio del sobborgo. L'unica luce, fioca, proveniva dalla cucina dando l'impressione che l'abitazione fosse vuota e desolata. La famiglia era riunita per la cena, in un silenzio imbarazzante come sempre: a capotavola era seduto un anziano e di fianco a lui, una di fronte all'altra, due donne di mezza età. Di fronte aveva preso posto una ragazzina di non più di diciassette anni, che dava l'idea di essere al mondo per errore. Sedeva silenziosa, portando meccanicamente il cibo alla bocca, senza guardare in faccia nessuno degli altri. I capelli tanto biondi da sembrare bianchi, scendevano a coprirle il viso. Teneva gli occhi bassi e il suo respiro era impercettibile, sembrava desiderare non essere in quel luogo in quel momento. 
Improvvisamente il vecchio batté la mano sul tavolo e urlò alla ragazza, «Tirati indietro quei capelli maledetta piccola bastarda. Non riesco a vederti gli occhi! E guardami quando ti parlo! Maledetta figlia di una madre nubile. Lo sai che voglio che a cena ci si presenti in un certo modo, non conciata come una donnaccia di strada, come tua madre».
Senza rispondere Lucina prese l'elastico e legò i capelli poi guardò il nonno, che tiranneggiava lei, sua madre e sua zia da che poteva ricordarselo insultando in particolare la loro scarsa virtù. Non aveva mai capito il perché, cioè almeno per quel che concerneva lei e sua zia. Sua madre viveva con la colpa di averla messa al mondo senza essere sposata o per lo meno vedova. Colpa peggiore anche il non aver mai voluto rivelare chi fosse suo padre e accettare un matrimonio riparatore. E di questo la ringraziava ogni giorno, sopportando senza fiatare insulti e cattiverie - che le avevano regalato un'esistenza solitaria e il disprezzo di tutti nel borgo dove si era trovata a vivere - ma il nonno cominciava ad esagerare. 
Alzò lo sguardo e lo fissò, per la prima volta ubbidiva a quell'ordine. Il vecchio ricominciò ad inveire contro di lei, sulla sua scarsa educazione, sulle sue pessime maniere mentre le due figlie cercavano, invano, di calmarlo. «Taci», urlò ad un certo punto Lucina alzandosi in piedi. La sedia finì per terra con un rumore di ferraglia. «Zitto e non permetterti più di offendere nessuna di noi tre. Non abbiamo mai fatto nulla di male né a te né a nessun altro. Smettila. Smettila. Smettila». 
Il vecchio restò interdetto per la reazione della nipote, che tiranneggiava al pari delle due figlie trattandola come se fosse una schiava e rivolgendosi a lei nello stesso modo in cui per anni aveva osservato suo padre agire nei confronti di sua madre e come lui stesso aveva fatto, per decenni, con sua moglie. Finché lei si era impiccata per la disperazione e lui si era sfogato sulle figlie e poi anche sulla nipote.
«Basta con queste idiozie che ripeti ogni sera, ogni giorno, sempre. Basta...». Lucina abbandonò la cucina, prese il cappotto e uscì, prima che sua madre potesse fermarla. Cominciava ad essere tardi e in giro si vedevano solamente gli ultimi ritardatari alle varie feste. Lanciò uno sguardo distratto alla gente in costume, chiedendosi che effetto facesse, mascherarsi, andare ad una festa con altre persone che non ti insultavano o minacciavano di picchiarti. 
Come i compleanni, Lucina non aveva mai festaggiato Halloween. In casa era permesso celebrare solo le feste comandate e in modo molto sobrio, quasi dimesso. Sbuffò. «Vecchio maledetto bisbetico noioso prevaricatore», mormorò mentre si lasciava alle spalle la sua casa buia. Mise le mani in tasca e tirò il cappuccio del cappotto nero cercando di mimetizzarsi.
Passeggiò lungo la via dove aveva sempre vissuto fin da quando sua madre era tornata a casa per offrirle un futuro migliore, poi non si era rivelata una buona idea ma non si era mai sentita di dirlo a sua madre e faceva sempre di tutto per essere brava in modo da non creare ulteriori preoccupazioni in casa.
Rifletté sulla possibilità di andarsene, lasciare scuola, sobborgo e famiglia cercando fortuna altrove. Lucina era così presa dai suoi pensieri da non rendersi conto di aver girato per il lato sinistro del parco.
La zona era diventata tristemente nota come ritrovo di tossici e spacciatori, prostitute e altra umanità allontanata dalle brave persone della comunità. In molti mormoravano che lei stessa sarebbe finita in mezzo a quella gente, prima o dopo. Forse a drogarsi, forse a vendersi, forse a vendere droga ai loro bravi e puliti rampolli.
In quella particolare sera nessuno aveva trovato rifugio nei cespugli per un po' di amore clandestino o per lo scambio di soldi per una dose di paradiso artificiale. 
Mentre attraversava il sentiero in terra battuta Lucina pensava a come sarebbe stato bello avere amici, persone con cui confidarsi. Si immaginò quanto sarebbe stato divertente organizzare uscite e pomeriggi insieme, invece che stare sempre da sola, cercando di non essere vista, sperando di diventare invisibile.
Si fermò e alzò gli occhi al cielo, riuscendo ad intravedere la volta tra i rami degli alberi, pensando a quanto era bello il cielo.
Non si avvide, quindi, delle vivide fiammelle che da qualche metro si erano messe a seguirla silenziosamente. Se fosse stata un po' più attenta le avrebbe notate e sarebbe scappata. Quando si ritrovò circondata non riuscì nemmeno ad urlare e poté solo mormorare «Chi-chi siete?», mentre quelle si trasformavano in fluttuanti creature nere e si avventavano su di lei. Se anche ci fu una risposta, Lucina non riuscì ad udirla. Una di esse l'avvolse nel suo sudario nero pece. Nebbia bianca di levò dal manto e penetrò nella pelle della ragazza, che cadde riversa a terra, gli occhi sbarrati e le labbra spalancate in un grido muto. 
Non trascorse nemmeno mezz'ora che la ragazza cominciò ad ansimare, tossire e tenersi la pancia con le braccia. Lentamente riprese il controllo e si mise seduta, tirandosi indietro il cappuccio del cappotto e tirando un lungo respiro. «Finalmente! Finalmente! Il mio tormento è giunto al termine. Finalmente!». Rise sonoramente, la voce era diversa, tanto cristallina da risultare quasi tagliente. 
Sospirò di nuovo mentre si osservava le mani pallide e si tastava il volto, con espressione estatica. .
Si alzò in piedi spolverandosi il cappotto e i pantaloni, considerandolo uno abbigliamento ben strano per una fanciulla. «Bene, bene...Harmonia Breendley è tornata...e ora i responsabili potranno avere la loro punizione...Non avrei mai creduto di riuscire nel mio intento», sorrise al cielo di nuovo e tornò indietro ritrovandosi sulla via principale in pochi minuti. La sua testa vorticava di immagini e pensieri della povera ragazza di cui aveva preso il corpo, i ricordi di lei si sommavano ai suoi...Harmonia, una delle tante streghe che erano state condannate nei tempi bui dell'età moderna, decise che oltre che dei discendenti di chi l'aveva mandata a morire si sarebbe presa vendetta di chi si era divertito alle spalle dell'ex proprietaria del suo nuovo corpo. Meritavano tutti una lezione.
Si guardò intorno, come era cambiato quel posto dall'ultima volta che ci era stata. Sorrise mentre si accodava ai numerosi ragazzi e ragazze che, con indosso abiti delle più strane fogge, si stavano recando alla festa di Hannaleen. All'improvviso uno, da dietro, le diede uno spintone, facendola barcollare. «Ma chi abbiamo qui? Quella piccola bastarda di Lucina...dove credi di andare pantegana? Forse vuoi intrufolarti alla festa di Hannaleen come le persone che valgono, escrescenza schifosa? Ahahahah!! Vattene, prima che ti dia la lezione che ti meriti», disse una voce maschile con un'intonazione cattiva.
Con una piroetta la ragazza dai capelli così biondi da sembrare bianchi si voltò e lo guardò con espressione malvagia. «COme vi siete rivolto a me, screanzato mortale?», si mise le mani sui fianchi e gli occhi ben fissi in quelli del ragazzo, vestito da soldato e accompagnato da altri tre, con indosso altrettante divise mimetiche. «Che cosa? Allora hanno ragione quando dicono che sei stupida, oltre che cessa. Tornatene nella tua fogna, piccola schifosa lurida. Questo non è posto per te», le rispose facendole per dare un altro spintone, ma lei si scostò e quello ruzzolò a terra. «Aahahhaah!!! Idiota di un uomo! Mai mancare di rispetto ad una dama, soprattutto se quella dama sono io» e se ne andò senza voltarsi indietro. Gli amici del ragazzo, che aveva apostrofato in quel modo Lucina, si misero a ridere sguaiatamente. Eddie Frey si tirò in piedi e disse «Avanti! Muoviamoci, dobbiamo prendere quella schifosa prima che arrivi da Hannaleen...deve imparare a stare insieme alla feccia, cui appartiene. Questa sera non avrà scampo.»• Il gruppetto si lanciò all'inseguimento dirigendosi alla villa di Hannaleen.
Intanto Lucina proseguiva seguendo le persone mascherate, senza parlare con nessuno ed evitando il contatto fisico. A metà strada si fermò davanti ad una vetrina debolmente illuminata e si osservò. Non era niente male davvero, certo con qualche aggiustatina, pensò e sorrise. Si lisciò la chioma e sorrise di nuovo: aveva bisogno decisamente di un cambio di abbigliamento e anche di un po' di belletto. Si guardò intorno poi notò che all'interno c'era una persona e le fece dei segni, mimando la richiesta di entrare finché una donna anziana le aprì e Lucina si infilò dentro. 
«Grazie signora...ho bisogno del suo aiuto...ho bisogno di un vestito...scarpe...belletto...un mantello», disse mentre passava tra gli appendiabiti, osservando e accarezzando i vestiti. «Ha qualcosa di aderente in velluto? Nero, sarebbe perfetto», fissò la vecchia e mosse le labbra pronunciando qualche parola in una strana lingua. Quella si mosse, come se fosse stata comandata da una forza esterna, e in pochi minuti recuperò ciò che la ragazza aveva richiesto. Nel mentre lei aveva tirato le tende e si era spogliata, restando solo con la biancheria intima. Si osservò allo specchio, sempre più soddisfatta della sua scelta. Si provò un paio di abiti portatele dalla vecchia, senza esserne soddisfatta poi lo vide: lucente velluto nero, con lunghe maniche e un delizioso corsetto stringivita. Lo indossò. «Perfetto!», sospirò...da un mobiletto prese un paio di stivaletti in morbida nappa, le calze che aveva indosso erano un po' spesse ma avrebbe dovuto accontentarsi, per quella sera. «Bellissimi», disse procedendo ad infilarli. Trovò poi alcuni trucchi da teatro su un si truccò, scovando nel retrobottega un grosso specchio, pur mostrando qualche perplessità su ombretti, rossetti e altri oggetti che definì "diavolerie". «Molto meglio, il mio oscuro signore sarebbe così fiero di me», disse Harmonia sbattendo le ciglia intensificate con mascara, socchiudendo gli occhi resi ancor più profondi da ombretto nero e mandando un bacio alla sua immagine riflessa nello specchio con le labbra dipinte del colore del sangue.
«E ora vediamo di divertirci un po'», commentò tra sé e sé uscendo dal negozio, dopo essersi portata via anche una pochette nera e un cappotto di velluto, scovato in mezzo ai saldi.
Non appena si ritrovò in strada notò un gruppo di ragazzi vestiti come i marinai delle navi che spesso attraccavano nel vicino porto della cittadina dove era nata. «Guardate...è Lucina!», disse uno di loro indicandola. «Ma come si è vestita?», gli fece eco un altro ridacchiando ma fermandosi ad osservarla. Lucina gli sorrise e gli mandò un bacio, avvicinandosi.
«Buonasera esimi gentiluomini - esordì, tutti si accorsero che la sua voce era differente da come se la ricordavano - forse potreste indicarmi la via per raggiungere la casa di questa Hannaleen. Ho sentito che è in corso un ricevimento e ho decisamente voglia di un po' divertimento vecchio stile. Non mi faccio una bella risata da più di quattrocento anni e questa è la serata ideale per divertirsi».
Quelli si misero a ridere, «Se Hannaleen ti vede alla sua festa di Halloween penso che potrebbe arrivare ad ucciderti - disse quello con il cappello dalla piuma nera assumendo un'espressione seria-. Lo sai che non ti può sopportare». Harmonia, che a tutti appariva come Lucina, che non aveva mai avuto vita facile per via dell'essere la figlia di una madre nubile, per non esser mai stata alla moda, per avere gusti che non erano condivisi. Tutte cose che per la rinata strega invece rendevano la ragazza speciale. 
Harmonia rise, «Ci deve solo provare, quella sciocca. Questa notte è il mio momento di rivalsa su questo mondo e ho intenzione di godermela fino in fondo. E potete chiamarmi Harmonia, gentile messere...e troverei delizioso se foste così gentile da accompagnarmi, non son sicura della strada. Inoltre non vorrete lasciarmi da sola a fronteggiare quei violenti con indosso tute a chiazze». Il ragazzo guardò gli altri, quella nuova personalità di Lucina non gli dispiaceva affatto, inoltre non aveva mai sopportato Eddie ed i suoi amici. «Va bene, ti accompagneremo e Eddie non ti farà alcun danno...su Hannaleen non posso giurarci. Ti odia per davvero». Si incamminarono, la loro meta era a meno di dieci di minuti.
Intanto Eddie e gli altri erano arrivati a casa di Hannaleen e le avevano detto che Lucina aveva tutta l'intenzione di presentarsi. La reginetta della scuola ebbe un moto di rabbia e, raccogliendo le gonne del suo costume da dama, si fece largo tra gli invitati fino a raggiungere l'ingresso. «Quella schifosa dovrà vedersela con me. Partecipare alla mia prestigiosa festa, ma chi si crede di essere? Mischiarsi con noi».
Hannaleen accolse alcuni invitati ritardatari poi si mise di fronte alla porta, dietro di lei si sistemarono Eddie e gli altri, in attesa che Lucina si mostrasse.
Non trascorsero più di cinque minuti che Harmonia, insieme ai suoi nuovi amici, fece la sua apparizione. Hannaleen restò a fissarla, non solo osava presentarsi a casa sua ma aveva anche l'ardire di farlo insieme a Kayran. «Eccoci arrivati. Resta vicino a noi», le disse Kayran indicandole Hannaleen e gli altri.
Senza dargli retta Harmonia si staccò dal gruppetto e con un gesto della mano fece aprire il cancello, soddisfatta nel scoprire che la sua magia aveva conservato tutto il suo incredibile potere. Lesse la targa e quasi sobbalzò, incredula di fronte a tanta fortuna: quella con cui avrebbe dovuto confrontarsi era niente meno che la discendente del giudice Metcalf, che l'aveva mandata alla forca con l'accusa di essere una seguace delle forze oscure, dell'antica religione...Harmonia non riuscì a trattenere una risata di trionfo.
Avanzò sicura di sé, sentendosi gli occhi non solo di Kayran ma anche di Hannaleen, di Eddie e di molti sconosciuti.
«Non hai veramente ritegno», urlò Hannaleen man mano che la ragazza che aveva l'aspetto di Lucina si avvicinava, un sorriso di scherno dipinto sul volto truccato. «Non credere che ti lascerò insozzare la mia bella casa con la tua schifosa presenza, lurida figlia di una donnaccia...sei esattamente come tua madre. tutta la tua schifosa famiglia...».
Harmonia arrivò davanti a lei, superandola di un buon cinque centimetri. Allungò una mano e senza nemmeno toccarla la fece finire addosso a Eddie e agli altri. «Zitta, non sai nemmeno di cosa stai parlando, povera sciocca. Non hai idea di chi io sia».
Harmonia si volse, i capelli mossi da un vento impercettibile, lo sguardo acceso di fiamma e la pelle splendente. «Io sono la Regina di questa notte, io sono la Gran Sacerdotessa di Samhain...o come lo chiami tu e i tuoi seguaci Halloween...Io sono colei che regna incontrastata in questa notte!». Rise la strega ragazzina alzando le mani al cielo e facendone sprigionare lampi azzurrini, ridendo allo scatenarsi della tempesta. Si rivolse di nuovo a Hannaleen, avvicinando il viso a quello paonazzo della ragazza. «Parli insultando chi non vi ha fatto nulla, odiate qualcuno solo perché diverso da voi. Sei identica al tuo antenato, quello stolto superficiale del giudice Harvey Metcalf ma ora sono tornata e avrai la lezione che meriti».
Harmonia fece un paio di passi indietro e allungò la mano destra verso Hannaleen, lentamente quella fu sollevata in aria. Qualcuno urlò, i più non riuscivano a spiccicar parola per lo stupore.
Harmonia fece vorticare per alcuni minuti la povera Hannaleen, mentre la pettinatura si disfaceva, il trucco colava e il vestito veniva trasformato in un mucchio di stracci. Poi la rimise in terra. «Eccoti servita, questo è l'abbigliamento che ti si addice...sporco quanto lo è la tua anima». Hannaleen scoppiò in lacrime. «Tu, tu...Lucina l'ho sempre detto che tu sei cattiva, malata...feccia. Meriti di essere odiata. Invidiosa lurida schifosa».
A quelle parole si alzò un forte vento e Harmonia concentrò la sua rabbia, repressa da quattrocento anni contro la ragazza. Nuovamente Harmonia pronunciò parole incomprensibili e Hannaleen si ritrovò scaraventata nuovamente addosso ad Eddie. Quello, imitato da altri, si ritrasse schifato. Hannaleen ora indossava abiti del tutto simili a quelli che Harmonia conosceva da i ricordi di Lucina e aveva lo stesso aspetto trasandato e non alla moda. «Ora tu sei esattamente identica a chi tanto hai in odio. Ti avevo detto che con me non si deve scherzare. Non provo pietà e tanto meno simpatia per le persone grette, egoiste e superficiali. Stai zitta se non vuoi che ti faccia spuntare anche due orecchie a sventola o ti faccia cadere i capelli...hahahah».
Eddie, che solo per il fatto di essere il cugino di Hannaleen si sentiva in obbligo di fare qualcosa, si lanciò verso Harmonia ma fu intercettato da Kayran, che lo spedì a terra con un pugno
Harmonia la superò ed entrò, venendo accolta da uno scroscio di applausi e qualcuno le si avvicinò congratulandosi con lei per i suoi "trucchetti".
Kayran la raggiunse. «Complimenti. Hai veramente messo a posto Hannaleen. Veramente sei la Regina di Halloween». Tutti i presenti ripeterono quel titolo come una cantilena
Harmonia si godette il momento fino a che intravide il chiarore dalla finestra. «Devo andare» disse correndo via, pur a malincuore ma il suo signore oscuro era stato chiaro: aveva solo quella notte per mettere a posto il suo conto in sospeso con i Metcalf. La sua missione era compiuta.
Era senza fiato quando si ritrovò nella radura dove si era impossessata del corpo di Lucina, sorrise quando i fuochi fatui apparvero trasformandosi negli spiriti passati. Fu avvolta dai lunghi sudari neri e si sentì tornare eterea, abbandonare il corpo per tornare nell'oscurità. Poi fu solo buio e silenzio.
Era mattina inoltrata, il sole tiepido riscaldava appena l'aria quando Lucina si ridestò, di fronte a lei stava Kayran. «Tutto bene?», le disse porgendole la mano. Lei l'afferrò guardandolo confusa. «Ti ho cercato tutta mattina, da quando all'alba sei scappata. Non si parla d'altro che della lezione che hai dato ad Hannaleen durante la sua festa».
«Lezione? Che lezione?», soffiò Lucina senza capire. Si guardò chiedendosi perché mai indossasse quel vestito, quelle scarpe preoccupata di dove potessero essere i suoi soliti abiti e di cosa avrebbe detto il nonno quando sarebbe tornata a casa dopo la scenata che gli aveva fatto. Mentre faceva quel pensiero gliene spuntò un altro, in fondo non aveva fatto niente di così terribile, niente di così irreparabile. Sorrise senza accorgersene, sentendosi bene, sentendo la vita fluire in lei.
«Prima di te nessuno aveva mai avuto il coraggio di affrontare Hannaleen. Ti sei comportata da autentica Regina di Halloween, Lucina».
«Samhain, Regina di Samhain...e chiamami Harmonia», rispose di getto sorridendo, «Io sono Harmonia».
Lo prese sottobraccio e si fece condurre fuori dal bosco e lanciò un ultimo sguardo prima di buttarsi nella sua nuova vita.



venerdì 19 ottobre 2012

HALLOWEEN


Halloween
La notte distende un velo di stelle,
dalle tombe e dalle cappelle
escono i defunti del passato anno
nei brandelli dei sudari si aggirano
e dei vivi ancora il tocco cercano
Halloween
Antica tradizione, sacralità riverita
e nei secoli mai dimenticata 
tanto meno abbandonata
dal consumismo moderno in una festa da bambini
sei stata trasformata
Halloween
Zucche intagliate, lanterne brillanti, 
feste mascherate e risa contagianti
accompagnano il trascorrer delle ore
dal tramonto all'alba, fino al sorgere del nuovo sole


venerdì 28 settembre 2012

L'INCANTO DI NINA

Nina. Non si poteva dire che Nina, una bimbetta di nove anni, fosse una bellezza. Era un'anonima ragazzina magrolina e dai lineamenti troppo marcati. Gli occhi neri erano infossati nel visetto dalla pelle sempre arrossata dal freddo o da qualche attacco di febbre, e i capelli le cascavano in viso nonostante li legasse continuamente. Da piccola era caduta malamente e quando camminava tendeva a zoppicare appena appena dalla gamba destra. Nina non era nemmeno una bimba sana: per più della metá dell'anno era sempre malata, in modo più o meno grave. Il resto del tempo lo trascorreva alla scuola di danza di Madamoiselle Adelle, esercitandosi con caparbietá e costanza. Vi era stata iscritta da sua madre per cercare di risolvere la zoppia e ben presto per Nina il ballo era diventato il fulcro di ogni suo interesse. Solo danzando la piccola Nina si sentiva in pace con il mondo e dimenticava le prese in giro degli altri bambini e la pietá che percepiva dagli sguardi di certi adulti.

Sua madre, Santine, era una delle lavoranti del grande maestro gioielliere Fabergé. Dal suo paesino in Francia, dove aveva imparato a incastonare le pietre preziose più belle e rare, era stata portata a San Pietroburgo a lavorare per l'ideatore delle meravigliose uova, che tanto piacevano ai reali e ai ricchi del paese e non solo. Nel gelo dell'inverno russo era nata Nina e spesso, negli anni seguenti, la bimba aveva trascorso parecchi pomeriggi, di ritorno dalla scuola di balletto, nella fabbrica in attesa che sua madre terminasse il lungo turno di lavoro.
Quando era sicura che il Maestro non fosse nei paraggi si metteva a danzare, volteggiando armoniosamente tra i tavoli, leggiadra ed eterea come una creatura di fantasia. Al termine faceva la riverenza e riceveva gli applausi delle altre lavoranti.
Era quello che sua madre definiva "L'incanto di Nina", quando volteggiava sulle punte la bimba si trasfigurava, diveniva bellissima con i riccioli sciolti, che in onde sinuose seguivano i movimenti del corpo, le gambe che piroettavano dritte e senza difetti, gli occhi socchiusi assumevano un'espressione estatica. Tutto in lei sprigionava gioia e serenitá, contagiando chi la guardava.
Per le operaie di Fabergé gli intermezzi regalati da Nina sollevavano per pochi minuti lo spirito e speravano per la figlia di Santine un futuro da grande ballerina. Se lo merita, povera creatura coraggiosa, si dicevano pensando alla sua situazione di salute.

Nel 1916, all'inizio di marzo, lo Tsar Nikolaj II mandó a chiamare l'orafo. Gli chiese di creare una delle sue spettacolari uova per la minore delle sue figliole, la Granduchessa Anastasia Nikolaievna Romanova, come dono per la pasqua. Il sovrano di tutte le Russie spiegó che doveva essere qualcosa di mai visto prima. Fabergé, pensieroso, riattraversó San Pietroburgo cercando un'idea che potesse essere originale abbastanza da soddisfare non solo la giovanissima principessa ma soprattutto lo Tsar. A grandi linee sapeva come doveva procedere: un carillon azionato al momento dell'apertura avrebbe diffuso dolci note...e poi ci voleva qualcosa di strabiliante.
Tornó in fabbrica agitato e invece di andare a chiudersi nel suo ufficio decise di passare a vedere come procedeva il lavoro: gli ordini erano molti e la richiesta dello Tsar avrebbe rallentato l'opera. L'uovo per Anastasia aveva la precedenza. Entró nel settore dove lavorava Santine nel bel mezzo di una piroetta di Nina e si fermó abbagliato ad ammirare la grazia della ballerina. Mai gli sembrava di aver veduto bambina più graziosa di quella...e l'idea gli balenó in testa come un fulmine: all'interno del prezioso carillon avrebbe inserito, su un piccolo proscenio di velluto, una riproduzione danzante di Nina. Avrebbe di sicuro appagato la richiesta del monarca. "L'incanto di Nina", si sarebbe chiamato, decise dopo aver ascoltato il racconto di Santine sulla figlia.

Senza porre indugio Fabergé formó una squadra di artigiani per realizzare l'opera: l'esterno sarebbe stato di un intenso viola, lucido, con file di diamanti a decorarne la cinconferenza. In cima avrebbe avuto uno stemma con il monogramma di Anastasia. La chiusura sarebbe stata in oro, con bottoncini di rubino. L'interno, foderato di velluto viola, avrebbe riprodotto l'interno di un teatro e la figuretta di Nina la ballerina si sarebbe esibita al suono di un allegro motivetto tradizionale russo.

Santine era orgogliosa per sua figlia e mentre le voci dell'imminente rivoluzione cominciavano a spargersi anche a San Pietroburgo lei era sempre felice e sorridente. Nina non capiva e proseguiva tra la scuola, il balletto, le ore ad aspettare sua madre in fabbrica e quelle cominciavano ad essere le più divertenti perchè ora aveva il permesso di danzare sempre.
Un abile operaio riprodusse, per un'altezza di circa 12 centimetri, fedelmente l'espressione di pura felicitá di Nina e le movenze del suo delicato corpicino, che adornó con un tutù in miniatura di vaporoso tulle rosa pallido. Tutti erano sicuri che quell'uovo avrebbe avuto un successone.

Giunse l'inizio di marzo del 1917. Scoppió la rivoluzione e il mondo che tutti conoscevano implose, liberando violenza e crudeltá, nel nome del popolo.
Nella fabbrica di Fabergé gli operai stavano completando quello che ormai consideravano il loro capolavoro: le ultime pennellate di smalto, ritocchi alle pietre preziose, il cesello incastonó la firma dell'orafo e anche il piedistallo, su cui la piccola scultura ovoidale fu deposta, venne terminato. Lucidato e impacchettato l'uovo per quella pasqua era pronto per essere consegnato.

Una gelida mattina dell'inizio di marzo del 1917 Fabergé si apprestó a raggiungere il palazzo imperiale per consegnare il dono quando giunse la notizia che lo Tsar aveva abdicato e ufficialmente la monarchia non esisteva più. La famiglia imperiale era imprigionata nel palazzo di Alessandro. La rivoluzione era cominciata, le voci che circolavano erano divenute realtà.
L'orafo comprese che era l'inizio della fine. Scrisse un biglietto e lo affidó alla piccola Nina, dicendole di andare più in fretta che poteva al palazzo e consegnarlo a qualcuno che lo facesse giungere alle mani dell'imperatore Nikolaj. La bimba si involó, ma non giunse mai a destinazione: lungo la via un gruppo di rivoluzionari, alterati dalla vodka, la intravidero sfrecciare e la chiamarono intimandole di fermarsi. Nina non lo fece e quelli spararono per spaventarla, ma un colpo la raggiunse ugualmente e lei cadde neve, esalando un ultimo gelido sospiro.
Santine non sopravvisse alla morte ingiusta di sua figlia, si uccise il giorno del funerale e fu seppellita insieme alla figlia.

Ad ottobre una nuova rivoluzione si accese in ció che restava dell'impero degli tsars e anche Fabergé non fu risparmiato. A dicembre alcuni bolscevichi irruppero nella fabbrica, blocccandolo, e comunicandogli che da quel momento la sua fabbrica sarebbe stata diretta da una commissione di lavoratori.
Tentarono di prendere il pacco, conservato in una vetrinetta, ma alcuni operai si frapposero dicendo che quello era un lavoro personale di Fabergé e come tale non andava toccato. Gli uomini di Lenin se ne andarono berciando ed inneggiando alla rivoluzione e alla nascita di uno stato di equitá per tutti i lavoratori.
L'anno seguente la fabbrica fu nazionalizzata e in estate i Romanov giustiziati. "L'incanto di Nina" era sempre chiuso nel pacco, nessuno l'aveva mai più visto. Fabergé lo prese e lo portó con sé, nel difficile e periglioso viaggio lontano dalla Russia rifugiandosi in Germania e poi passando in Svizzera, nel 1920, insieme al figlio maggiore Eugène. In quei due anni la sua unica compagnia fu proprio quello splendido uovo viola, all'interno del quale si perdeva a fissare per ore la riproduzione di una bambina dai capelli neri che piroettava sulle punte delle sue scarpette da ballo.
Fu col capo reclinato davanti al meraviglioso oggetto che lo trovarono il 24 september 1920.
Nel 1929 Eugène Fabergé riuní le ceneri del padre ponendole all'interno della tomba di sua madre a Cannes. A far compagnia ai due sposi lasció un carillon silenzioso e la ballerina ormai immobile. Anche lei per sempre.

domenica 8 gennaio 2012

HALLOWEEN FRIGHT NIGHT


HALLOWEEN FRIGHT NIGHT!

«Sun goes down, behind those dark hills. Moon shines in the starred dark sky. Dead People is ndering in the streets. Rise the night, just after sunset. Beware who might you meet».

Jeremy emise uno sbuffo: essere malato ad Halloween. Non poteva esserci sfortuna peggiore, per lo meno se anche voi foste stati un bambino di dieci anni. Guardò fuori dalla finestra, notando come il giorno avesse ormai lasciato il posto alla sera, quindi al divertimento. Da dieci giorni ormai era inchiodato a letto, a causa di una brutta influenza e sperava di essere sulla via della guarigione ma il medico, passato poche ore prima per un controllo, era stato perentorio: impensabile uscire per fare il giro del vicinato bussando di porta in porta invocando «dolcetto o scherzetto».
«Ti rifarai il prossimo anno, caro», gli aveva detto la mamma passandogli amorevolmente una mano sulla fronte, sentendola scottare. Di contro Jeremy aveva sbuffato e poi fatto gli occhi dolci, aveva implorato, inveito. Senza successo.
Sua madre voleva ignorare il fatto che lui si stava perdendo quell'evento e che, nei giorni seguenti, sarebbe stato escluso da tutti i racconti - interessantissimi - su quella sera.
Tossì, emettendo un rumore cavernoso e rauco, sentendo un dolore acuto raschiare la cavità della gola. Sua madre, senza scomporsi, gli preparò lo sciroppo e glielo porse quindi gli infilò sotto l'ascella il termometro. Jeremy rabbrividì al contatto del vetro freddo con la pelle accaldata dalla febbre. Dopo un tempo che gli sembrò interminabile poté passarlo alla genitrice che ne lesse il risultato: 39. Quelle due cifrette al ragazzino suonarono al pari di una sentenza di morte e la notizia lo spossò ancor più di quello che già non fosse per la malattia.
«Cerca di riposare», gli disse la mamma uscendo, Jeremy riuscì a malapena ad annuire, sprofondando sotto il piumone, al caldo.
La donna scesa al piano inferiore e si sedette sul divano, riprendendo la lettura, interrotta dall'arrivo del medico. L'orologio a cucù, ereditato da una vecchia zia, rintoccò le sei. Il campanello gli fece eco pochi secondi dopo. Stupefatta la donna andò alla porta, era un fatto strano dato che i bambini arrivavano sempre sul tardi essendo la casa una delle ultime della via.
«Buonasera ragazzi», disse al gruppetto di amici di suo figlio che le si presentarono davanti: ognuno di loro indossava un costume ma dietro le maschere i visetti avevano espressioni decisamente imbarazzate. Jillian si aspettava la frase di rito ma al contrario quelli balbettarono qualche parola, farfugliando. Alla fine fu Sarah, una ragazzina magra travestita da gatto con tanto di orecchie e coda, a prendere la parola. «Scusi il disturbo, siamo passati a salutare Jeremy. Possiamo vederlo?».
La donna la fissò poi spostò lo sguardo indagatore sugli altri, infine su un punto imprecisato in cima alle scale: suo figlio stava riposando ma non se la sentiva di negare quell'incontro. «Andiamo, ma fare piano. Forse Jeremy sta dormendo. Aveva ancora la febbre alta quando gliel'ho provata poco fa».
Li precedette, fino alla camera di Jeremy e bussò: «Caro? Ci sono i tuoi amici, sono passati a trovarti...Sei sveglio?» Dall'interno nessuna risposta e sul viso dei bimbi la donna scorse un'espressione di delusione. «Sono davvero dispiaciuta...Venite di sotto, vi do qualche dolcetto». 
A ciascuno diede una bella manciata di caramelle e cioccolatini, magra consolazione per loro che speravano di salutare il loro amico. Li riaccompagnò all'ingresso e li osservò mentre si allontanavano nel crepuscolo: la loro meta era la casa della signora Evernine. Jillia si domandò se non dovesse indirizzarli altrove: fin da quando lei una bambina, le era stato insegnato che quell'abitazione andava evitata durante il giro di Halloween dato che sulla donna che vi viveva erano sempre circolate numerose strane storie. Alla fine sorrise di sé, i ragazzini di ora non credevano alle vecchie superstizioni.
Rabbrividì e chiuse la porta, dal piano di sopra non proveniva alcun suono: Jeremy doveva essersi addormentato. Sperò che quella brutta influenza passasse in fretta e senza complicazioni. Stringendosi lo scialle intorno alle spalle andò in cucina e si preparò una tisana quindi si mise a sua volta sotto le coperte concentrandosi sullo zapping ma la stanchezza prese il sopravvento e dopo pochi minuti si appisolò. Fu a causa della spossatezza che l'aveva avvolta, il rilassamento per il tepore del letto o semplice distrazione che il suo cervello non registrò che i bambini che si erano lasciati alle spalle la sua casa priva di decorazioni non erano cinque ma sei e di questi uno aveva avuto il colpo di genio di vestirsi da malato, con tanto di pigiama e vestaglia.
«Almeno potevi ricordarti di metterti le ciabatte», Kevin apostrofò Jeremy fissandogli le calze di spugna, la cui parte inferiore era ora diventata grigia scura. Senza dubbio ora della fine della serata sarebbe stata nera. L'amico stava per rispondergli a tono ma invece gli uscì un secco colpo di tosse. «Forse non è stata una grande idea, J», commentò Sarah guardandolo e mettendogli una mano sulla fronte, nello stesso modo di sua madre. Jeremy si ritrasse, avevano la stessa età ma alle volte lei se ne usciva con frasi da adulta. Jeremy spallucciò e Robbie diede voce ai pensieri di tutti. «Sarah non potevamo permettersi che si perdesse il giro di Halloween. Non sarebbe stato lo stesso, lo sai bene anche tu»...Evan ed Harry gli fecero eco emettendo un ululato.
Sarah alzò le braccia in segno di resa. «Avete ragione, però faremo un giro più corto in modo che ritorni prima di cena e sua madre non riesca ad accorgersi che è uscito». Il tono di adulta fu accolto da un coro di «booo».
Il gruppetto si fermò, erano arrivati davanti alla veranda della signora Evernine. Robbie si spostò, ghignando, e si inchinò a Sarah «Prima le signore». Gli altri pappagallarono la frase e la bambina, sentendosi punta nell'orgoglio, si mosse verso i gradini ripetendosi che si trattava solo di una vecchia signora eccentrica.
Bussò, una, due, tre volte e fece un cenno ai suoi compagni di avvicinarsi. Si ritrovarono di fronte all'uscio serrato, in attesa.
Infine la porta cigolò, si aprì uno spiraglio e un viso rugoso comparve nello spazio. Sul naso adunco erano poggiati un paio di occhiali dalla sottile montatura dorata. Sarah singhiozzò per lo stupore ed emise un versetto, che nelle sue intenzioni doveva essere un saluto, cui fece seguire un sorriso.
L'anziana li fissò con curiosità e solo dopo un certo tempo realizzò la ragione per cui si trovavano sulla sua proprietà e perché l'avessero disturbata.
«Mi dispiace miei cari» - parlava piano, strascicando le parole - «Non ho niente da darvi. É tanto tempo che non celebro questa serata. Se foste bambini saggi lo fareste anche voi, è tardi e dovreste essere a letto da un pezzo a sognare gli angioletti, invece di andare in giro per le strade dopo il tramonto. Non si sa mai chi si può incontrare...». 
E chiuse la porta senza aggiungere altro.


Mestamente i sei se ne andarono, ogni traccia di divertimento era scomparsa ma nonostante tutto riuscirono a mettere insieme un discreto bottino e decisero che era meglio accompagnare a casa Jeremy.
Fu allora che si accorsero di essere soli in strada e che tutte le case erano buie, come se fossero disabitate. «Ma cosa è successo? Dove siamo finiti?», chiese Jeremy guardandosi intorno senza riconoscere nulla di quel luogo freddo e oscuro.
Scorsero un gruppetto di ragazzi, che se ne stavano seduti in cerchio nei pressi di un'abitazione abbandonata e si passavano una bottiglia, bevendo a turno e ridendo sguaiatamente. Guidati da Kevin li raggiunsero e notarono che, pur essendo di poco più grandi di loro, erano completamente ubriachi. Evan si fece avanti e domandò se sapevano dove fossero e se conoscevano un modo per raggiungere la via...quasi venne loro un colpo quando uno di quelli rispose che erano proprio dove volevano andare e indicò una casa oscura e priva di abitanti.
«Il bambino che viveva là insieme ad alcuni suoi amici sono scomparsi qualche anno fa, in una notta di Halloween. La madre è impazzita e hanno dovuto rinchiuderla in qualche manicomio, le altre famiglie non hanno resistito e se ne sono andati quando è stato chiaro che non sarebbero stati ritrovati vivi. Adesso qui ci siamo solo noi». Sarah strinse gli occhi e urlò «Bugiardo! Non è vero! Noi non siamo scomparsi!! Siamo qui, non vedi? Ci stai parlando!! Non siamo scomparsi!! Abbiamo appena finito il nostro giro, come tutti gli anni. Non è come dici tu, non è come dici tu, non è come dici tu».
Un altro, dai denti marci, rise. «Invece è andata esattamente come ha detto lui». Indicò un foglio rovinato dalle intemperie, i loro nomi si intravedevano ancora e una parte dell'accorato appello dei loro genitori.
«Limbo, Inferno, nulla: decidi tu quello che è ma qui siete e qui resterete. La vostra è stata una morte violenta e dato che questa era la zona dove vivevate e dove si è consumata la vostra fine, qui siete confinati. Io mi sono schiantato contro quell'albero e anche i miei amici hanno avuto una sorte simile. Ad Ognissanti ci è permesso tornare qui e festeggiare...Abituatevi. Funziona così, per il resto del tempo sarete solo spiriti inquieti confinati nel silenzio delle dimore dove abitavate da vivi». Rise e prese un lungo sorso dalla bottiglia.


Era la vigilia di Ognissanti, il quartiere si stava riprendendo dalla morte dei sei bambini: l'assassino non era stato ritrovato e le speranze erano ormai ridotte al lumicino. Il crepuscolo si era già trasformato in notte e la signora Evernine posò il vecchio libro di cucina, ereditato da sua madre, e lanciò un'occhiata all'orologio appoggiato sopra il camino: era ora di pensare alla cena. Faticosamente si alzò dalla poltrona e si diresse in cucina.
«Stasera mi andrebbe della cervella impanata, accompagnata da del delizioso purée. Ormai i miei denti non sono più quelli di una volta», si disse l'anziana mentre dal grande frezeer, che occupava la parete in fondo alla stanza, estraeva un grosso sacchetto, dalla forma di una palla. Portò il suo carico fino al piano di lavoro e cominciò ad aprirlo, rivelando al suo interno una testa umana. Sulla sommità del capo spuntavano delle strane orecchie da gatto di finta pelliccia.
Riservò alla testolina un'occhiata comprensiva e da un cassetto recuperò gli strumenti adatti per aprire il cranio.
«Mia piccola cara, ve l'avevo detto che non si sa mai chi si possa incontrare la notte di Halloween. Devo ammettere che non è stato un male che vi siate presentati alla mia porta...siete dei buoni bambini».
Rise, da sola, nella grande cucina portando alla bocca e succhiandolo come un ghiacciolo un pezzo del cervello di Sarah, quasi undici anni e fino a due anni prima residente in quella via di periferia.