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martedì 30 aprile 2013

L'ULTIMA VOLTA DI EUNICE

Davanti allo specchio Eunice si tocca lo zigomo arrossato. Una escoriazi
oncina é appena appena percettibile sotto il suo indice, ancora tremante per lo scontro consumatosi poc'anzi. Al tocco leggero le sembra che l'osso sia a posto, ma il dolore causato dall'ultima sberla all'altezza della tempia l'ha stordita. Ricaccia indietro le lacrime insieme al mal di capo. Non ha alcuna intenzione di dare a Saverio la soddisfazione di vederla piegata di fronte al suo ennesimo scatto d'ira gratuito. Quella sarà l'ultima volta.

"Questa volta no. Questa è l'ultima volta". Si ripete la donna mentre disinfetta con acqua ossigenata il puntolino rosso, chiusa a chiave nel bagno. Trattiene il respiro mentre il batuffolo di cotone sfiora l'epidermide. Si siede sul bordo della vasca, la testa appoggiata alla fredda ceramica del lavandino e cerca di recuperare il respiro, respingendo singulti e lacrime. Non piangerà per la bestia che è di là e che non riesce più a chiamare marito. E quella sarà l'ultima volta. Prima di uscire si spalma un po' di fondotinta sullo zigomo, per attenuare il rossore, nonostante il pizzicore il suo viso torna quasi accettabile. I segni del tempo non sono così visibili se mantiene un'espressione rilassata e sorridente, in questo frangente il discorso è completamente all'opposto: dense macchie scure devastano il contorno occhi, il rossore sullo zigomo spicca ancora anche da sotto la crema e dal naso alla bocca si disegnano due spesse rughe.
"É l'ultima volta", Eunice si rivolge alla se stessa dello specchio prima di uscire e dirigersi in cucina. "L'ultima volta". 

Dall'altra stanza Saverio si è seduto sul divano fumando, sa bene quanto sua moglie odi l'odore del sigaro. Ride guardando l'orologio, sa che a breve dovrà uscire per preparare la cena, "e se non sarà più che deliziosa avrà un'altra lezione", sghignazza tra sé e sé Saverio aspirando lunghe boccate. Ha acceso il televisore ma non lo guarda, spia invece la moglie che si affaccenda a cucinare. Immagina il suo corpo, ancora asciutto, sotto la vestina da casa che indossa. Sul suo viso compare un'espressione di cupidigia.
Saverio aspira ancora, con aria assorta, senza dar retta ai servizi del telegiornale, pensa a ciò che farà a sua moglie più tardi, quando si saranno coricati. Il suo olfatto è distratto, senza preavviso, da un appetitoso profumo di cibo. Si alza e va verso la cucina, intenzionato a decifrare quell'aroma, gustandolo direttamente.
Attraverso la porta socchiusa Eunice canticchia una vecchia melodia della loro gioventù, Saverio si ferma e infila la testa nello spazio: sua moglie si muove tra il tavolo e i fornelli tagliando, versando in pendola, dosando i condimenti. E dai tegami si spandono nuovi profumi. Fa per entrare ma lei gli si frappone davanti, sorridente nonostante la chiazza mal coperta da qualche intruglio cosmetico. "Tesoro vai di là e versati un aperitivo, qui mi ci vorranno ancora dieci minuti. É una sorpresa per te. Tesoro", scandiscono le labbra rosate, ancora piene nonostante ad un attento esame si riescano ad intravedere le cicatrici dei tagli passati. E lo spinge fuori con il suo corpo, guardandolo con espressione serena, ma l'uomo scorge qualcosa di anomalo negli occhi della donna, di mai visto prima di quella sera.
A Saverio non resta che ubbidire e torna in salotto dove si versa una generosa dose di whisky. Lo sorseggia con gusto mentre ripensa alla scena di poco prima, al comportamento di Eunice. Sicuramente una tattica per compiacerlo, come se tutto questo potesse evitarle il programma che ha in mente per lei per il dopocena.

"Eccoti caro, siediti", cinguetta Eunice scostando la sedia ed invitandolo ad accomodarsi al tavolo, il vino è già nel bicchiere e un piatto di spezzatino con le patate è già nel piatto. Quando lui si è seduto, finalmente anche lei prende posto, si serve una piccola porzione di carne e si versa un bicchier d'acqua.
Saverio trangugia l'ultimo sorso di whisky e si getta sulla pietanza, inghiottendola quasi senza masticare. "Non male", chiosa tra un boccone e l'altro. Eunice china il capo e sorride poi gliene serve un'altra porzione. E anche questa in pochi minuti è terminata. Prima che Saverio possa aprire bocca gli è servita una coppa di frutti di bosco, resi più brillanti dalla granella di zucchero.
"Mi vuoi viziare?", ride sguaiatamente l'uomo prendendo una generosa cucchiaiata delle bacche, Eunice si schermisce con una risatina ma questa volta non gli toglie gli occhi di dosso. Non c'è espressione in essi, lo guarda ma ha l'impressione di non vederlo. "É l'ultima volta".

Dopo la gran mangiata che si è fatto Saverio pensa che, forse, potrebbe rimandare il programma ad altra sera ma lascia decidere la sorte di Eunice al caffè: se sarà buono come il resto le concederà una tregua. Altrimenti non le sarà risparmiato alcunché. Ride tra sé, seguendo i movimenti della donna che riempie la moka prima di acqua, poi di profumato caffè e infine pone il tutto sul fuoco.
In pochi minuti un intenso profumo di arabica si spande per la cucina e una tazzina compare, come per magia, davanti a Saverio. "Come piace a te", aggiunge Eunice tornando al suo posto e sorridendo. Quasi in un sol sorso il marito butta giù anche il caffè, il sapore gli ricorda quello che beveva nelle estati della sua gioventù a casa dei nonni.
Sorride ad Eunice, con quella cena si è guadagnata una tregua, ma per l'indomani aveva già in mente nuovi giochi da sperimentare. "Torna di salotto e fumati un sigaro - gli dice - mentre io finisco di rassettare". A quelle parole Saverio guarda Eunice, possibile che abbia veramente udito? Lei gli sorride e ancora lui scorge quello strano sguardo nei suoi occhi. Non se lo fa ripetere e fila in salotto, si accomoda sul divano e si accende un secondo sigaro.
Dalla cucina giungono le flebili note di una vecchia canzoncina e cullato da quelle in poco tempo Saverio si assopisce.


É un rumore pesante e cadenzato, come di qualcuno che sta camminando indossando pesanti scarponi da lavoro, che desta Saverio. Nell'intontimento che segue il torpore, scorge l'ora: le 22.45. Ha dormito meno di due ore ma non si sente affatto riposato. Alle sue spalle ancora il rumore cadenzato di passi. Fa per alzarsi ma si trova immobilizzato. Di fronte a lui, seduta sulla poltrona c'è Eunice, che lo fissa con quegli occhi privi di qualunque espressione. "É stata l'ultima volta", afferma lei con vigore, con una voce nuova che lui in quei dieci anni di matrimonio e di soprusi, quasi quotidiani, non le ha mai udito. "Potete portarlo via".

Come dal nulla appaiono due gigantesse, vestite con quella che sembra una divisa. Lo afferrano con mala grazia e se lo caricano sulle spalle. "Un altro", dice una all'altra, da quelle labbra serie e tirate esce una vocina da usignolo, che contrasta con il suo aspetto. Saverio cerca di liberarsi contorcendosi e piangendo, implorando e minacciando. "In ultimo fanno sempre così", dice l'altra. Anche in lei, che ha un'apparenza piuttosto mascolina, la voce mantiene una femminilità d'altri tempi.
Con il loro fardello se ne vanno, Eunice attende fin quando non ode più i passi delle due e solo allora si alza, chiude a chiave la porta e si concede un vero autentico sorriso a cuor leggero. Dalla tasca del grembiule trae il cellulare, di cui ha tenuto segreto l'acquisto al marito, e rilegge l'unico sms ricevuto su quel numero: "É l'ultima volta. Sparirà. Parola di Calipso*".

Ora è libera e dal giorno dopo avrebbe avuto una nuova vita.




*Calipso -> centro autonomo libero in permanente sospensione ominosa

mercoledì 5 dicembre 2012

STORIE STRIMINZITE

Storie striminzite 1/4
Questa é una sfida per me, che ho uno stile ricco e, spesso, ridondante. 
Presenterò nei prossimi giorni una serie (4/6) di storie ridotte all’osso.
In sostanza al lettore saranno date solo le parole chiave e sará lasciata alla sua fantasia immaginazione voglia il resto.
Enjoy it


MOVIDA

Piazza ovale. Bar. Luci e Musica.

Sabato notte.

Ragazzi.

Alcohol. Cocktails.

Battute.

Risa. Rissa.

Bottiglia rotta su testa. Sangue.

Rabbia. Urla. Cazzotti.

Fuga.

Ambulanza. Polizia.

Ospedale. Sutura.

Deposizione.

Arresti.

Buona domenica.

mercoledì 28 novembre 2012

PICNIC A END POINT


L'invito da parte degli Howers straní non poco Shynnelyn. Conosceva appena Cavill Howers, erano nella stessa classe di scienza e, da quando aveva iniziato a frequentare quella scuola non si erano scambiati più di venti parole e qualche sguardo.
Cavill era un ragazzotto basso e tarchiato, teneva sempre lo sguardo basso e parlava solo quando era interpellato direttamente. Per il resto del tempo se ne stava, con aria dimessa, in fondo all'aula a pensare ai fatti suoi. Era un tipo solitario e il non essersi fatto nuovo amici sembrava lasciarlo indifferente.h Per un paio di giorni ci si era chiesti da dove provenisse e come mai si comportasse in quel modo, ma alla fine l'interesse per Cavill era stato sostituito dalla morbosa curiositá nei confronti di Adleyn Masshow, che aveva vinto un concorso per aspiranti attrici e se ne sarebbe andata via entro poche settimane.
Shynnelyn non aveva badato tanto al giovane Howers quanto ai preparativi di commiato per Adleyn quindi quel che accadde quel piovoso venerdí di metá febbraio la lasció in uno stato di imbarazzo e confusione. Alla fine della lezione Cavill, senza alcun preavviso, le si mise di fronte bloccandole l'uscita. "Sei invitata al pic nic della mia famiglia a End Point questa domenica. Ti passeremo a prendere alle 10. Ciao". Cavill Howers se ne era andato senza darle il tempo di rifiutare ed era scomparso nella massa di studenti che se ne andavano verso il weekend. La ragazza ci pensó a lungo durante il tragitto verso casa: era una cosa folle!
Nel borgo si raccontavano strane storie sugli Hovers, trasferitisi in paese non più di sei mesi prima e che non avevano fatto nulla per integrarsi con la comunitá, e lei non voleva essere la prima a scoprire se erano vere. Appena a casa cercó il numero di telefono e chiamó casa di Cavill. Le rispose una voce di donna e dopo essersi presentata fu investita da un trillante urlo di giubilo. Tentó di inventarsi una scusa plausibile per scantonare l'invito ma senza successo perchè la donna quasi non le lasció spazio per parlare. Non riuscí nemmeno a farsi dire perchè su tutte le studentesse che Cavill aveva potuto conoscere in quei mesi aveva voluto invitare proprio lei. Si ritrovó solo a ringraziare Mrs. Cavill per la sua gentilezza, assicurandola che alle 10 si sarebbe fatta trovare all'angolo della via. E la comunicazione si chiuse.
Shynnelyn si chiese come fare per non andare. Da un lato la sua naturale curiositá le diceva di sfidare la sorte e prender parte a questo pic nic, dall'altro una vocina continuava a sottolineare il fatto che non sapeva nulla di questa famiglia e le voci che giravano non erano certo incoraggianti e chissá cosa avrebbero potuto farle in un luogo isolato.
Shynnelyn non sapeva cosa fare e così si mise sul divano a leggere, tormentata dal tarlo del dubbio e della curiositá. Non sapeva nemmeno questo End Point fosse.
Almeno quello poteva scoprirlo da sola. Dallo scaffale alto della libreria prese l'atlante dello stato e nell'indice cercó End Point, poi guardó sulla mappa corrispondente: era il piccolo promontorio dove da bambina aveva trascorso tre (terribili) estati con gli scout ma nei suoi ricordi era indicato con un altro toponimo.
Shynnelyn sbuffó e tentó di riprendere la lettura ma immagini non del tutto allegre occuparono la sua attenzione. Si diede della stupida e andó a farsi un bagno per liberarsi dalla tensione, si fece un sandwich quindi si mise a letto.

SATURDAY

Cielo grigio. Nuvole scure come le occhiaie. Pioggerella fine fine. Fu il tempo che accolse Shynnelyn dopo pranzo. Memore dei tempi degli scout sapeva che End Point non era ambiente adatto a sneakers e aveva deciso di andare al mall per un po' di shopping preparatore e rilassante. Scarponcini, jeans, felpa e simile abbigliamento era il suo obiettivo. E magari, se restava il tempo e i soldi, anche un presente per la famiglia di Cavill. Giusto per metterli di buon umore.
Si tiró su il cappuccio della jacket e si incamminó verso il mall, maledicendo suo padre e madre per esser andati via con la macchina proprio quel malefico weekend.
Entró nella hall sentendosi un cane bagnato. I capelli le scendevano, umidicci, sul viso e goccioline le si infilavano sotto il maglione, giù lungo la schiena, provocandole i brividi. Si diede una rapida sistemata e Shynnelyn si diresse verso il negozio di sport. Dalle finestre si intravedevano i fulgori dei lampi e giungevano i rimbombi soffocati dei tuoni.
Appena entrata letteralmente requisí una commessa e in meno di mezz'ora aveva completato i suoi acquisti, ma non trovó nulla da poter donare alla madre di Cavill, non poteva presentarsi con una pianta durante un pic nic in montagna. Era ormai quasi ora di cena e la ragazza si compró un paio di sandwich e un'insalata giapponese, pensando di mangiarseli mentre si guardava un qualche classico horror della Hammer e poi di andare a letto presto.
Nella hall era riunito un nugolo di persone, che guardavano il cielo, che era una macchia nera in cui fulmini si rincorrevano sfolgorando oltre le vetrate. Shennylyn passó velocemente e si fermó davanti alla porta, quella si aprí facendo entrare qualche schizzo di pioggia. La ragazza si tiró su il cappuccio e si avventuró fuori, camminando a passo svelto ma senza correre. Non ricordava più chi, una volta, le aveva spiegato che sotto la pioggia era meglio non correre, perchè incredibilmente ad andar piano - ma non troppo - si sarebbe bagnata di meno. Fortunatamente casa sua distanza solo dieci minuti e quando varcó la porta non era troppo inzuppata. Si tolse gli stivali, sistemó in terra un giornale e li poggió sopra. Lo stesso fece sotto il cappotto appeso.
In camera si tolse gli abiti umidi, che con un tiro da tre punti finirono nel cesto della roba sporca. Sotto il getto di acqua calda lavó via l'umiditá. Si frizionó i capelli con l'asciugamano e si infiló la tuta poi tiró fuori dai sacchetti i pacchi. Dalla scatola estrasse gli scarponcini, che trovarono posto di fianco al letto. La maglia e i pantaloni furono appoggiati sulla scrivania mentre la giacchetta sulla spalliera della sedia. Shennylyn preparó poi calzettoni e biancheria quindi scese in cucina e compose la sua cena su un piatto, poi il vassoio e una bottiglietta d'acqua. In salotto il dvd era già nel lettore, sfioró appena il tasto play e fu catapultata nel mondo in bianco e nero del "Il Bacio della Pantera" (1948).

DOMENICA

Scoccavano le 10 quando il minivan degli Howers si accostó al marciapiedi e il portellone laterale fu aperto. Dal posto del navigatore la signora Howers Le sorrise facendole cenno di salire. Di fronte a lei Cavill, insieme ai suoi fratelli e sorelle, aspettavano solo che lei salisse. Sembravano impazienti e, così sembró a Shennylyn, avevano uno sguardo affamato quando la guardavano.
Con una specie di saltello fu dentro e si poté sedere solo di fianco a Cavill e ad una bambina dai capelli malamente legati in due codini arruffati.
"Sono cosí lieta che tu abbia accettato il nostro invito - esclamó con voce garrula Mrs Howers -. Era da tanto che non abbiamo ospiti al nostro bel pic nic a End Point. Quest'anno peró mi sono imposta con Cavill, avrebbe dovuto portarci una bella ragazza...". Il marito, distogliendo lo sguardo per un secondo dalla strada, le lanció un'occhiataccia e quella si zittí.
Il resto del tragitto fu silenzioso, fatta eccezione per le presentazioni, cosa cui provvide volentieri la signora Howers, la quale snoccioló i nomi dei figli con lo stesso ritmo con cui l'allenatore le chiamava: Alley, Babelyn, Cavill, Danaes, Elix, Fanny, George, Harold. Specificó che Babelyn e George non c'erano perchè erano fuori cittá per lavoro. Shennylyn sorrise e si ripeté che sarebbe una magnifica giornata.
Dopo meno di un'ora finalmente avvistarono il famoso pianoro di End Point, che terminava in uno spunzone di roccia, il fondo del burrone era un'amena radura boscosa ed ideale per il camping, se si era amanti di quel genere di passatempi.
Altri appartenenti alla famiglia Howers erano già arrivati e stavano preparando: alcune ragazze stendevano le tovaglie sopra assi di legno. "Cosí i piatti non corrono il rischio di rovesciarsi", le precisó una tizia dagli stopposi capelli arancioni che si presentó come Antonia (cugina di Cavill e sorella rispettivimente di Brent, Cristy e Danny).
Shennylyn si chiese se tutti in quella famiglia avessero i nomi in ordine alfabetico, la cosa le sembrava un po' inquietante. "Si, ha un che di inquietante questa abitudine di dare i nomi in ordine alfabetico", buttó lí un'altra cugina di Cavill, che se non aveva capito male si chiamava Davilia.
Shennylyn sbiancó in viso a quella frase, quella strana ragazzina poteva forse leggerle nel pensiero? Fece finta di niente e si diede da fare per aiutare Antonia con i piatti mentre gli uomini si dedicavano a cuocere la carne sul barbecue e a bere birra parlando di sport o politica.
Mentre andava avanti ed indietro tra le auto e la "tavolata" portando posate, ciotole e bicchieri, spesso sentiva gli occhi - sguardi rapaci, curiosi, quasi cupidi - dei parenti di Cavill addosso.
In quei casi sorrideva e lavorava più alacremente.
Era passato mezzogiorno da un pezzo quando finalmente tutto fu pronto e si sedettero per gustare la carne arrostita, le pannocchie e tutte le altre pietanze.
Shennylyn assaggió un pezzo di carne particolarmente tenero e delicato, dal sapore sembrava pollo ma il colore bruno esterno e rosato all'interno faceva pensare a un agnello o altro animale simile.
Shennylyn decise di metter da parte le strane sensazioni e godersi la giornata e le nuove amicizie.
Dopo pranzo giocó un po' con i più piccoli, poi si avvicinó ad Antonia, Cavill e Davilia ma quando la videro smisero di chiacchierare e le puntarono addosso sguardi voraci, da lupo. Fu il pensiero che attraversó la mente di Shennylyn.
Si bloccó e tornò sui suoi passi, andando a sedersi su un masso poco lontano, di fronte a lei si apriva uno spettacolare scorcio di passaggio e Shennylyn rimpianse di non avere la macchina fotografica.
Dietro di lei si udivano gli Howers parlottare e lanciarle occhiate continue, tanto che cominció a sentirsi a disagio e a desiderare di tornare a casa.
Si fece coraggio, si alzó e si avvicinó alla signora Howers. "Mi scusi, non per sembrarle indiscreta ma volevo sapere verso che ora torneremo in paese". La madre di Cavill sorrise. "Tra poco mia cara. Prima c'é il momento clou della giornata".
Shennylyn fu sicura di aver visto delle zanne sbucare dalle labbra della donna ma si limitó a sorridere, non era interessata al momento clou del picnic degli Howers.
Tornó al suo sasso e si rimise a pensare, alla scuola, ai compiti, alla prossima partita. Era a tal punto persa nei suoi pensieri da essersi estraniata da tutti e si riscosse solo quando Cavill la toccó su una spalla. O meglio l'afferró con forza e la strattonó.
"Hey...", protestó Shennylyn cercando di liberarsi ma ottenendo solo che la stretta si serrasse. Uno ad uno i restanti Howers la circondarono fissandola famelicamente.
"Sei stata così dolce ad accettare l'invito di Cavill", mormoró Danaes, passandole poi la lingua rosata su una guancia. Gli altri ridacchiarono e Shennylyn rabbrividí.
In mente le vorticarono tutte le storie che aveva udito: in realtá nessuna si avvicinava a ció che aveva intuito.
"Stai buona Danaes", disse la signora Howers, "Verrá il tuo turno. Cavill lasciala".
La stretta si sciolse e in automatico Shennylyn si massaggió la spalla. Tentó di rimettersi in piedi ma fu costretta a rimettersi a terra. Volgeva lo sguardo ovunque per trovare una breccia e poter scappare, buttare a terra qualcuno non le sembrava molto cortese ma alla fine si disse che era per salvarsi la vita.
Si mise in ginocchio, abbassó la testa e scattó. Finí addosso a Cristy, entrambe finirono a terra e Shennylyn fu svelta a rimettersi in piedi ma una mano le bloccó il piede. Strattonó ma senza riuscire a liberarsi, con la coda dell'occhio riconobbe la madre di Cavill. "Non ci scapperai bambolina - disse ridendo -. Non ci scapperai". Ma Shennylyn non era di quell'avviso: con tutta la forza che aveva sferró un calcio a Mrs Howers, che le lasció il piede e si toccó il naso.
Fu questione di secondi. Shennylyn si buttó in avanti e, una volta recuperato l'equilibrio, corse via. Dietro di lei all'inseguimento partirono tutti tranne Mrs Howers, che li incitava, e i bambini più piccoli.
Sperando in una via d'uscita Shennylyn si infiló nel bosco, gli Howers alle sue spalle guadagnavano terreno, lanciando urla belluine. Ogni tanto si voltava per vedere se fosse ancora inseguita e in un primo momento guadagnó terreno e quasi la salvezza ma, man mano che lei sentiva crescere la stanchezza Cavil, Antonia e Davilia accorciarono la distanza e si avvicinavano sempre più finché Davilia, con un balzo felino, riuscí ad afferrarla e a bloccarla.
"Inutile che scappi. Sei nostra adesso", ghignó e le morse una guancia così a fondo da strapparle la carne. Rise masticando mentre il sangue le gocciolava dalla bocca.
Gli adulti arrivarono e si complimentarono con loro, il padre di Cavill sollevó Shennylyn e se la sistemó come se fosse stata un cervo.
Risalirono fino al pianoro con la loro "preda", Shennylyn, all'inizio aveva provato a liberarsi dalla robusta stretta dei tre ragazzi ma dopo alcuni vani tentativi aveva rinunciato - almeno per il momento, si ripeteva - a combattere e gemeva appena per il dolore alla guancia. Sentiva bruciare le lacrime ma non scendevano
Cominciava ad intuire quale sarebbe stata la sua fine.
"Tutto questo correre mi ha fatto venire fame", commentò George avvicinandosi a lei e prendendole un braccio. Da una tasca cavó un coltellino da campo e lo fece scattare. Incise veloce il suo braccio e si mise in bocca un quadratino nemmeno fosse stato un pezzo di cioccolato, mugugnando di giubilo. Shennylyn urló dal dolore e si mise a piangere. Rivoletti vermigli sgorgavano dalla profonda ferita e cercó qualcosa con cui almeno fermare il sangue, ma si accorse di non avere un fazzoletto e anche il suo nuovo zaino era sparito.
Cercó di chiedere spiegazioni ma appena aprí la bocca Cavill la bació addentando la sua lingua, tiró finché gliela strappó lasciandola sanguinante e gorgogliante. Con una certa soddisfazione Cavill masticó la lingua a lungo, grufolando quasi.
Con occhi sbarrati cercó di chiedere aiuto a Mrs Howers ma invece di trovare comprensione rimedió solo un altro morso, sull'altro braccio. Unico moto di pietá fu metterle in bocca un grumo di cotone per fermare l'emorragia.
Man mano che pezzi di carne le venivano strappati Shennylyn sentiva venir meno le forze ma una parte del suo cervello era vigile e pronto ad agire appena qualcuno si fosse distratto, ma non fu mai lasciata sola.
Aveva sete ma il solo deglutire le faceva dolere ció che restava della sua lingua. Le appariva sempre più chiaro che non sarebbe sopravvissuta a quel pic nic.
Si aggrappava al desiderio di vivere ma per quanto lottasse sentiva la vita lasciarla. Con ogni morsino. Con ogni pezzettino di carne cavato dal suo corpo, mentre gli Howers seguivano non sapeva quale rituale.
Allargó le labbra in un doloroso sorriso: quei vecchi ipocriti non avevano indovinato ció che si celava dietro la riservatezza degli Howers. Non qualche stupido piccolo reato. Non qualche sciocca mancanza. Avevano sostenuto che erano dediti alle più classiche depravazioni che la corrotta mente occidentale sapeva partorire mentre loro, più candidamente ed innocentemente, avevano invece scelto quella vituperata abitudine che veniva relegata certi popoli selvaggi.
Se non fosse stata tragicamente coinvolta avrebbe trovato la cosa sadicamente divertente.
Intorno a lei, ormai persa in una filosofica follia su quanto morale o meno avrebbe potuto essere quel comportamento, gli Howers si preparavano per il clou del loro pic nic.
La fiamma del barbecue si alzó gagliarda nel cielo serale e un largo involucro di cuoio fu appoggiato al tavolo di legno. Aprendolo riveló un inteno di velluto viola e un luccicante set di lame che avrebbe fatto la felicitá tanto di un maestro di chirurgia quanto di un mastro macellaio.
Una quasi incosciente Shynnelyn fu presa di peso e appoggiata alle assi. Mrs Howers si inginocchió alle sue spalle e le fece appoggiare la testa sulle sue ginocchia. Le accarezzó i capelli arruffati e sporchi di terra e sangue. "Calma bambina. Calma. É quasi tutto finito", le sussurró con dolcezza. La tiritera blandí Le ultime resistenze della coscienza di Shynnelyn, che cadde in una sorta di torpore ipnotico.
Fu allora che la mannaia caló prima sulla gamba destra, sotto il ginocchio. Poi su quella sinistra. E fu allora che urló, il corpo scosso dal rimbombo dei tagli, i nervi tranciati che inviavano messaggi al cervello. Impazzí. Dalla gola uscí un urlo soffocato, più simile ad un guaito che ad un grido umano. Cercó nuovamente di mettersi in piedi. Ma uno spiedo la trafisse, tanto da bloccarla a terra ma senza causarle la morte. Legacci di pelle le furono legate ai moncherini per impedire al sangue di defluire.
La nenia di Mrs Howers ricominció ad intorpidirle orecchie e mente.
Intorno, intanto, si diffondeva un odore di carne bruciata mentre le ragazze, con indosso lunghe vesti, danzavano ossessivamente come in un rito orgiastico.
La carne cuoceva. Una pioggerellina pesante cominció a scendere, inumidendo l'aria e bagnando il viso pallido di Shynnelyn, la sua pelle a brandelli, ció che restava del suo corpo martoriato.
Sopra il barbecue e la tavola furono sistemati due raffazzonati gazebo, in modo da non guastare la festa.
La voce aveva perso potenza e ad ogni nuovo fendente che s'abbatteva su di lei usciva sempre più gioca e rauca. Finché all'ultimo tacque.
Sulla brace s'arrostivano le sue dita, braccia, filetti ricavati dal suo addome, Le sue cosce ridotte a spezzatino.
"Cavill, per favore seppellisci la tua deliziosa amica da qualche parte nel bosco. Poi torna. É pronto in tavola e non vorrai mangiare freddo".

giovedì 15 novembre 2012

INTERNO 12



- Salgo le scale. Le suole producono un fruscio ritmico. Terzo, quarto, quinto piano. Interno 12. Niente campanello. Busso. Un due tre stella, penso.

La porta si apre. Sorrido accattivante all'uomo trasandato che mi si para davanti. -

Io - Buongiorno sono qui per sottoporre anche a lei il nostro periodico sondaggio. Un paio di domande veloci.
Mi dica, lei é soddisfatto della sua attuale situazione di vita? -

Egli - Ma no guardi ho fretta. Un colloquio il giudice revoche udienze. Devo andare. Un casino, la mia attuale situazione. Più tardi. Uscire -

Io - Quindi vorrebbe cambiare qualcosa?

Egli - Si. Si. Chi non vorrebbe? Ma ora scusi devo andare. Tardi, mi passano a prendere.

Io - Visto che anche lei come molti desidera dare una svolta alla sua vita le lascio la nostra special card "Un desiderio per ciascuno", che le consentirá di poter accedere a un servizio esclusivo che le permetterá, appunto, appunto di realizzare un desiderio. Non ha alcuna spesa da sostenere. Mi fa appoggiare che Le illustro più approfonditamente il servizio?

Egli - Prego prego. Si accomodi. Non faccia caso al disordine. Problemi, questioni.

- Si scosta e mi fa entrare. Stanze in disordine, piatti da lavare. Resti di cibo. Mi precede in cucina e fa posto sul tavolo -.

Io - Come le accennavo poc'anzi, si tratta di un servizio esclusivo che l'azienda "Il Nuovo Futuro E' Rivendicabile fiN Ora" propone oggi. Lei riceve, senza alcuna spesa, la card che le permetterá, in una delle oltre migliaia di nostre sedi sparse nel mondo, di vedere realizzato un suo desiderio. Qualunque, senza pensare ai costi o alle conseguenze. (Sorrido)

Egli - Interessante. Qualunque desiderio uno abbia? Perché io avrei si infatti avrei un desiderio. Nulla di strano ma per me molto importante. C'é da firmare qualcosa?

Io - Nulla di che. Un modulo standard in cui accettano termini e condizioni. Solo per tutela sua e Nostra. Una firmetta in questi due riquadri. (Mostro il modulo e la tessera argentata. Sorrido). Io poi provvederó ad inserirla nei nostri archivi...

Egli - No perchè al momento ho dei problemi. Io non potrei firmare nulla senza l'autorizzazione del giudice ma se mi dice che non lo saprá nessuno.

Io - Solo lei ed io. (Strizzo l'occhio). Inoltre non deve dimenticarsi che questa card le consentirá di accedere a molto altri servizi, a bonus e alle numerose offerte che nel corso dell'anno riceverá comodamente a casa. Sono sicura che sará molto contento. Siamo leader del settore da parecchi anni, e il riscontri di gradimento é sempre stato elevatissimo. Ovviamente, a fronte dell'iscrizione completamente gratuita e della realizzazione del suo desiderio, per i successivi servizi ci sará una piccola quota di partecipazione da versare, solo dopo aver usufruito del servizio. Veramente irrisoria rispetto ai vantaggi incredibili di cui godrá. Nessuno potrá farle un'offerta come questa. Il suo nome?, per la compilazione.

- Mi guarda stranito e stralunato. So di aver fatto colpo e tiro fuori la penna d'ordinanza. Meccanicamente mi fornisce i suoi dati sensibili. Li riporto fedelmente e poi porgo carta e penna perchè apponga la sua firma -.

Io - Leggibile, per favore.

- Osservo sorridendo mentre verga nome e cognome in brillante inchiostro rosso. Mi restituisce la penna, la ripongo con cura e gli sorrido. Ripongo quindi tutto nella cartellina -.

Io - Ecco qui la sua card e il primo depliant informativo sulle nostre attivitá e le nostre sedi in zona. Entro una settimana riceverá la visita del nostro consulente per il suo desiderio. Provvederá anche alla stipula del contratto definitivo per il pagamento dei suoi prossimi servizi.

Egli - Pagamento? Che pagamento? Aveva detto che non c'erano esborsi di soldi...

Io - E chi ha mai parlato di soldi. Con quelle due firme lei ha, di sua volontá, venduto la sua anima all'azienda per cui lavoro...Come può vedere dall'intestazione. (Ora rido)

- Sillaba le sole parole maiuscole: Inferno -.

Io (poso sul tavolo un biglietto) - Siamo sempre in cerca di nuovo personale...

- Esco mentre si accascia sulla sedia, piangendo. Ghigno. Un altro buon lavoro finito. Mi dirigo all'altra porta sul pianerottolo e suono il campanello -.

lunedì 12 novembre 2012

ONDANERA

Arrivò in una giornata di tempesta, da sola: una ragazzi piccola nascosta sotto una mantellina nera lunga fino ai piedi, scalza e senza bagaglio. Prima del suo arrivo per due settimane il vento era soffiato forte, rendendo difficoltoso uscire in barca e dedicarsi alla pesca, e aveva addensato sopra la cittadina di mare miriadi di nuvole nere. Una mattina la gente si era svegliata sotto le pesanti gocce di un acquazzone. E, da quel giorno, non aveva più smesso.
Il vento gonfiava il mare fin quasi ai limiti del borgo ma non portava via le nuvole. L'aria era greve e salmastra, odorosa d'alghe e di pesce. Molti notarono che quello stratempo non era accompagnato da fenomeni quali fulmini e tuoni, ma si trattava solo di pioggia fitta, fine e grigia.
Gli anziani dissero che un tale acquazzone non si vedeva in quei luoghi da prima della fine della guerra, scambiandosi poi occhiate di chi la sapeva più lunga di quello che voleva far credere. I bambini furono tenuti in casa, le scuole e i negozi chiusi, per sicurezza. A causa della pioggia continua le strade si allagarono, il borgomastro ordinó la creazione di canali per la deviazione dell'acqua in modo da evitare che le case venissero sommerse, e la spiaggetta si trasformó in un pantano.
L'intero paese si preparó ad affrontare l'emergenza, sperando che quell'anomala alluvione terminasse presto. L'unico a decidere di tenere aperto fu il bar di Anacleto, che per l'occasione si inventó emporio vendendo generi di prima necessitá: l'idea era stata della proprietaria del piccolo alimentari - che stava dirimpetto al bar - in modo da poter rifornire la popolazione. Al mattino erano gli uomini a recarsi nel locale con la lista ritirando pane e latte. Senza fermarsi per un cicchetto rinvigorente affrontavano il percorso verso casa.
Era da poco cominciata la terza settimana di pioggia quando nel bar di Anacleto la porta si aprí e sulla soglia, in piedi sopra i sacchi di sabbia, sistemati per tener fuori l'acqua, comparve la ragazza. Dalla mantellina nera goccioline scivolavano a terra e da sotto il cappuccio appena si intravedevano i capelli e gli occhi, entrambi neri.
"C'é alcuno in codesta dimora?", domandó con voce squillante. Era il primo pomeriggio ma tanto il cielo era scuro da sembrar già notte e Anacleto, come aveva cominciato a fare da quando era iniziata quella tremenda pioggia, era nel retrobottega a riposare. "C'é alcuno in codesta dimora?", ripeté la figura incappucciata. Non ricevendo nuovamente risposta si giró e fece per andarsene, quando Anacleto comparve e la guardó con malcelato stupore. "E tu che ci fai in giro con questo tempo?", le chiese invitandola ad entrare, più per evitare che si allagasse la stanza che per vera caritá.
La figura si mosse leggiadra e svelta. In pochi secondi la porta fu chiusa e lei davanti all'uomo. Era una ragazzetta, poco più di una bambina, esile come un giunco in quella mantellina nera che la copriva da capo a piedi. "Chi sei tu?", fece lei con voce acuta. Si capiva dal suo modo di parlare che non era della zona. "Anacleto", disse l'uomo, "Questo é il mio bar". Lei diede un'occhiata intorno e si sedette ad un tavolino, fissando la superficie di formica pallida e azzurrina, come se non avesse mai visto qualcosa di simile prima di quel momento. "Tu chi sei e cosa ci fai in giro? I tuoi genitori non ti hanno detto che é pericoloso avventurarsi fuori con questa pioggia?", chiese Anacleto, curioso di sapere il perchè della presenza della bambina nel suo bar.
"Ondanera mi chiamano e io giro sempre con la pioggia, mi piace". E tornó a fissare il piano, allungó una mano bianca e lo toccó, saggiandone la consistenza. Gli occhi di Anacleto seguivano ogni suo movimento.
"La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", mormoró poi con voce seria, seduta al tavolo con la mantella che sgocciolava, formando una pozzanghera trasparente ai lati della sedia.
"Meglio che ti togli quella roba prima di ammalarti e di allagarmi il locale". Anacleto diede voce ai suoi pensieri e Ondanera si giró, guardandolo e poi curvandosi verso il pavimento, specchiandosi nel laghetto. Si rialzó e si tolse l'indumento. Sotto aveva una vestina stretta e lunga, nera. Come neri erano i suoi lunghi capelli e gli occhi. Da sotto l'orlo spuntarono i piedini nudi.
"Dammi qua - disse il proprietario - e non ti muovere, vado a prendere uno straccio. Poi voglio avvertire la tua famiglia che sei qua, mi servirá il tuo nome completo per il centralino".
"Ondanera", ripeté quella con voce ferma e chiara, ferma davanti ad Anacleto. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", disse di nuovo, convinta. Chiedendosi se Ondanera fosse il nome, il cognome o un soprannome Anacleto portó l'indumento fradicio nel retro e lo stese perchè asciugasse. Andò nel suo ufficio e fece il numero del borgomastro, chiedendogli di raggiungerlo per un'emergenza e di avvertire anche il resto della giunta. Eleusino, borgomastro da una decina d'anni, capí subito dalla voce del compaesano che qualcosa non andava e promise che sarebbe giunto prima possibile.
Quando tornó nella sala Anacleto trovó Ondanera alla finestra che guardava la pioggia. Il viso illuminato da una gioia pura. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", la sentí dire per la terza volta.
"Hai fame?", le chiese. La ragazzina si voltó di scatto e stette zitta. "Devi aver fame per forza. Ti preparo qualcosa da mangiare e una bella bevanda calda. Ci vuole con questo tempo. Cosa ti andrebbe da mangiare?". Ondanera sorrise e rispose "Aringhe". Anacleto strabuzzó gli occhi: a nessun bambino piaceva quel pesciaccio dal sapore affumicato e salato. Neanche lui riusciva a mangiarle, ed era un uomo fatto da parecchi anni ed un esperto preparatore di aringhe. Ma lei lo guardó con occhi così speranzosi che non seppe rifiutarsi. "E aringhe siano".
Nel cucinino mise a bollire l'acqua per il tea alla menta, poi su un piatto sistemó due aringhette, sfilettate e deliscate. Spruzzó qualche goccia di limone. Pose il piatto su un vassoio e vi aggiunse un tovagliolo bianco di bucato e le posate. Versó il tea in due tazze, sistemandole anch'esse sul vassoio. Tornó in sala e trovó mezzo paese riunito: non solo il borgomastro e la giunta ma anche semplici cittadini. Avevano intravisto i loro rappresentanti recarsi al bar e, incuriousiti, si erano aggregati. Ora riempivano la stanza, tutti gli occhi concentrati sulla ragazzina. Ondanera non sembrava a disagio e continuava a fissare fuori dalla finestra, concentrata sullo scrosciare ininterrotto della pioggia, come se stesse aspettando qualcosa.
"Ecco le aringhe". Annunció Anacleto facendosi largo tra i suoi concittadini. Depose il vassoio sul tavolo dove Ondanera si era seduta poc'anzi quindi prese la sua tazza. Lei si sedette e osservó le posate, le rigiró tra le mani poi le appoggió di nuovo e prese il pesce con le dita. Lo portó alla bocca, rosicchiandolo sul fianco. Sul viso le si dipinse un'espressione estatica. Intanto Anacleto, il borgomastro e alcuni uomini della giunta si erano spostati nel retro ed avevano cominciato a discutere: "É apparsa cosí sulla porta. Senza nulla con sé a parte una mantella nera. Fradicia. Dice di chiamarsi Ondanera e di esser venuta qui per la pioggia o qualcosa del genere...". Lasció la frase in sospeso e attese la reazione e il consiglio degli uomini della giunta. "Non hai provato a chiamare il centralino chiedendo dei suoi genitori? Sicuramente é della zona", fu la domanda di Polino, il vice di Eleusino. "Non ancora - rispose Anacleto -. Volevo prima parlarne con voi".
"Prova subito allora", disse Eleusino con la sua voce da tenore e prese il telefono, componendo il numero del centralino. All'altro capo rispose Celesta, "Pronto centralino chi le passo". La donna era sempre stata famosa per la sua voce nasale e quella peculiaritá si era aggravata per quel tempo umido. "Celesta provi a passarmi una certa famiglia Ondanera...", il borgomastro restó in attesa.
Fuori il vento si era fatto più intenso, la pioggia più scrosciante e molti se ne erano andati per timore di non riuscire più a rientrare nelle case.
Alcuni erano ancora per strada quando il primo tuono rombó da est e un fulmine baluginó da ovest. Da che era iniziata la pioggia era la prima volta che accadeva.
A sentire quel rumore Ondanera alzó gli occhi dal piatto, un brandello di pesce ancora in mano.
"La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", sospiró e si alzó. Senza preoccuparsi di recuperare la mantellina aprí la porta ed uscí per strada. Un secondo tuono, seguito da un fulmine. Ondanera seguí il luccichio, dirigendosi verso un piccolo promontorio, a meno di mezzo miglio dal paese. Gli uomini rimasti nel locale, intento a chiacchierare e a giocare a carte, non capirono subito cosa fosse successo e, quando realizzarono che la ragazzina era sparita, andarono ad avvertire il borgomastro.
"É scappata", urlarono scaraventandosi nell'ufficio di Anacleto. "É corsa via".
In quel momento Celesta annunció nella cornetta che nel raggio di miglia non esistevano famiglie con quel ridicolo cognome. Il borgomastro sbatté la cornetta interrompendo la comunicazione. "Dobbiamo trovarla". E si lanciarono all'inseguimento, dividendosi in modo da avere più possibilitá di trovarla. Prima di uscire Anacleto recuperó la mantellina di Ondanera: nonostante il tepore non si era asciugata ed era sempre umida e lucente.
Seguendo il susseguirsi di tuoni e fulmini Ondanera raggiunse il ciglio del promontorio. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", urló in direzione del mare, sempre più smosso dal vento. Fu in quel punto che arrivó, senza fiato, Anacleto. Lei gli sorrise e lo salutó con la mano "Grazie per aringhe, buonissime". Sembrava volersi buttare e lui fece qualche passo, porgendole l'indumento.
Quando Ondanera riconobbe la sua mantellina fece un salto verso l'uomo, gliela prese e la strinse al petto. Poi l'indosso, si tiró su il cappuccio e si gettó tra le onde. Anacleto fece un balzo in avanti, in tempo per vedere il corpicino scomparire tra i cavalloni. Per parecchi secondi tutto quello stravolgimento della natura cessó, poi una sferzata di vento sollevó uno spumeggiante muro d'acqua e in mezzo ad esso c'era Ondanera, sana e salva...e con una lunga coda di pesce color onice al posto delle gambe. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi ha portata indietro. Ora tornerá il blue e il giallo", disse la sirenetta all'uomo prima di tornare tra i flutti.
Il muraglione d'acqua scura si ritiró portandosi via la creatura. Intorno ad Anacleto lentamente il vento si placava e il mare smise di sobbollire.
L'uomo tornó a casa, dicendo solo che non aveva trovato la ragazzina e, a chi gli chiedeva della mantella con cui era uscito, rispondeva che il vento se l'era portata via.
Quella sera smise di piovere, una brezza provieniente dall'entroterra spiró allontanando le nuvole e il mattino successivo il cielo era limpido, di un acceso azzurro e un tondo sole diffondeva il suo tepore sopra il paese. In poche settimane le vie tornarono agibili, l'acqua si asciugó e la vita poté riprendere più o meno identica a prima della pioggia. Per qualche tempo la popolazione parló della bambina della pioggia, ma anche questa storia passó di mod e fu quasi del tutto dimenticata. Solo Anacleto, nei giorni un po' piú grigi dell'autunno saliva sul promontorio e restava per ore a fissare il mare.
Dopo quello strano giorno, in cui una ragazzina era arrivata in paese portata dalla pioggia e con essa misteriosamente scomparsa, il sole non mancó mai di riscaldare le giornate del piccolo paese affacciato sul mare.

sabato 20 ottobre 2012

THE HALLOWEEN QUEEN



HALLOWEEN QUEEN

C'era molta emozione, soprattutto tra i ragazzi, per l'approssimarsi della notte di Halloween. Sui patii delle case erano state sistemate zucche intagliate nelle più svariate espressioni di Jack Lantern. I bambini cominciavano ad indossare i loro costumi per il consueto giro bussando alle case dei vicini per raccogliere dolcetti e regalini.
Nelle vie si potevano già vedere gruppetti di piccoli maghi, principesse dai vaporosi vestiti rosae poi fate, elfi e altre misteriose creature dai mantelli neri.
Non solo i bimbi si divertivano in quella strana notte ma anche i più grandi si stavano preparando per trascorrerla in modo divertente. I più fortunati, travestiti dai mostri classici della tradizione, si apprestavano a presentarsi a casa di Hannaleen Metcalf, considerata senza possibilità di smentita la ragazza più invidiata della città dato che suo padre era il più ricco nella zona ed era anche considerato un uomo del quale era meglio non mettere in discussione le opinioni, per la consueta festa all'insegna della paura.
Le festa di Halloween a casa di Hannaleen potevano essere considerate eventi esclusivi ed essere tra gli invitati significava contare qualcosa nella ristretta comunità.
Gli esclusi potevano ripiegare sulla festa organizzata nella palestra della scuola, cercando di immaginare come sarebbe stato essere ammessi nelle sale di casa Metcalf, decorata per l'occasione con scheletri e altre amenità paurose.
Nonostante Halloween fosse da anni spacciata per una festa all'insegna del terrore e della paura, in giro si vedeva solo gente che si divertiva. Perfino le abitazioni, illuminate e addobbate, sembravano partecipare all'allegria generale invitando chi si aggirava per le strade a suonare il campanello chiedendo dolciumi.
Nulla dell'antico sabbath Samhain era rimasto vivido in quella specie di farsa, forse solo una rivisitazione dela consuetudine di indossare mascheramenti per sfuggire alle anime decedute nei dodici mesi precedenti, che durante il percorso di Selene tornavano a passeggiare sulla terra in cerca di un nuovo corpo del quale prender possesso.
A non partecipare alla bolgia di divertimento generale solamente la casa all'angolo, all'inizio del sobborgo. L'unica luce, fioca, proveniva dalla cucina dando l'impressione che l'abitazione fosse vuota e desolata. La famiglia era riunita per la cena, in un silenzio imbarazzante come sempre: a capotavola era seduto un anziano e di fianco a lui, una di fronte all'altra, due donne di mezza età. Di fronte aveva preso posto una ragazzina di non più di diciassette anni, che dava l'idea di essere al mondo per errore. Sedeva silenziosa, portando meccanicamente il cibo alla bocca, senza guardare in faccia nessuno degli altri. I capelli tanto biondi da sembrare bianchi, scendevano a coprirle il viso. Teneva gli occhi bassi e il suo respiro era impercettibile, sembrava desiderare non essere in quel luogo in quel momento. 
Improvvisamente il vecchio batté la mano sul tavolo e urlò alla ragazza, «Tirati indietro quei capelli maledetta piccola bastarda. Non riesco a vederti gli occhi! E guardami quando ti parlo! Maledetta figlia di una madre nubile. Lo sai che voglio che a cena ci si presenti in un certo modo, non conciata come una donnaccia di strada, come tua madre».
Senza rispondere Lucina prese l'elastico e legò i capelli poi guardò il nonno, che tiranneggiava lei, sua madre e sua zia da che poteva ricordarselo insultando in particolare la loro scarsa virtù. Non aveva mai capito il perché, cioè almeno per quel che concerneva lei e sua zia. Sua madre viveva con la colpa di averla messa al mondo senza essere sposata o per lo meno vedova. Colpa peggiore anche il non aver mai voluto rivelare chi fosse suo padre e accettare un matrimonio riparatore. E di questo la ringraziava ogni giorno, sopportando senza fiatare insulti e cattiverie - che le avevano regalato un'esistenza solitaria e il disprezzo di tutti nel borgo dove si era trovata a vivere - ma il nonno cominciava ad esagerare. 
Alzò lo sguardo e lo fissò, per la prima volta ubbidiva a quell'ordine. Il vecchio ricominciò ad inveire contro di lei, sulla sua scarsa educazione, sulle sue pessime maniere mentre le due figlie cercavano, invano, di calmarlo. «Taci», urlò ad un certo punto Lucina alzandosi in piedi. La sedia finì per terra con un rumore di ferraglia. «Zitto e non permetterti più di offendere nessuna di noi tre. Non abbiamo mai fatto nulla di male né a te né a nessun altro. Smettila. Smettila. Smettila». 
Il vecchio restò interdetto per la reazione della nipote, che tiranneggiava al pari delle due figlie trattandola come se fosse una schiava e rivolgendosi a lei nello stesso modo in cui per anni aveva osservato suo padre agire nei confronti di sua madre e come lui stesso aveva fatto, per decenni, con sua moglie. Finché lei si era impiccata per la disperazione e lui si era sfogato sulle figlie e poi anche sulla nipote.
«Basta con queste idiozie che ripeti ogni sera, ogni giorno, sempre. Basta...». Lucina abbandonò la cucina, prese il cappotto e uscì, prima che sua madre potesse fermarla. Cominciava ad essere tardi e in giro si vedevano solamente gli ultimi ritardatari alle varie feste. Lanciò uno sguardo distratto alla gente in costume, chiedendosi che effetto facesse, mascherarsi, andare ad una festa con altre persone che non ti insultavano o minacciavano di picchiarti. 
Come i compleanni, Lucina non aveva mai festaggiato Halloween. In casa era permesso celebrare solo le feste comandate e in modo molto sobrio, quasi dimesso. Sbuffò. «Vecchio maledetto bisbetico noioso prevaricatore», mormorò mentre si lasciava alle spalle la sua casa buia. Mise le mani in tasca e tirò il cappuccio del cappotto nero cercando di mimetizzarsi.
Passeggiò lungo la via dove aveva sempre vissuto fin da quando sua madre era tornata a casa per offrirle un futuro migliore, poi non si era rivelata una buona idea ma non si era mai sentita di dirlo a sua madre e faceva sempre di tutto per essere brava in modo da non creare ulteriori preoccupazioni in casa.
Rifletté sulla possibilità di andarsene, lasciare scuola, sobborgo e famiglia cercando fortuna altrove. Lucina era così presa dai suoi pensieri da non rendersi conto di aver girato per il lato sinistro del parco.
La zona era diventata tristemente nota come ritrovo di tossici e spacciatori, prostitute e altra umanità allontanata dalle brave persone della comunità. In molti mormoravano che lei stessa sarebbe finita in mezzo a quella gente, prima o dopo. Forse a drogarsi, forse a vendersi, forse a vendere droga ai loro bravi e puliti rampolli.
In quella particolare sera nessuno aveva trovato rifugio nei cespugli per un po' di amore clandestino o per lo scambio di soldi per una dose di paradiso artificiale. 
Mentre attraversava il sentiero in terra battuta Lucina pensava a come sarebbe stato bello avere amici, persone con cui confidarsi. Si immaginò quanto sarebbe stato divertente organizzare uscite e pomeriggi insieme, invece che stare sempre da sola, cercando di non essere vista, sperando di diventare invisibile.
Si fermò e alzò gli occhi al cielo, riuscendo ad intravedere la volta tra i rami degli alberi, pensando a quanto era bello il cielo.
Non si avvide, quindi, delle vivide fiammelle che da qualche metro si erano messe a seguirla silenziosamente. Se fosse stata un po' più attenta le avrebbe notate e sarebbe scappata. Quando si ritrovò circondata non riuscì nemmeno ad urlare e poté solo mormorare «Chi-chi siete?», mentre quelle si trasformavano in fluttuanti creature nere e si avventavano su di lei. Se anche ci fu una risposta, Lucina non riuscì ad udirla. Una di esse l'avvolse nel suo sudario nero pece. Nebbia bianca di levò dal manto e penetrò nella pelle della ragazza, che cadde riversa a terra, gli occhi sbarrati e le labbra spalancate in un grido muto. 
Non trascorse nemmeno mezz'ora che la ragazza cominciò ad ansimare, tossire e tenersi la pancia con le braccia. Lentamente riprese il controllo e si mise seduta, tirandosi indietro il cappuccio del cappotto e tirando un lungo respiro. «Finalmente! Finalmente! Il mio tormento è giunto al termine. Finalmente!». Rise sonoramente, la voce era diversa, tanto cristallina da risultare quasi tagliente. 
Sospirò di nuovo mentre si osservava le mani pallide e si tastava il volto, con espressione estatica. .
Si alzò in piedi spolverandosi il cappotto e i pantaloni, considerandolo uno abbigliamento ben strano per una fanciulla. «Bene, bene...Harmonia Breendley è tornata...e ora i responsabili potranno avere la loro punizione...Non avrei mai creduto di riuscire nel mio intento», sorrise al cielo di nuovo e tornò indietro ritrovandosi sulla via principale in pochi minuti. La sua testa vorticava di immagini e pensieri della povera ragazza di cui aveva preso il corpo, i ricordi di lei si sommavano ai suoi...Harmonia, una delle tante streghe che erano state condannate nei tempi bui dell'età moderna, decise che oltre che dei discendenti di chi l'aveva mandata a morire si sarebbe presa vendetta di chi si era divertito alle spalle dell'ex proprietaria del suo nuovo corpo. Meritavano tutti una lezione.
Si guardò intorno, come era cambiato quel posto dall'ultima volta che ci era stata. Sorrise mentre si accodava ai numerosi ragazzi e ragazze che, con indosso abiti delle più strane fogge, si stavano recando alla festa di Hannaleen. All'improvviso uno, da dietro, le diede uno spintone, facendola barcollare. «Ma chi abbiamo qui? Quella piccola bastarda di Lucina...dove credi di andare pantegana? Forse vuoi intrufolarti alla festa di Hannaleen come le persone che valgono, escrescenza schifosa? Ahahahah!! Vattene, prima che ti dia la lezione che ti meriti», disse una voce maschile con un'intonazione cattiva.
Con una piroetta la ragazza dai capelli così biondi da sembrare bianchi si voltò e lo guardò con espressione malvagia. «COme vi siete rivolto a me, screanzato mortale?», si mise le mani sui fianchi e gli occhi ben fissi in quelli del ragazzo, vestito da soldato e accompagnato da altri tre, con indosso altrettante divise mimetiche. «Che cosa? Allora hanno ragione quando dicono che sei stupida, oltre che cessa. Tornatene nella tua fogna, piccola schifosa lurida. Questo non è posto per te», le rispose facendole per dare un altro spintone, ma lei si scostò e quello ruzzolò a terra. «Aahahhaah!!! Idiota di un uomo! Mai mancare di rispetto ad una dama, soprattutto se quella dama sono io» e se ne andò senza voltarsi indietro. Gli amici del ragazzo, che aveva apostrofato in quel modo Lucina, si misero a ridere sguaiatamente. Eddie Frey si tirò in piedi e disse «Avanti! Muoviamoci, dobbiamo prendere quella schifosa prima che arrivi da Hannaleen...deve imparare a stare insieme alla feccia, cui appartiene. Questa sera non avrà scampo.»• Il gruppetto si lanciò all'inseguimento dirigendosi alla villa di Hannaleen.
Intanto Lucina proseguiva seguendo le persone mascherate, senza parlare con nessuno ed evitando il contatto fisico. A metà strada si fermò davanti ad una vetrina debolmente illuminata e si osservò. Non era niente male davvero, certo con qualche aggiustatina, pensò e sorrise. Si lisciò la chioma e sorrise di nuovo: aveva bisogno decisamente di un cambio di abbigliamento e anche di un po' di belletto. Si guardò intorno poi notò che all'interno c'era una persona e le fece dei segni, mimando la richiesta di entrare finché una donna anziana le aprì e Lucina si infilò dentro. 
«Grazie signora...ho bisogno del suo aiuto...ho bisogno di un vestito...scarpe...belletto...un mantello», disse mentre passava tra gli appendiabiti, osservando e accarezzando i vestiti. «Ha qualcosa di aderente in velluto? Nero, sarebbe perfetto», fissò la vecchia e mosse le labbra pronunciando qualche parola in una strana lingua. Quella si mosse, come se fosse stata comandata da una forza esterna, e in pochi minuti recuperò ciò che la ragazza aveva richiesto. Nel mentre lei aveva tirato le tende e si era spogliata, restando solo con la biancheria intima. Si osservò allo specchio, sempre più soddisfatta della sua scelta. Si provò un paio di abiti portatele dalla vecchia, senza esserne soddisfatta poi lo vide: lucente velluto nero, con lunghe maniche e un delizioso corsetto stringivita. Lo indossò. «Perfetto!», sospirò...da un mobiletto prese un paio di stivaletti in morbida nappa, le calze che aveva indosso erano un po' spesse ma avrebbe dovuto accontentarsi, per quella sera. «Bellissimi», disse procedendo ad infilarli. Trovò poi alcuni trucchi da teatro su un si truccò, scovando nel retrobottega un grosso specchio, pur mostrando qualche perplessità su ombretti, rossetti e altri oggetti che definì "diavolerie". «Molto meglio, il mio oscuro signore sarebbe così fiero di me», disse Harmonia sbattendo le ciglia intensificate con mascara, socchiudendo gli occhi resi ancor più profondi da ombretto nero e mandando un bacio alla sua immagine riflessa nello specchio con le labbra dipinte del colore del sangue.
«E ora vediamo di divertirci un po'», commentò tra sé e sé uscendo dal negozio, dopo essersi portata via anche una pochette nera e un cappotto di velluto, scovato in mezzo ai saldi.
Non appena si ritrovò in strada notò un gruppo di ragazzi vestiti come i marinai delle navi che spesso attraccavano nel vicino porto della cittadina dove era nata. «Guardate...è Lucina!», disse uno di loro indicandola. «Ma come si è vestita?», gli fece eco un altro ridacchiando ma fermandosi ad osservarla. Lucina gli sorrise e gli mandò un bacio, avvicinandosi.
«Buonasera esimi gentiluomini - esordì, tutti si accorsero che la sua voce era differente da come se la ricordavano - forse potreste indicarmi la via per raggiungere la casa di questa Hannaleen. Ho sentito che è in corso un ricevimento e ho decisamente voglia di un po' divertimento vecchio stile. Non mi faccio una bella risata da più di quattrocento anni e questa è la serata ideale per divertirsi».
Quelli si misero a ridere, «Se Hannaleen ti vede alla sua festa di Halloween penso che potrebbe arrivare ad ucciderti - disse quello con il cappello dalla piuma nera assumendo un'espressione seria-. Lo sai che non ti può sopportare». Harmonia, che a tutti appariva come Lucina, che non aveva mai avuto vita facile per via dell'essere la figlia di una madre nubile, per non esser mai stata alla moda, per avere gusti che non erano condivisi. Tutte cose che per la rinata strega invece rendevano la ragazza speciale. 
Harmonia rise, «Ci deve solo provare, quella sciocca. Questa notte è il mio momento di rivalsa su questo mondo e ho intenzione di godermela fino in fondo. E potete chiamarmi Harmonia, gentile messere...e troverei delizioso se foste così gentile da accompagnarmi, non son sicura della strada. Inoltre non vorrete lasciarmi da sola a fronteggiare quei violenti con indosso tute a chiazze». Il ragazzo guardò gli altri, quella nuova personalità di Lucina non gli dispiaceva affatto, inoltre non aveva mai sopportato Eddie ed i suoi amici. «Va bene, ti accompagneremo e Eddie non ti farà alcun danno...su Hannaleen non posso giurarci. Ti odia per davvero». Si incamminarono, la loro meta era a meno di dieci di minuti.
Intanto Eddie e gli altri erano arrivati a casa di Hannaleen e le avevano detto che Lucina aveva tutta l'intenzione di presentarsi. La reginetta della scuola ebbe un moto di rabbia e, raccogliendo le gonne del suo costume da dama, si fece largo tra gli invitati fino a raggiungere l'ingresso. «Quella schifosa dovrà vedersela con me. Partecipare alla mia prestigiosa festa, ma chi si crede di essere? Mischiarsi con noi».
Hannaleen accolse alcuni invitati ritardatari poi si mise di fronte alla porta, dietro di lei si sistemarono Eddie e gli altri, in attesa che Lucina si mostrasse.
Non trascorsero più di cinque minuti che Harmonia, insieme ai suoi nuovi amici, fece la sua apparizione. Hannaleen restò a fissarla, non solo osava presentarsi a casa sua ma aveva anche l'ardire di farlo insieme a Kayran. «Eccoci arrivati. Resta vicino a noi», le disse Kayran indicandole Hannaleen e gli altri.
Senza dargli retta Harmonia si staccò dal gruppetto e con un gesto della mano fece aprire il cancello, soddisfatta nel scoprire che la sua magia aveva conservato tutto il suo incredibile potere. Lesse la targa e quasi sobbalzò, incredula di fronte a tanta fortuna: quella con cui avrebbe dovuto confrontarsi era niente meno che la discendente del giudice Metcalf, che l'aveva mandata alla forca con l'accusa di essere una seguace delle forze oscure, dell'antica religione...Harmonia non riuscì a trattenere una risata di trionfo.
Avanzò sicura di sé, sentendosi gli occhi non solo di Kayran ma anche di Hannaleen, di Eddie e di molti sconosciuti.
«Non hai veramente ritegno», urlò Hannaleen man mano che la ragazza che aveva l'aspetto di Lucina si avvicinava, un sorriso di scherno dipinto sul volto truccato. «Non credere che ti lascerò insozzare la mia bella casa con la tua schifosa presenza, lurida figlia di una donnaccia...sei esattamente come tua madre. tutta la tua schifosa famiglia...».
Harmonia arrivò davanti a lei, superandola di un buon cinque centimetri. Allungò una mano e senza nemmeno toccarla la fece finire addosso a Eddie e agli altri. «Zitta, non sai nemmeno di cosa stai parlando, povera sciocca. Non hai idea di chi io sia».
Harmonia si volse, i capelli mossi da un vento impercettibile, lo sguardo acceso di fiamma e la pelle splendente. «Io sono la Regina di questa notte, io sono la Gran Sacerdotessa di Samhain...o come lo chiami tu e i tuoi seguaci Halloween...Io sono colei che regna incontrastata in questa notte!». Rise la strega ragazzina alzando le mani al cielo e facendone sprigionare lampi azzurrini, ridendo allo scatenarsi della tempesta. Si rivolse di nuovo a Hannaleen, avvicinando il viso a quello paonazzo della ragazza. «Parli insultando chi non vi ha fatto nulla, odiate qualcuno solo perché diverso da voi. Sei identica al tuo antenato, quello stolto superficiale del giudice Harvey Metcalf ma ora sono tornata e avrai la lezione che meriti».
Harmonia fece un paio di passi indietro e allungò la mano destra verso Hannaleen, lentamente quella fu sollevata in aria. Qualcuno urlò, i più non riuscivano a spiccicar parola per lo stupore.
Harmonia fece vorticare per alcuni minuti la povera Hannaleen, mentre la pettinatura si disfaceva, il trucco colava e il vestito veniva trasformato in un mucchio di stracci. Poi la rimise in terra. «Eccoti servita, questo è l'abbigliamento che ti si addice...sporco quanto lo è la tua anima». Hannaleen scoppiò in lacrime. «Tu, tu...Lucina l'ho sempre detto che tu sei cattiva, malata...feccia. Meriti di essere odiata. Invidiosa lurida schifosa».
A quelle parole si alzò un forte vento e Harmonia concentrò la sua rabbia, repressa da quattrocento anni contro la ragazza. Nuovamente Harmonia pronunciò parole incomprensibili e Hannaleen si ritrovò scaraventata nuovamente addosso ad Eddie. Quello, imitato da altri, si ritrasse schifato. Hannaleen ora indossava abiti del tutto simili a quelli che Harmonia conosceva da i ricordi di Lucina e aveva lo stesso aspetto trasandato e non alla moda. «Ora tu sei esattamente identica a chi tanto hai in odio. Ti avevo detto che con me non si deve scherzare. Non provo pietà e tanto meno simpatia per le persone grette, egoiste e superficiali. Stai zitta se non vuoi che ti faccia spuntare anche due orecchie a sventola o ti faccia cadere i capelli...hahahah».
Eddie, che solo per il fatto di essere il cugino di Hannaleen si sentiva in obbligo di fare qualcosa, si lanciò verso Harmonia ma fu intercettato da Kayran, che lo spedì a terra con un pugno
Harmonia la superò ed entrò, venendo accolta da uno scroscio di applausi e qualcuno le si avvicinò congratulandosi con lei per i suoi "trucchetti".
Kayran la raggiunse. «Complimenti. Hai veramente messo a posto Hannaleen. Veramente sei la Regina di Halloween». Tutti i presenti ripeterono quel titolo come una cantilena
Harmonia si godette il momento fino a che intravide il chiarore dalla finestra. «Devo andare» disse correndo via, pur a malincuore ma il suo signore oscuro era stato chiaro: aveva solo quella notte per mettere a posto il suo conto in sospeso con i Metcalf. La sua missione era compiuta.
Era senza fiato quando si ritrovò nella radura dove si era impossessata del corpo di Lucina, sorrise quando i fuochi fatui apparvero trasformandosi negli spiriti passati. Fu avvolta dai lunghi sudari neri e si sentì tornare eterea, abbandonare il corpo per tornare nell'oscurità. Poi fu solo buio e silenzio.
Era mattina inoltrata, il sole tiepido riscaldava appena l'aria quando Lucina si ridestò, di fronte a lei stava Kayran. «Tutto bene?», le disse porgendole la mano. Lei l'afferrò guardandolo confusa. «Ti ho cercato tutta mattina, da quando all'alba sei scappata. Non si parla d'altro che della lezione che hai dato ad Hannaleen durante la sua festa».
«Lezione? Che lezione?», soffiò Lucina senza capire. Si guardò chiedendosi perché mai indossasse quel vestito, quelle scarpe preoccupata di dove potessero essere i suoi soliti abiti e di cosa avrebbe detto il nonno quando sarebbe tornata a casa dopo la scenata che gli aveva fatto. Mentre faceva quel pensiero gliene spuntò un altro, in fondo non aveva fatto niente di così terribile, niente di così irreparabile. Sorrise senza accorgersene, sentendosi bene, sentendo la vita fluire in lei.
«Prima di te nessuno aveva mai avuto il coraggio di affrontare Hannaleen. Ti sei comportata da autentica Regina di Halloween, Lucina».
«Samhain, Regina di Samhain...e chiamami Harmonia», rispose di getto sorridendo, «Io sono Harmonia».
Lo prese sottobraccio e si fece condurre fuori dal bosco e lanciò un ultimo sguardo prima di buttarsi nella sua nuova vita.