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martedì 28 aprile 2015

LA GEISHA DAI CAPELLI DI FUOCO

Tra i vicoli dell'antico quartiere di Gion, nel cuore dell'antica Kyoto, tante le storie delle fantomatiche creature che sono le geishe si raccontano ancor oggi.
Tra queste una delle favorite sia tra le okasan sia tra le giovanissime maiko e persino tra le più rinomate geiko è quella che racconta la favolosa storia della misteriosa "geisha dai capelli di fuoco".
Se la conclusione di quella che ormai è indicata come una leggenda varia da chi di volta in volta segue la narrazione, l'inizio è sempre lo stesso...

1) I sakura erano in fiori e l'aria ebbra dei loro colori e dei loro profumi. Un sole arancione dipingeva del suo sanguigno colore la cima innevata  del Fujiyama scandendo l'ora del tramonto.
Per le vie di Gion, il più famoso kagai di Kyoto, i businessmen si accalcavano per raggiungere le ochaya e trascorrere una serata in allegria, bevendo, mangiando piatti tradizionali e gioendo della compagnia delle più belle geiko - il modo in cui le geishe di Kyoto si riferivano a loro stesse - di Gion.
Le vie, strette e sovrastate da tetti spioventi di tegole color ardesia, erano affollate di persone. Dagli alti cancelli delle okiya provenivano le voci garrule delle geiko, intente a prepararsi.
Le giovani maiko si affaccendavano intorno alle "sorelle maggiori", aiutandole a stringere gli obi o porgendo loro preziosi fermargli per capelli.
Silenziose poi le giovani donne uscivano e si dirigevano verso le rispettive okaya.
Quella sera le geiko erano particolarmente eccitate, perché alcune maiko avevano appena completato il loro percorso e avevano appena passato la cerimonia dell'erikae, ovvero avevano cambiato il colletto dei loro kimono da rosso a bianco, divenendo a tutti gli effetti delle geishe.
La luce dorata del tramonto primaverile rendeva tutta l'area soffusa di un alone quasi mistico.
Due giovani geishe, Makiko e la sua amica Kimika, stavano attraversando la strada quando videro un gruppetto di loro colleghe che si erano attardate e sembravano intente a guardare qualcosa.
"Andiamo a vedere", propose Kimika, afferrando l'amica per la manica del kimono e cominciando a tirarla verso le altre. Makiko cercò di opporre resistenza ma alla fine la curiosità vinse e seguì l'amica senza opporre resistenza.
Raggiunsero le altre e si fecero strada, fino a che riuscirono ad intravedere l'oggetto dell'interesse delle altre geiko. Alle loro orecchie giunsero mormorii stupiti.
Davanti ad una vecchia okiya si era fermato un carro e alcuni facchini stavano scaricando mobili e suppellettili. Le ragazze rabbrividirono di paura: quella casa era disabitata e chiusa da almeno mezzo secolo e aveva la fama di essere infestata dai fantasmi della okasan e della geiko che vi avevano vissuto e che al suo interno erano morte in modo misterioso. C'era chi sosteneva che in alcune notti dell'anno si potessero udire i passi delle due donne percorrere i corridoi e c'era chi sosteneva di aver visto la geiko passeggiare, nelle notti di luna piena, per il giardino. «Era una fanciulla bellissima - sostenevano coloro che l'avevano intravista -. Pelle color dell'alabastro e occhi simili a perle dorate. I capelli, i capelli erano il suo tratto distintivo: simili al fuoco per colore e  sembrava che fossero dotati di vita propria».
La sorte della poverina era stata infausta, dicevano le cronache: una notte dei ladri si erano introdotti nella okiya e avevano ammazzato entrambe. «Da allora i loro spiriti sono rimasti intrappolati in quella casa - era il modo in cui i vecchi concludevano la storia -. É pericoloso avventurarsi entro quelle mura, che tanto dolore hanno sopportato. É meglio starvi lontano»·.
Le maiko e le geiko obbedivano a quelle parole e stavano lontane dalla casa della geisha dai capelli di fuoco, ma ora ciò cui stavano assistendo aveva dell'incredibile. Qualcuno aveva intenzione di andarvi a vivere. Per loro era un evento al limite del sacrilegio. Si guardavano tra loro, pallide sotto la maschera bianca del loro trucco, indecise sul da farsi...ma era tardi e il dovere le attendeva, così le belle artiste di Gion si ritrovarono di nuovo in strada dirette alle case da tea, dove facoltosi politici e uomini d'affari le attendevano, per godere della loro abilità oratoria, delle loro danze e delle melodie che sapevano trarre dagli shamisen.
Mentre le geiko tornavano alla loro vita all'interno del protetto mondo del salice e del fiore, i due facchini terminavano di portare dentro la okiya i due bauli, un enorme armadio e qualche altro complemento d'arredo.
Dietro di loro la notte cominciava a prendere possesso del quartiere e della città. Un vento freddo si era d'improvviso levato a scompigliare le chiome color rosa dei ciliegi in fiore.
«Muoviamoci - disse quello più anziano -. Non mi piace quest'atmosfera lugubre». Il giovane ribatté che dovevano attendere che i nuovi proprietari della casa arrivassero, secondo quanto avevano pattuito. «Altrimenti non saremo pagati», concluse lanciando un'occhiata al vecchio.
Aveva appena finito di parlare quando sentirono un fruscio e, girandosi, si trovarono di fronte un giovane uomo, dai tratti occidentali, ben vestito. «Spero che non mi stiate attendendo da molto - disse loro in giapponese -. Purtroppo sono da poco giunto a Kyoto e ancora non mi so orientare bene».
I due uomini scossero la testa, era la prima volta che udivano uno straniero esprimersi in modo così perfetto nella loro lingua. Si inchinarono rispettosamente e dissero che il lavoro era stato completato secondo i suoi ordini. I mobili erano stati sistemati nei punti della casa da lui indicati.
Il misterioso occidentale sorrise e, dalla giacca trasse un mazzetto di banconote. Ne contò una decina, ne aggiunse altre cinque e le infine le porse all'anziano. «Un piccolo extra, per il vostro silenzio - disse mentre il denaro passava di mano -. Non voglio che alcuno sappia dove sono. Questo sarà il mio buen ritiro. Non parlate con nessuno del lavoro che avete fatto per me quest'oggi, o avrete da pentirvene». Quelli si inchinarono nuovamente, mormorarono qualche parole di rassicurazione e scapparono via. L'espressione dell'uomo li aveva terrorizzati più delle sue parole.
Il misterioso visitatore osservò l'antica okiya, poi mormorò «Tsuini geisha kami no kasai no ie ni kite, watashi no kenkyu wa, saigo in kite iru» (Sono infine giunto alla casa della geisha dai capelli di fuoco, la mia ricerca è giunta al termine).
Varcò la soglia e rimirò il giardino sotto la luce della luna. Pur nello stato di abbandono, riusciva a trasmettergli un senso di pace. Salì i gradini e fece scivolare la porta, il silenzio era assoluto intorno a lui. «Sono venuto per voi», disse a mezza voce, rivolto al buio. «E non ho intenzione di rinunciare ad incontrarvi».
Sapeva che le sue parole potevano suonare baldanzose ed arroganti, ma era così: da che qualcuno in uno dei villaggi compresi tra Tokyo e Kyoto gli aveva raccontato quella leggenda aveva sentito qualcosa dentro l'animo smuoversi. Dopo anni di apatia, quella strana storia aveva acceso in lui una curiosità morbosa. Aveva speso settimane nella ricerca della abbandonata okiya e aveva fatto l'impossibile per poterla comprare. Ora era sua e avrebbe fatto in modo di incontrare la misteriosa fanciulla, la geisha dai capelli di fuoco.
Attraversò le stanze, notando come tutto fosse pulito. Se, come gli avevano raccontato i tecnici del comune da cui aveva potuto comprare quel piccolo gioiello architettonico, era disabitata da almeno mezzo secolo avrebbe dovuto essere ricoperta di polvere.
Uscì di nuovo sul piccolo patio e lanciò un'occhiata alla luna. La notte era appena cominciata. Da una valigia trasse fuori una fiaschetta, ne svitò il tappo e bevve un lungo sorso. Un rivolo di un rosso scuro scivolò fuori e macchiò la sua camicia di seta. Imprecò tra sé e bevve un'altra sorsata.
Sentendosi ritemprato, rientrò in casa e si preparò. Si spogliò degli abiti occidentali e indossò uno yukata nero dai ricami d'argento. Sollevò, senza fatica, quello che i facchini avevano creduto fosse un armadio e lo adagiò in mezzo alla stanza. Dal baule prese una candela e un libro di haiku, acquistato tempo addietro in un mercatino di Hokkaido.
Utilizzando un acciarino, accese la candela e cominciò a declamare, a voce alta, le poesie. Per fortuna del misterioso nuovo inquilino della okiya, la musica e le risa dell'hanamachi di Gion coprirono la sua voce.
Andò avanti per buona parte della notte a leggere ma nessuna fanciulla dai capelli color del fuoco e gli occhi color dell'oro fece la sua comparsa.
Poco prima del sorgere del sole chiuse le porte e aprì l'enorme bara che aveva sistemato per terra la notte prima. Era di un bel legno scuro, lucida e l'interno rivestito di morbida sera scarlatta. Si chiuse il coperchio sopra la testa e  lentamente sprofondò in un sonno simile alla morte.
L'uomo, proveniente da impervie regioni dell'occidente, sorrise nel suo nascondiglio e per un fugace momento i suoi denti acuminati brillarono. «Sarete mia, misteriosa dama dai capelli di fiamma. Sarete mia, per l'eternità».

2) La notizia che un nuovo inquilino si era stabilito nella okiya abbandonata fece il giro delle case da tea e delle okiya in pochissime ore. Le okasan disapprovarono la decisione delle autoritá di vendere la casa appartenuta alla Geisha no kami no kasai e per di piú ad uno straniero. «Dove andrá a finire Gion se la prefettura si permette di vendere le okiya senza consultarci», si lamentó la okasan della bella Chamoko, la geiko piú ricercata della Città.
L'anziana batté la pipa sul tavolo e si rivolse alla giovane donna, che la ascoltava bevendo una tazza di tea. «Questa sera hai appuntamento con il Grande Direttore, vero?", le chiese. Chamoko annuí. «Bene. Allora, con molta grazia, gli devi domandare di intervenire. Non é lecito che ci venga fatto questo torto. E non per una okiya qualunque ma per quella».
Chamoko chinò il capo in segno di rispetto e promise che avrebbe chiesto l'aiuto del suo Danna, uno degli uomini più potenti di Kyoto, perché lo straniero venisse rimesso al suo posto.
La sera sorse, tiepida e profumata dopo una giornata ventosa ed irrequieta.
Le ochaya aprirono le loro porte alle artiste e ai loro accompagnatori. Qualcuno, tra i pochi uomini ammessi in quel mondo quasi interamente femminile, decise di andare a vedere cosa stesse succedendo tra le mura della casa della sofferenza, un tempo nota come Okiya del Sole. Reggendo piccole torce lo sparuto gruppetto si avvicinò, cercando di sbirciare tra le assi sconnesse del vecchio cancello di legno. Poterono solo scorgere la fiamma di un lumicino e l'ombra di un uomo, alto e imponente, muoversi per la stanza. D'improvviso un vento gelido si alzò e una folata spense le loro fiammelle, rimasti al buio i poveri giovani furono attraversati da brividi di paura. Prima che potessero allontanarsi, una voce profonda li sorprese: «Cosa vi porta a spiare al mio uscio?». Alzarono lo sguardo e videro un giovane di bell'aspetto, avvolto in uno yukata nero di foggia elaborata, che li osservava dal muro di cinta. Nella mano destra reggeva una katana e negli occhi poterono scorgere un'espressione adirata. Cercarono di inchinarsi e di battere in ritirata ma lo sconosciuto li fermò. «Non così in fretta». Saltò in terra, bloccando loro la via di fuga. I suoi occhi li tenevano incatenati quanto la minaccia della sua spada. Lo guardavano tremanti e, gettandosi in terra, implorarono la sua clemenza. Quello li osservò con disprezzo e poi si mosse, veloce come un soffio di vento. La katana lampeggiò e gli uomini caddero a terra, feriti e sanguinanti. «Questa notte vi ho dimostrato la mia clemenza, che non vi riveda intorno alla mia magione. La prossima volta non vi risparmierò». Traendo dalla manica del kimono un fazzoletto candido, ripulì la lama della katana e poi lo gettò loro. «Mi aspetto di riaverlo indietro, pulito», aggiunse. Gli uomini annuirono, uno afferrò il pregiato quadrato di stoffa e lo ripose nella tasca interna del suo yukata assicurando che l'avrebbe avuto indietro entro pochi giorni. Sorreggendosi a vicenda si allontanarono, sotto lo sguardo severo del misterioso straniero. Non avevano mai incontrato un gaikogujin che parlasse così bene la loro lingua e sapesse maneggiare la katana come un samurai. «Ditelo a tutti, che non devo essere disturbato - la voce dell'uomo li raggiunse nella testa, come portata dal vento».
Quando furono spariti dalla vista, il giovane nobile alzò lo sguardo alla luna e emise quello che doveva essere un sospiro. Si incamminò, trasformandosi in una nuvola color argento e riapparendo in casa.
«Perdonatemi, mia cara - disse, rivolgendosi al silenzio -. Importuni». Si sedette al tavolo, aprì il libro di haiku e riprese a leggere. «Sono certo che questo lo potrete apprezzare». Si schiarì la voce e recitò. «Mi porta da te un impervio sentiero lo percorrerò».
Tacque e lasciò i pensieri liberi, cercando nello spazio della casa e del giardino la presenza della donna.
All'improvviso udì un lieve sospiro, proveniente dal piano superiore. Scattò in piedi e si scapicollò per le scale, seguendo quel libere suono nella sua mente. Raggiunse una piccola botola di legno rinforzata da un reticolo di metallo brillante e chiusa da un lucchetto d'argento.
Il vampiro ristette e arretrò di un passo. Il lampeggio di quell'oggetto, che lo separava da colei che in quel momento desiderava, gli ferì gli occhi e sentì la collera salire. Si accorse di aver abbandonato la katana al piano inferiore e fece per tornare indietro ma vide una figura curva e scura bloccargli la via. «Spostatevi», ringhiò mentre sentiva i denti crescevano e sentiva i muscoli tendersi.
La donna scosse la testa, la lunghissima chioma candida ondeggiò e avanzò di un passo. «Andatevene da questa casa maledetta», disse con voce gelida, «Non è posto per voi, questo. Questo è un luogo di sofferenza. Colei che voi cercate non è per voi. Lasciatevi alle spalle le vostre stupide elucubrazioni e tornate alla vostra vita».
All'udire quelle parole, l'uomo scoppiò in una risata. «La sofferenza per me è pane quotidiano - le rispose l'uomo, mostrandole il suo vero volto -. Non sapete di cosa state cianciando e ora vecchia, se non volete assaggiare la mia rabbia, levatevi di mezzo».
La figura si fece più vicino, sembrava muoversi sospesa nell'aria e poi scattò in avanti. Le mani ad artiglio, con lunghe unghie nere e ricurve. Il vampiro la evitò, trasformando il suo corpo in nebbia. Approfittando della forma incorporea, raggiunse il piano terra e recuperò la katana.
Lo raggiunse un lamento soffocato, la disperazione e l'impotenza racchiuso in esso lo colpì nel profondo. «Mia geisha dai capelli di fiamma - mormorò - sto venendo da voi. Presto sarete libera».
Ritornò alla stanza e trovò la megera, il fantasma della okasan che aveva imprigionato la Geisha dai capelli di fuoco in quel luogo di eterno dolore, seduta sulla botola.
Con voce malinconica, la donna si rivolse al vampiro. «L'accolsi in casa, venuta dal nulla. Mai avevo veduto prima di quella sera una fanciulla più bella di lei. Pelle candida, occhi simili ad oro fuso, capelli come fiamma viva. Era debole e triste, un esserino senza passato e senza futuro. Non ebbi cuore di mandarla via e decisi che ne avrei fatto una geisha».
Si zittì, forse ripensando al passato. «Ero stata io stessa una geisha da giovane e la mia okasan mi aveva adottato e lasciato la okiya, ma quando avevo deciso di ritirarmi non avevo travato nessuna giovanetta cui trasmettere il mio sapere. Lei mi pareva un dono del cielo».
Da sotto il legno si udì un suono secco, come se qualcuno stesse cercando di grattare le spesse assi.
«Si dimostrò degna della mia fiducia, imparava in fretta e bene. Era tra le migliori del suo corso. Ero così fiera. Poi cominciai a notare le sue stranezze: Quando usciva prima del tramonto si copriva sempre viso e mani, durante il giorno appariva debole e svogliata e solo alla sera diventava la ragazza allegra cui avevo imparato a voler bene. Poi scoprii, a poche settimane dal suo erikae, la verità. Era già famosa qui a Gion con il nomignolo di Geisha dai capelli di fuoco e questa okiya era nota come Okiya del Sole». Tacque di nuovo e il suo avversario le fece un cenno perché proseguisse.
«Non era umana, non come voi e me - urlò la vecchia con rabbia, mentre il suo viso mutava in una maschera da Grand Guignol -. In tutti quegli anni aveva tenuto nascosto la sua vera natura. Quando la vidi, la prima volta, azzannare alla gola un cliente e succhiargli via la vita e il vigore, seppi che ero perduta per sempre. La obbligai a raccontarmi la verità».
Il vampiro non poté fare a meno di sorridere a quelle parole, il suo intuito non aveva sbagliato. Il suo istinto, che l'aveva spinto fino laggiù, aveva saputo fin dall'inizio la verità.
«Da allora cercai di impedirle, in ogni modo, di cacciare a Gion, di uccidere innocenti ma senza successo. Lei si limitava a dire che era la sua natura e come tale non poteva cambiare. Mi ricordo ancora quella terribile frase, che mi disse quella sera. Umani, mortali, per noi siete solo cibo. Decisi che era il momento di fermarla e l'ho fatto come potevo».
Indicò la botola. «L'ho rinchiusa là dentro e implorai gli dei di farmi sua custode. Avrei dovuto cercare di ucciderla ma non ce l'ho fatta, in fondo è la mia bambina. In questi anni l'ho nutrita il minimo perché non morisse. Poi siete arrivato voi e ora son costretta a cambiare i miei piani. Prima mi libererò di voi e poi di lei, per l'eternità. Infine anche io avrò il mio giusto riposo».
Il visitatore rise, «Potete anche scordarvelo, di ucciderla ma io mi occuperò di darvi il giusto riposo». Prima che la vecchia potesse agire, scattò in avanti e affondò la katana. Con un singulto sorpreso, la okasan si dissolse in polvere e di lei non rimase che il suo kimono a brandelli. Lo sollevò con la punta della spada e lo gettò lontano, poi si inginocchiò sopra la botola. «Ancori pochi secondi, mia cara, e sarete libera».
Si alzò in piedi e menò un fendente al lucchetto, che era d'improvviso arrugginito mostrando i segni dei decenni, mandandolo in pezzi. Senza sforzo sollevò la botola e la vide: il viso mostrava appena i segni della prigionia, gli occhi socchiusi e le labbra esangui. La chioma rossa avvolgeva il corpo come un sudario. La sollevò senza fatica. «Ora siete libera e al sicuro». Lei lo guardò con uno strano bagliore negli occhi. Lui la portò di sotto e l'adagiò nella bara, «Aspettatemi qui». Si dissolse e dopo poco riapparve. Tra le mani stringeva uno degli uomini che poche ore prima era venuto a spiarlo. «Un volontario, per il vostro nutrimento», le disse costringendo l'uomo a inginocchiarsi offrendo la gola alla donna. La geisha annusò il collo dell'uomo e si leccò le labbra, che ancora recavano tracce di rossetto. La testa si mosse veloce, chinandosi sul collo dell'uomo. I denti, lunghi e acuminati, lacerarono la pelle e cominciò a suggere il prezioso liquido rosso. L'uomo gemette, un misto di dolore e piacere, prima di perdere i sensi. Nemmeno si rese conto della vita che scivolava via.
Quando esalò l'ultimo respiro, la donna si ritrasse. Alcune gocce di sangue imporporavano le labbra e un rivoletto era sfuggito dall'angolo destro ma lei fu lesta a pulirlo.
Fu solo a quel punto che alzò nuovamente gli occhi verso il suo salvatore. «Vi sono debitrice», mormorò in giapponese. «No - disse lui, inginocchiandosi davanti a lei -. Io sono vostro debitore. Il desiderio di trovarvi ha risvegliato nel mio animo la perduta voglia di essere ancora su questa terra. Io vi ringrazio».
Lei abbassò gli occhi, le labbra arricciate in un sorriso delicato.
«Mi avete salvata da una morte eterna, non potrò mai  sdebitarmi», aggiunse lei.
«Non dovete farlo. Ciò che ho fatto - si zittì per un momento -...L'egoismo mi ha spinto a venirvi a cercare, l'egoismo che vi voleva per sé. Non dovete sdebitarvi, vi chiedo solo di restare al mio fianco. Voi siete il più prezioso fiore che questa non vita potesse regalarmi. Potete accontentarmi?».
La misteriosa Geisha dai capelli di fuoco assentì, poi cercò di sollevarsi e lui si mosse per aiutarla, il kimono con cui era stata sepolta viva era ridotto a brandelli ma il suo corpo era coperto dai riccioli rossi. «Dobbiamo andarcene - disse lei -. Questa okiya era sotto un incantesimo, fino a che io fossi rimasta prigioniera e la okasan si fosse occupata di me, il tempo non sarebbe trascorso entro queste mura. Ma voi avete spezzato l'incanto...». Indicò la stanza: la polvere copriva i mobili, la carta di riso delle porte si era consumata e il legno mostrava i segni dei tarli. «Dobbiamo andarcene», fu la risposta di lui. La luna illuminava il cielo ancora scuro. Forse avevano ancora qualche ora prima del sorgere del sole, poi avrebbero dovuto trovare un rifugio per trascorrere le ore diurne.
«Avete fiducia in me?», chiese lui senza preavviso e lei non seppe far altro che chinare la testa. Non poteva far altro che affidarsi a lui, era stata prigioniera per oltre mezzo secolo. Ignorava come il mondo fosse diventato, come il quartiere dove aveva vissuto si fosse trasformato. Ma era anche curiosa. Gli anni in cui la okasan l'aveva tenuta rinchiusa non avevano minato del tutto il suo spirito e la sua natura predatrice.
«Come vi posso chiamare?», le chiese. «Io sono Dougal Conall Duff Keith ma i più preferiscono chiamarmi solo Conall». La dama chiuse gli occhi, cercando di ricordare il suo nome. «La okasan mi chiamava Akane, che significa "profondo rosso" per il colore dei miei capelli, e il mio nome da geisha dovrebbe essere Aimi, che vuol dire "bellezza"». Tacque. «Due nomi che si addicono a voi. Penso che vi chiamerò Aimi, se per voi va bene», commentò Conall e la geiko rispose di nuovo con un cenno del capo.
Un tonfo sordo attirò la loro attenzione: un pezzo del tetto era caduto a terra. La okiya cominciava a cedere. «Dobbiamo andarcene» - disse l'uomo, afferrandola per una mano ma Aimi si indicò e lui si rese conto che era vestita solo dei suoi capelli. «Per quanto possa apprezzare lo stile Lady Godiva - fece lui, cercando di apparire allegro -, forse questo non è il momento migliore per sfoggiarlo». Afferrò uno dei suoi yukata e lo fece indossare ad Aimi, che lo accomodò intorno al corpo esile. «Con estremo rammarico - aggiunse ancora lui sfoderando la spada - vi chiedo il permesso di tagliare di qualche centimetro la vostra chioma. Per rendervi più agevole il cammino».
Aimi si limitò a sorridere ed offrì i capelli al suo misterioso salvatore. Con un colpo preciso, Conall li recise appena sotto il sedere di lei. Osservò con soddisfazione il risultato, poi si affrettò a mettere insieme i suoi oggetti personali e, di nuovo le offrì la mano. «L'alba giungerà presto e dobbiamo affrettarci per trovare un posto dove trascorrere il diurno. La prossima notte organizzerò il nostro ritorno nella mia patria...e vi procurerò i più bei kimono che abbiate mai visto. Prima di andare, un ultimo tocco». Prese uno spesso scialle e lo drappeggiò intorno al capo di lei, nascondendo la chioma di fuoco. «Per la vostra sicurezza, mylady».
Un cigolio potente anticipò di pochi secondi la caduta di una trave di legno, che li mancò di pochi centimetri. Si guardarono un'ultima volta prima di incamminarsi verso il cancello e da lì si lasciarono alle spalle Gion e il suo magico mondo del salice e del fiore.
Conall trovò un hotel dove poterono rifugiarsi e, appena sorse la luna, fece un paio di telefonate organizzando il ritorno in Europa per lui e per la sua misteriosa accompagnatrice. Grazie alle sue conoscenze locali, ottenne in pochi giorni un passaporto per la ragazza, che ad ogni nuova notte imparava qualcosa di più su come il mondo si era trasformato durante la sua prigionia.
«Siete felice?», le domandò una notte mentre ritornavano in hotel dopo una notte di caccia. I sensi ebbri dei sapori e dei rumori della città, Aimi rispose «Non penso di esser mai stata così felice prima di ora. Non ho quasi ricordi del tempo in cui sono stata una geisha. É morto, insieme alla okasan».
Sui giornali di Kyoto, per qualche giorno, molto risalto ebbe la notizia della scoperta che l'antica Okiya del Sole era crollata in modo misterioso e la leggendaria storia della Geisha no kami no kasai tornò alla ribalta.

Nonostante la rinnovata notorietà della storia di Aimi, con tanto di foto sue apparse sui giornali, nessuno fece caso alla donna dai lunghi capelli rossi raccolti a treccia ed abbigliata con moderni abiti di foggia occidentale, che una notte si imbarcò sul piroscafo diretto a New York in compagnia di un aitante giovane uomo abbigliato in modo altrettanto elegante.

domenica 5 maggio 2013

C'É QUALCUNO FELICE?

1 -

Da giorni piove. Senza tregua.

Michiko guarda fuori dalla finestra. Il balcone è allagato e rivoletti d'acqua piovana gocciolano dalla grondaia. Il giardino, di cui intravede un brandello, è ridotto ad un pantano. Il roseto di sua mamma piegato sotto il peso dell'acqua.
Sbadiglia annoiata e prova a concentrarsi sul libro che sta leggendo ma la sua mente vola altrove. Fuori dalla finestra, incontro al cielo grigio e alle nuvole argentate. Una luce innaturale riveste il paesaggio di una coltre irreale.
La ragazza abbandona il volumetto di poesie che sta studiando sul letto e si avvicina alla porta del balcone. Dietro le tende il picchiettio della pioggia è una colonna sonora jazz nella sua mente. Sogna ad occhi aperti Nina Simone esibirsi sul palco di un locale dalle luci soffuse. Si sente felice, così senza una apparente ragione. Felice di quel suono, per come appare ora il suo paese.

"C'è qualcuno felice? Come sono io adesso", la domanda fiorisce sulle sue labbra prima ancora che nella sua testa. Lo deve sapere, lo vuole sapere. 
La primavera risveglia non solo la natura ma anche, in persone particolarmente sensibili, dilemmi e domande che non sempre possono trovare una risposta concreta.  
Senza pensarci molto corre a prepararsi: indossa la mantellina impermeabile viola, gli stivali di gomma, raccatta la borsa e  infila la porta di corsa. É mossa da un'ansia di conoscenza, da un desiderio di confronto con le altre persone che le era sconosciuto fino a quel momento.
Cammina a passo spedito cercando di evitare le pozzanghere. In strada è sola, con quel tempo inclemente nessuno si azzarda ad abbandonare l'asciutto e il tepore di casa o ufficio. Gironzola per il centro del paese dove vive da quando è nata: tra il bar, la chiesa e il municipio, un incrocio di quattro strade e un paio di vicoli pedonali. Nonostante la mantella e gli stivali si sente inzuppata ma tornare a casa non è un'opzione contemplata al momento. Vuole trovare almeno una persona cui porre la sua domanda. "C'è qualcuno felice?" e saperlo, se c'è qualcuno felice.
Infila la porta del bar, lascia ad ogni passo una scia di gocciole pesanti. I suo stivali producono quel caratteristico suono onomatopeico che quando era piccola la faceva ridere. "Un caffè, per favore", ordina con una vocina flebile. Il barista, burbero più del solito forse a causa del brutto tempo che gli sta rovinando gli affari, la serve bofonchiando qualche imprecazione sottovoce. Michiko zucchera la bevanda e la sorseggia, guardando fuori la piazza lastricata di pietroni bianchi: sotto la luce grigia del cielo e, per effetto della rifrazione dell'acqua sulla pietra, le appaiono lucenti come se fossero di marmo. Pur nella desolazione del pomeriggio piovoso quella vista le mette allegria, di nuovo le si spalancano le porte di nuovi mondi sconosciuti. Di nuovo si sente felice, un'emozione infantile e naturale.
"C'è qualcuno felice?", la domanda le sfugge mentre sistema la tazzina vuota sul piattino. Sorride al barista che la guarda accigliato e sbuffa. "Felice? E chi potrebbe mai essere felice? Il tempo fa schifo da giorni e la gente non esce quasi più di casa...e poi con la situazione attuale che vive il paese? Altro che esser felici! Qui c'è da prendere i forconi e andare in piazza. Non è tempo per esser felici". E l'uomo torna ad asciugare i bicchieri lamentandosi del tempo e del governo.
Michiko sorride, raccatta il borsellino e con un cenno della mano saluta, imbarazzata da quello sfogo inatteso e veemente.
Fuori, respira a pieni polmoni l'aria elettrica e carica di umidità e si sente meglio. La risposta dell'uomo le ha tolto il sorriso. Sa che ha ragione, anche più che ragione. La situazione non è delle migliori ma come si fa, si chiede riprendendo il cammino e sperando di imbattersi in qualche anima meno arrabbiata, a cedere a quel senso di bruttura togliendosi la volontà di cercare il buono intorno? Anche in una giornata di pioggia come quella.



2 -

Michiko costeggia il muro del palazzo del comune verso la piazza principale. É sicura che troverà qualcuno felcie, anche fosse solo un bambino. Si affaccia sullo spiazzo deserto, gli edifici intorno formano una corona incombente. La metà degli esercizi commerciali è chiuso per il maltempo, aperti ci sono un bar e il tabaccaio. Ma sono vuoti.
Mesta ritorna sui suoi passi, e scorge, che esce frettolosamente dal municipio semi nascosto da un ombrello, il sindaco. Senza pensarci lo rincorre e gli si affianca. L'uomo la guarda. "C'è qualcuno felice?", gli chiede a bruciapelo Michiko. Il sindaco, né giovane né vecchio e una faccia grigia come il cemento che non cede ad alcuna espressione. "Non so. Non penso. Io non lo sono. Il bilancio che non va. I soldi che non ci sono e troppe opere pubbliche da fare...Come si fa ad esser felici se non puoi fare niente di quello che sai che serve...". Riprende a camminare senza guardar in viso Michiko, che resta ad osservare la figura grigia allontanarsi e confondersi con il resto del paesaggio urbano.
"E se fossi io a sbagliare?", si chiede la ragazzina, ferma sotto l'acqua. I capelli, nonostante il cappuccio, sono bagnati e anche le calzette dentro gli stivali. Le ginocchia sono appena arrossate dal freddo.
"Possibile che in questo paese non sia possibile che qualcuno sia felice, senza che i problemi che ci sono sempre tutti i giorni abbiano la meglio?", prosegue nella sua riflessione e riprende a camminare.
É a tal punto assorta nei suoi pensieri da non rendersi conto della persona che le viene incontro fino a che non le è addosso. "Scusi scusi", dice senza badare e proseguendo nel suo cammino. "Ragazzina cosa fai in giro a quest'ora e con questo tempo? Torna a casa che è meglio", le risponde il poliziotto di quartiere con piglio energico.
Michiko non resiste, si ferma, si volta e lo guarda. "C'è qualcuno felice?", gli fa, cogliendolo alla sprovvista. L'agente non le risponde, sbuffa una lamentela a mezza voce e, mentre prosegue nel suo giro di controllo maledicendo l'assegnazione dei turni, le fa cenno di tornare a casa.

3- 

La ragazzina starnutisce e sbuffa, in fondo alla via l'orologio del vecchio campanile batte cinque rintocchi e mezzo. Sentendo tutto il peso della pioggia e del grigiume che avvolge la città si avvia verso casa, cammina a testa bassa e scansando le pozzanghere. Tutta la sua gioia, profonda e pura, è svanita con le parole e i gesti di chi ha incontrato. 
Si sente una stupida per essere uscita con quel clima per andare in giro a proporre una domanda priva di significato. Eppure a casa le era sembrato così ovvio. Mentre cammina mogia sente una lacrima di delusione e di rabbia pungerle le ciglia ma la ricaccia indietro.
"Hey bella bimba hai un soldino da darmi, per un panino, ho così fame". La voce raggiunge l'io di Michiko. Si gira e si volta fino a che il suo sguardo incontra quello di un uomo, che si ripara sotto la tenda di una tabaccheria. É abbigliato con abiti vecchi e sporchi, la barba sfatta, i capelli bagnati ma sorride. Non uno di quei sorrisi ampi e solari ma pur sempre un sorriso, con un che di amichevole nell'angolo. 
Di solito Michiko non dà soldi alle persone che le chiedono per strada, ma l'uomo, fermo e tremante in quella solitaria piazza, le provoca una stretta alle viscere. Si fruga in tasca e trova solo una moneta, il resto del suo caffè. "Non ho altro", si scusa porgendogli il soldo nel palmo della mano aperta, perché lui possa prenderla. "Va bene, grazie. E felice giornata", le risponde lui stringendosi nella giacca bagnata. "Felice? C'è qualcuno felice?", Michiko si rende conto che non avrebbe mai voluto chiedere quella cosa così sciocca ad un clochard ma ormai è tardi.
"Felice? Ben poca gente in questo posto è felice. Badano molto alle cose materiali, poco a quelle spirituali - le risponde con voce da vecchio filosofo -. Pensano che soldi, sicurezza, bei vestiti e simili siano la felicità. E si dimenticano che c'è altro che fa la felicità. É la gentilezza delle persone, un sorriso inaspettato, il sole dopo la pioggia o la pioggia dopo giorni torridi. Bisogna saperla trovare la felicità, perché è merce rara e difficilmente reperibile ai nostri giorni".
Michiko, a quelle parole, sorride nuovamente e - in un impeto del tutto incoerente con quello che le è stato insegnato apre la borsa, il portafoglio e allunga un biglietto da dieci all'uomo. "Grazie. Oggi so che qualcuno è felice. Grazie". Corre via, incurante ora della pioggia, senza attendere la risposta dello sconosciuto. 
Ora si sente felice.


martedì 30 aprile 2013

L'ULTIMA VOLTA DI EUNICE

Davanti allo specchio Eunice si tocca lo zigomo arrossato. Una escoriazi
oncina é appena appena percettibile sotto il suo indice, ancora tremante per lo scontro consumatosi poc'anzi. Al tocco leggero le sembra che l'osso sia a posto, ma il dolore causato dall'ultima sberla all'altezza della tempia l'ha stordita. Ricaccia indietro le lacrime insieme al mal di capo. Non ha alcuna intenzione di dare a Saverio la soddisfazione di vederla piegata di fronte al suo ennesimo scatto d'ira gratuito. Quella sarà l'ultima volta.

"Questa volta no. Questa è l'ultima volta". Si ripete la donna mentre disinfetta con acqua ossigenata il puntolino rosso, chiusa a chiave nel bagno. Trattiene il respiro mentre il batuffolo di cotone sfiora l'epidermide. Si siede sul bordo della vasca, la testa appoggiata alla fredda ceramica del lavandino e cerca di recuperare il respiro, respingendo singulti e lacrime. Non piangerà per la bestia che è di là e che non riesce più a chiamare marito. E quella sarà l'ultima volta. Prima di uscire si spalma un po' di fondotinta sullo zigomo, per attenuare il rossore, nonostante il pizzicore il suo viso torna quasi accettabile. I segni del tempo non sono così visibili se mantiene un'espressione rilassata e sorridente, in questo frangente il discorso è completamente all'opposto: dense macchie scure devastano il contorno occhi, il rossore sullo zigomo spicca ancora anche da sotto la crema e dal naso alla bocca si disegnano due spesse rughe.
"É l'ultima volta", Eunice si rivolge alla se stessa dello specchio prima di uscire e dirigersi in cucina. "L'ultima volta". 

Dall'altra stanza Saverio si è seduto sul divano fumando, sa bene quanto sua moglie odi l'odore del sigaro. Ride guardando l'orologio, sa che a breve dovrà uscire per preparare la cena, "e se non sarà più che deliziosa avrà un'altra lezione", sghignazza tra sé e sé Saverio aspirando lunghe boccate. Ha acceso il televisore ma non lo guarda, spia invece la moglie che si affaccenda a cucinare. Immagina il suo corpo, ancora asciutto, sotto la vestina da casa che indossa. Sul suo viso compare un'espressione di cupidigia.
Saverio aspira ancora, con aria assorta, senza dar retta ai servizi del telegiornale, pensa a ciò che farà a sua moglie più tardi, quando si saranno coricati. Il suo olfatto è distratto, senza preavviso, da un appetitoso profumo di cibo. Si alza e va verso la cucina, intenzionato a decifrare quell'aroma, gustandolo direttamente.
Attraverso la porta socchiusa Eunice canticchia una vecchia melodia della loro gioventù, Saverio si ferma e infila la testa nello spazio: sua moglie si muove tra il tavolo e i fornelli tagliando, versando in pendola, dosando i condimenti. E dai tegami si spandono nuovi profumi. Fa per entrare ma lei gli si frappone davanti, sorridente nonostante la chiazza mal coperta da qualche intruglio cosmetico. "Tesoro vai di là e versati un aperitivo, qui mi ci vorranno ancora dieci minuti. É una sorpresa per te. Tesoro", scandiscono le labbra rosate, ancora piene nonostante ad un attento esame si riescano ad intravedere le cicatrici dei tagli passati. E lo spinge fuori con il suo corpo, guardandolo con espressione serena, ma l'uomo scorge qualcosa di anomalo negli occhi della donna, di mai visto prima di quella sera.
A Saverio non resta che ubbidire e torna in salotto dove si versa una generosa dose di whisky. Lo sorseggia con gusto mentre ripensa alla scena di poco prima, al comportamento di Eunice. Sicuramente una tattica per compiacerlo, come se tutto questo potesse evitarle il programma che ha in mente per lei per il dopocena.

"Eccoti caro, siediti", cinguetta Eunice scostando la sedia ed invitandolo ad accomodarsi al tavolo, il vino è già nel bicchiere e un piatto di spezzatino con le patate è già nel piatto. Quando lui si è seduto, finalmente anche lei prende posto, si serve una piccola porzione di carne e si versa un bicchier d'acqua.
Saverio trangugia l'ultimo sorso di whisky e si getta sulla pietanza, inghiottendola quasi senza masticare. "Non male", chiosa tra un boccone e l'altro. Eunice china il capo e sorride poi gliene serve un'altra porzione. E anche questa in pochi minuti è terminata. Prima che Saverio possa aprire bocca gli è servita una coppa di frutti di bosco, resi più brillanti dalla granella di zucchero.
"Mi vuoi viziare?", ride sguaiatamente l'uomo prendendo una generosa cucchiaiata delle bacche, Eunice si schermisce con una risatina ma questa volta non gli toglie gli occhi di dosso. Non c'è espressione in essi, lo guarda ma ha l'impressione di non vederlo. "É l'ultima volta".

Dopo la gran mangiata che si è fatto Saverio pensa che, forse, potrebbe rimandare il programma ad altra sera ma lascia decidere la sorte di Eunice al caffè: se sarà buono come il resto le concederà una tregua. Altrimenti non le sarà risparmiato alcunché. Ride tra sé, seguendo i movimenti della donna che riempie la moka prima di acqua, poi di profumato caffè e infine pone il tutto sul fuoco.
In pochi minuti un intenso profumo di arabica si spande per la cucina e una tazzina compare, come per magia, davanti a Saverio. "Come piace a te", aggiunge Eunice tornando al suo posto e sorridendo. Quasi in un sol sorso il marito butta giù anche il caffè, il sapore gli ricorda quello che beveva nelle estati della sua gioventù a casa dei nonni.
Sorride ad Eunice, con quella cena si è guadagnata una tregua, ma per l'indomani aveva già in mente nuovi giochi da sperimentare. "Torna di salotto e fumati un sigaro - gli dice - mentre io finisco di rassettare". A quelle parole Saverio guarda Eunice, possibile che abbia veramente udito? Lei gli sorride e ancora lui scorge quello strano sguardo nei suoi occhi. Non se lo fa ripetere e fila in salotto, si accomoda sul divano e si accende un secondo sigaro.
Dalla cucina giungono le flebili note di una vecchia canzoncina e cullato da quelle in poco tempo Saverio si assopisce.


É un rumore pesante e cadenzato, come di qualcuno che sta camminando indossando pesanti scarponi da lavoro, che desta Saverio. Nell'intontimento che segue il torpore, scorge l'ora: le 22.45. Ha dormito meno di due ore ma non si sente affatto riposato. Alle sue spalle ancora il rumore cadenzato di passi. Fa per alzarsi ma si trova immobilizzato. Di fronte a lui, seduta sulla poltrona c'è Eunice, che lo fissa con quegli occhi privi di qualunque espressione. "É stata l'ultima volta", afferma lei con vigore, con una voce nuova che lui in quei dieci anni di matrimonio e di soprusi, quasi quotidiani, non le ha mai udito. "Potete portarlo via".

Come dal nulla appaiono due gigantesse, vestite con quella che sembra una divisa. Lo afferrano con mala grazia e se lo caricano sulle spalle. "Un altro", dice una all'altra, da quelle labbra serie e tirate esce una vocina da usignolo, che contrasta con il suo aspetto. Saverio cerca di liberarsi contorcendosi e piangendo, implorando e minacciando. "In ultimo fanno sempre così", dice l'altra. Anche in lei, che ha un'apparenza piuttosto mascolina, la voce mantiene una femminilità d'altri tempi.
Con il loro fardello se ne vanno, Eunice attende fin quando non ode più i passi delle due e solo allora si alza, chiude a chiave la porta e si concede un vero autentico sorriso a cuor leggero. Dalla tasca del grembiule trae il cellulare, di cui ha tenuto segreto l'acquisto al marito, e rilegge l'unico sms ricevuto su quel numero: "É l'ultima volta. Sparirà. Parola di Calipso*".

Ora è libera e dal giorno dopo avrebbe avuto una nuova vita.




*Calipso -> centro autonomo libero in permanente sospensione ominosa