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mercoledì 28 novembre 2012

PICNIC A END POINT


L'invito da parte degli Howers straní non poco Shynnelyn. Conosceva appena Cavill Howers, erano nella stessa classe di scienza e, da quando aveva iniziato a frequentare quella scuola non si erano scambiati più di venti parole e qualche sguardo.
Cavill era un ragazzotto basso e tarchiato, teneva sempre lo sguardo basso e parlava solo quando era interpellato direttamente. Per il resto del tempo se ne stava, con aria dimessa, in fondo all'aula a pensare ai fatti suoi. Era un tipo solitario e il non essersi fatto nuovo amici sembrava lasciarlo indifferente.h Per un paio di giorni ci si era chiesti da dove provenisse e come mai si comportasse in quel modo, ma alla fine l'interesse per Cavill era stato sostituito dalla morbosa curiositá nei confronti di Adleyn Masshow, che aveva vinto un concorso per aspiranti attrici e se ne sarebbe andata via entro poche settimane.
Shynnelyn non aveva badato tanto al giovane Howers quanto ai preparativi di commiato per Adleyn quindi quel che accadde quel piovoso venerdí di metá febbraio la lasció in uno stato di imbarazzo e confusione. Alla fine della lezione Cavill, senza alcun preavviso, le si mise di fronte bloccandole l'uscita. "Sei invitata al pic nic della mia famiglia a End Point questa domenica. Ti passeremo a prendere alle 10. Ciao". Cavill Howers se ne era andato senza darle il tempo di rifiutare ed era scomparso nella massa di studenti che se ne andavano verso il weekend. La ragazza ci pensó a lungo durante il tragitto verso casa: era una cosa folle!
Nel borgo si raccontavano strane storie sugli Hovers, trasferitisi in paese non più di sei mesi prima e che non avevano fatto nulla per integrarsi con la comunitá, e lei non voleva essere la prima a scoprire se erano vere. Appena a casa cercó il numero di telefono e chiamó casa di Cavill. Le rispose una voce di donna e dopo essersi presentata fu investita da un trillante urlo di giubilo. Tentó di inventarsi una scusa plausibile per scantonare l'invito ma senza successo perchè la donna quasi non le lasció spazio per parlare. Non riuscí nemmeno a farsi dire perchè su tutte le studentesse che Cavill aveva potuto conoscere in quei mesi aveva voluto invitare proprio lei. Si ritrovó solo a ringraziare Mrs. Cavill per la sua gentilezza, assicurandola che alle 10 si sarebbe fatta trovare all'angolo della via. E la comunicazione si chiuse.
Shynnelyn si chiese come fare per non andare. Da un lato la sua naturale curiositá le diceva di sfidare la sorte e prender parte a questo pic nic, dall'altro una vocina continuava a sottolineare il fatto che non sapeva nulla di questa famiglia e le voci che giravano non erano certo incoraggianti e chissá cosa avrebbero potuto farle in un luogo isolato.
Shynnelyn non sapeva cosa fare e così si mise sul divano a leggere, tormentata dal tarlo del dubbio e della curiositá. Non sapeva nemmeno questo End Point fosse.
Almeno quello poteva scoprirlo da sola. Dallo scaffale alto della libreria prese l'atlante dello stato e nell'indice cercó End Point, poi guardó sulla mappa corrispondente: era il piccolo promontorio dove da bambina aveva trascorso tre (terribili) estati con gli scout ma nei suoi ricordi era indicato con un altro toponimo.
Shynnelyn sbuffó e tentó di riprendere la lettura ma immagini non del tutto allegre occuparono la sua attenzione. Si diede della stupida e andó a farsi un bagno per liberarsi dalla tensione, si fece un sandwich quindi si mise a letto.

SATURDAY

Cielo grigio. Nuvole scure come le occhiaie. Pioggerella fine fine. Fu il tempo che accolse Shynnelyn dopo pranzo. Memore dei tempi degli scout sapeva che End Point non era ambiente adatto a sneakers e aveva deciso di andare al mall per un po' di shopping preparatore e rilassante. Scarponcini, jeans, felpa e simile abbigliamento era il suo obiettivo. E magari, se restava il tempo e i soldi, anche un presente per la famiglia di Cavill. Giusto per metterli di buon umore.
Si tiró su il cappuccio della jacket e si incamminó verso il mall, maledicendo suo padre e madre per esser andati via con la macchina proprio quel malefico weekend.
Entró nella hall sentendosi un cane bagnato. I capelli le scendevano, umidicci, sul viso e goccioline le si infilavano sotto il maglione, giù lungo la schiena, provocandole i brividi. Si diede una rapida sistemata e Shynnelyn si diresse verso il negozio di sport. Dalle finestre si intravedevano i fulgori dei lampi e giungevano i rimbombi soffocati dei tuoni.
Appena entrata letteralmente requisí una commessa e in meno di mezz'ora aveva completato i suoi acquisti, ma non trovó nulla da poter donare alla madre di Cavill, non poteva presentarsi con una pianta durante un pic nic in montagna. Era ormai quasi ora di cena e la ragazza si compró un paio di sandwich e un'insalata giapponese, pensando di mangiarseli mentre si guardava un qualche classico horror della Hammer e poi di andare a letto presto.
Nella hall era riunito un nugolo di persone, che guardavano il cielo, che era una macchia nera in cui fulmini si rincorrevano sfolgorando oltre le vetrate. Shennylyn passó velocemente e si fermó davanti alla porta, quella si aprí facendo entrare qualche schizzo di pioggia. La ragazza si tiró su il cappuccio e si avventuró fuori, camminando a passo svelto ma senza correre. Non ricordava più chi, una volta, le aveva spiegato che sotto la pioggia era meglio non correre, perchè incredibilmente ad andar piano - ma non troppo - si sarebbe bagnata di meno. Fortunatamente casa sua distanza solo dieci minuti e quando varcó la porta non era troppo inzuppata. Si tolse gli stivali, sistemó in terra un giornale e li poggió sopra. Lo stesso fece sotto il cappotto appeso.
In camera si tolse gli abiti umidi, che con un tiro da tre punti finirono nel cesto della roba sporca. Sotto il getto di acqua calda lavó via l'umiditá. Si frizionó i capelli con l'asciugamano e si infiló la tuta poi tiró fuori dai sacchetti i pacchi. Dalla scatola estrasse gli scarponcini, che trovarono posto di fianco al letto. La maglia e i pantaloni furono appoggiati sulla scrivania mentre la giacchetta sulla spalliera della sedia. Shennylyn preparó poi calzettoni e biancheria quindi scese in cucina e compose la sua cena su un piatto, poi il vassoio e una bottiglietta d'acqua. In salotto il dvd era già nel lettore, sfioró appena il tasto play e fu catapultata nel mondo in bianco e nero del "Il Bacio della Pantera" (1948).

DOMENICA

Scoccavano le 10 quando il minivan degli Howers si accostó al marciapiedi e il portellone laterale fu aperto. Dal posto del navigatore la signora Howers Le sorrise facendole cenno di salire. Di fronte a lei Cavill, insieme ai suoi fratelli e sorelle, aspettavano solo che lei salisse. Sembravano impazienti e, così sembró a Shennylyn, avevano uno sguardo affamato quando la guardavano.
Con una specie di saltello fu dentro e si poté sedere solo di fianco a Cavill e ad una bambina dai capelli malamente legati in due codini arruffati.
"Sono cosí lieta che tu abbia accettato il nostro invito - esclamó con voce garrula Mrs Howers -. Era da tanto che non abbiamo ospiti al nostro bel pic nic a End Point. Quest'anno peró mi sono imposta con Cavill, avrebbe dovuto portarci una bella ragazza...". Il marito, distogliendo lo sguardo per un secondo dalla strada, le lanció un'occhiataccia e quella si zittí.
Il resto del tragitto fu silenzioso, fatta eccezione per le presentazioni, cosa cui provvide volentieri la signora Howers, la quale snoccioló i nomi dei figli con lo stesso ritmo con cui l'allenatore le chiamava: Alley, Babelyn, Cavill, Danaes, Elix, Fanny, George, Harold. Specificó che Babelyn e George non c'erano perchè erano fuori cittá per lavoro. Shennylyn sorrise e si ripeté che sarebbe una magnifica giornata.
Dopo meno di un'ora finalmente avvistarono il famoso pianoro di End Point, che terminava in uno spunzone di roccia, il fondo del burrone era un'amena radura boscosa ed ideale per il camping, se si era amanti di quel genere di passatempi.
Altri appartenenti alla famiglia Howers erano già arrivati e stavano preparando: alcune ragazze stendevano le tovaglie sopra assi di legno. "Cosí i piatti non corrono il rischio di rovesciarsi", le precisó una tizia dagli stopposi capelli arancioni che si presentó come Antonia (cugina di Cavill e sorella rispettivimente di Brent, Cristy e Danny).
Shennylyn si chiese se tutti in quella famiglia avessero i nomi in ordine alfabetico, la cosa le sembrava un po' inquietante. "Si, ha un che di inquietante questa abitudine di dare i nomi in ordine alfabetico", buttó lí un'altra cugina di Cavill, che se non aveva capito male si chiamava Davilia.
Shennylyn sbiancó in viso a quella frase, quella strana ragazzina poteva forse leggerle nel pensiero? Fece finta di niente e si diede da fare per aiutare Antonia con i piatti mentre gli uomini si dedicavano a cuocere la carne sul barbecue e a bere birra parlando di sport o politica.
Mentre andava avanti ed indietro tra le auto e la "tavolata" portando posate, ciotole e bicchieri, spesso sentiva gli occhi - sguardi rapaci, curiosi, quasi cupidi - dei parenti di Cavill addosso.
In quei casi sorrideva e lavorava più alacremente.
Era passato mezzogiorno da un pezzo quando finalmente tutto fu pronto e si sedettero per gustare la carne arrostita, le pannocchie e tutte le altre pietanze.
Shennylyn assaggió un pezzo di carne particolarmente tenero e delicato, dal sapore sembrava pollo ma il colore bruno esterno e rosato all'interno faceva pensare a un agnello o altro animale simile.
Shennylyn decise di metter da parte le strane sensazioni e godersi la giornata e le nuove amicizie.
Dopo pranzo giocó un po' con i più piccoli, poi si avvicinó ad Antonia, Cavill e Davilia ma quando la videro smisero di chiacchierare e le puntarono addosso sguardi voraci, da lupo. Fu il pensiero che attraversó la mente di Shennylyn.
Si bloccó e tornò sui suoi passi, andando a sedersi su un masso poco lontano, di fronte a lei si apriva uno spettacolare scorcio di passaggio e Shennylyn rimpianse di non avere la macchina fotografica.
Dietro di lei si udivano gli Howers parlottare e lanciarle occhiate continue, tanto che cominció a sentirsi a disagio e a desiderare di tornare a casa.
Si fece coraggio, si alzó e si avvicinó alla signora Howers. "Mi scusi, non per sembrarle indiscreta ma volevo sapere verso che ora torneremo in paese". La madre di Cavill sorrise. "Tra poco mia cara. Prima c'é il momento clou della giornata".
Shennylyn fu sicura di aver visto delle zanne sbucare dalle labbra della donna ma si limitó a sorridere, non era interessata al momento clou del picnic degli Howers.
Tornó al suo sasso e si rimise a pensare, alla scuola, ai compiti, alla prossima partita. Era a tal punto persa nei suoi pensieri da essersi estraniata da tutti e si riscosse solo quando Cavill la toccó su una spalla. O meglio l'afferró con forza e la strattonó.
"Hey...", protestó Shennylyn cercando di liberarsi ma ottenendo solo che la stretta si serrasse. Uno ad uno i restanti Howers la circondarono fissandola famelicamente.
"Sei stata così dolce ad accettare l'invito di Cavill", mormoró Danaes, passandole poi la lingua rosata su una guancia. Gli altri ridacchiarono e Shennylyn rabbrividí.
In mente le vorticarono tutte le storie che aveva udito: in realtá nessuna si avvicinava a ció che aveva intuito.
"Stai buona Danaes", disse la signora Howers, "Verrá il tuo turno. Cavill lasciala".
La stretta si sciolse e in automatico Shennylyn si massaggió la spalla. Tentó di rimettersi in piedi ma fu costretta a rimettersi a terra. Volgeva lo sguardo ovunque per trovare una breccia e poter scappare, buttare a terra qualcuno non le sembrava molto cortese ma alla fine si disse che era per salvarsi la vita.
Si mise in ginocchio, abbassó la testa e scattó. Finí addosso a Cristy, entrambe finirono a terra e Shennylyn fu svelta a rimettersi in piedi ma una mano le bloccó il piede. Strattonó ma senza riuscire a liberarsi, con la coda dell'occhio riconobbe la madre di Cavill. "Non ci scapperai bambolina - disse ridendo -. Non ci scapperai". Ma Shennylyn non era di quell'avviso: con tutta la forza che aveva sferró un calcio a Mrs Howers, che le lasció il piede e si toccó il naso.
Fu questione di secondi. Shennylyn si buttó in avanti e, una volta recuperato l'equilibrio, corse via. Dietro di lei all'inseguimento partirono tutti tranne Mrs Howers, che li incitava, e i bambini più piccoli.
Sperando in una via d'uscita Shennylyn si infiló nel bosco, gli Howers alle sue spalle guadagnavano terreno, lanciando urla belluine. Ogni tanto si voltava per vedere se fosse ancora inseguita e in un primo momento guadagnó terreno e quasi la salvezza ma, man mano che lei sentiva crescere la stanchezza Cavil, Antonia e Davilia accorciarono la distanza e si avvicinavano sempre più finché Davilia, con un balzo felino, riuscí ad afferrarla e a bloccarla.
"Inutile che scappi. Sei nostra adesso", ghignó e le morse una guancia così a fondo da strapparle la carne. Rise masticando mentre il sangue le gocciolava dalla bocca.
Gli adulti arrivarono e si complimentarono con loro, il padre di Cavill sollevó Shennylyn e se la sistemó come se fosse stata un cervo.
Risalirono fino al pianoro con la loro "preda", Shennylyn, all'inizio aveva provato a liberarsi dalla robusta stretta dei tre ragazzi ma dopo alcuni vani tentativi aveva rinunciato - almeno per il momento, si ripeteva - a combattere e gemeva appena per il dolore alla guancia. Sentiva bruciare le lacrime ma non scendevano
Cominciava ad intuire quale sarebbe stata la sua fine.
"Tutto questo correre mi ha fatto venire fame", commentò George avvicinandosi a lei e prendendole un braccio. Da una tasca cavó un coltellino da campo e lo fece scattare. Incise veloce il suo braccio e si mise in bocca un quadratino nemmeno fosse stato un pezzo di cioccolato, mugugnando di giubilo. Shennylyn urló dal dolore e si mise a piangere. Rivoletti vermigli sgorgavano dalla profonda ferita e cercó qualcosa con cui almeno fermare il sangue, ma si accorse di non avere un fazzoletto e anche il suo nuovo zaino era sparito.
Cercó di chiedere spiegazioni ma appena aprí la bocca Cavill la bació addentando la sua lingua, tiró finché gliela strappó lasciandola sanguinante e gorgogliante. Con una certa soddisfazione Cavill masticó la lingua a lungo, grufolando quasi.
Con occhi sbarrati cercó di chiedere aiuto a Mrs Howers ma invece di trovare comprensione rimedió solo un altro morso, sull'altro braccio. Unico moto di pietá fu metterle in bocca un grumo di cotone per fermare l'emorragia.
Man mano che pezzi di carne le venivano strappati Shennylyn sentiva venir meno le forze ma una parte del suo cervello era vigile e pronto ad agire appena qualcuno si fosse distratto, ma non fu mai lasciata sola.
Aveva sete ma il solo deglutire le faceva dolere ció che restava della sua lingua. Le appariva sempre più chiaro che non sarebbe sopravvissuta a quel pic nic.
Si aggrappava al desiderio di vivere ma per quanto lottasse sentiva la vita lasciarla. Con ogni morsino. Con ogni pezzettino di carne cavato dal suo corpo, mentre gli Howers seguivano non sapeva quale rituale.
Allargó le labbra in un doloroso sorriso: quei vecchi ipocriti non avevano indovinato ció che si celava dietro la riservatezza degli Howers. Non qualche stupido piccolo reato. Non qualche sciocca mancanza. Avevano sostenuto che erano dediti alle più classiche depravazioni che la corrotta mente occidentale sapeva partorire mentre loro, più candidamente ed innocentemente, avevano invece scelto quella vituperata abitudine che veniva relegata certi popoli selvaggi.
Se non fosse stata tragicamente coinvolta avrebbe trovato la cosa sadicamente divertente.
Intorno a lei, ormai persa in una filosofica follia su quanto morale o meno avrebbe potuto essere quel comportamento, gli Howers si preparavano per il clou del loro pic nic.
La fiamma del barbecue si alzó gagliarda nel cielo serale e un largo involucro di cuoio fu appoggiato al tavolo di legno. Aprendolo riveló un inteno di velluto viola e un luccicante set di lame che avrebbe fatto la felicitá tanto di un maestro di chirurgia quanto di un mastro macellaio.
Una quasi incosciente Shynnelyn fu presa di peso e appoggiata alle assi. Mrs Howers si inginocchió alle sue spalle e le fece appoggiare la testa sulle sue ginocchia. Le accarezzó i capelli arruffati e sporchi di terra e sangue. "Calma bambina. Calma. É quasi tutto finito", le sussurró con dolcezza. La tiritera blandí Le ultime resistenze della coscienza di Shynnelyn, che cadde in una sorta di torpore ipnotico.
Fu allora che la mannaia caló prima sulla gamba destra, sotto il ginocchio. Poi su quella sinistra. E fu allora che urló, il corpo scosso dal rimbombo dei tagli, i nervi tranciati che inviavano messaggi al cervello. Impazzí. Dalla gola uscí un urlo soffocato, più simile ad un guaito che ad un grido umano. Cercó nuovamente di mettersi in piedi. Ma uno spiedo la trafisse, tanto da bloccarla a terra ma senza causarle la morte. Legacci di pelle le furono legate ai moncherini per impedire al sangue di defluire.
La nenia di Mrs Howers ricominció ad intorpidirle orecchie e mente.
Intorno, intanto, si diffondeva un odore di carne bruciata mentre le ragazze, con indosso lunghe vesti, danzavano ossessivamente come in un rito orgiastico.
La carne cuoceva. Una pioggerellina pesante cominció a scendere, inumidendo l'aria e bagnando il viso pallido di Shynnelyn, la sua pelle a brandelli, ció che restava del suo corpo martoriato.
Sopra il barbecue e la tavola furono sistemati due raffazzonati gazebo, in modo da non guastare la festa.
La voce aveva perso potenza e ad ogni nuovo fendente che s'abbatteva su di lei usciva sempre più gioca e rauca. Finché all'ultimo tacque.
Sulla brace s'arrostivano le sue dita, braccia, filetti ricavati dal suo addome, Le sue cosce ridotte a spezzatino.
"Cavill, per favore seppellisci la tua deliziosa amica da qualche parte nel bosco. Poi torna. É pronto in tavola e non vorrai mangiare freddo".

domenica 8 gennaio 2012

HALLOWEEN FRIGHT NIGHT


HALLOWEEN FRIGHT NIGHT!

«Sun goes down, behind those dark hills. Moon shines in the starred dark sky. Dead People is ndering in the streets. Rise the night, just after sunset. Beware who might you meet».

Jeremy emise uno sbuffo: essere malato ad Halloween. Non poteva esserci sfortuna peggiore, per lo meno se anche voi foste stati un bambino di dieci anni. Guardò fuori dalla finestra, notando come il giorno avesse ormai lasciato il posto alla sera, quindi al divertimento. Da dieci giorni ormai era inchiodato a letto, a causa di una brutta influenza e sperava di essere sulla via della guarigione ma il medico, passato poche ore prima per un controllo, era stato perentorio: impensabile uscire per fare il giro del vicinato bussando di porta in porta invocando «dolcetto o scherzetto».
«Ti rifarai il prossimo anno, caro», gli aveva detto la mamma passandogli amorevolmente una mano sulla fronte, sentendola scottare. Di contro Jeremy aveva sbuffato e poi fatto gli occhi dolci, aveva implorato, inveito. Senza successo.
Sua madre voleva ignorare il fatto che lui si stava perdendo quell'evento e che, nei giorni seguenti, sarebbe stato escluso da tutti i racconti - interessantissimi - su quella sera.
Tossì, emettendo un rumore cavernoso e rauco, sentendo un dolore acuto raschiare la cavità della gola. Sua madre, senza scomporsi, gli preparò lo sciroppo e glielo porse quindi gli infilò sotto l'ascella il termometro. Jeremy rabbrividì al contatto del vetro freddo con la pelle accaldata dalla febbre. Dopo un tempo che gli sembrò interminabile poté passarlo alla genitrice che ne lesse il risultato: 39. Quelle due cifrette al ragazzino suonarono al pari di una sentenza di morte e la notizia lo spossò ancor più di quello che già non fosse per la malattia.
«Cerca di riposare», gli disse la mamma uscendo, Jeremy riuscì a malapena ad annuire, sprofondando sotto il piumone, al caldo.
La donna scesa al piano inferiore e si sedette sul divano, riprendendo la lettura, interrotta dall'arrivo del medico. L'orologio a cucù, ereditato da una vecchia zia, rintoccò le sei. Il campanello gli fece eco pochi secondi dopo. Stupefatta la donna andò alla porta, era un fatto strano dato che i bambini arrivavano sempre sul tardi essendo la casa una delle ultime della via.
«Buonasera ragazzi», disse al gruppetto di amici di suo figlio che le si presentarono davanti: ognuno di loro indossava un costume ma dietro le maschere i visetti avevano espressioni decisamente imbarazzate. Jillian si aspettava la frase di rito ma al contrario quelli balbettarono qualche parola, farfugliando. Alla fine fu Sarah, una ragazzina magra travestita da gatto con tanto di orecchie e coda, a prendere la parola. «Scusi il disturbo, siamo passati a salutare Jeremy. Possiamo vederlo?».
La donna la fissò poi spostò lo sguardo indagatore sugli altri, infine su un punto imprecisato in cima alle scale: suo figlio stava riposando ma non se la sentiva di negare quell'incontro. «Andiamo, ma fare piano. Forse Jeremy sta dormendo. Aveva ancora la febbre alta quando gliel'ho provata poco fa».
Li precedette, fino alla camera di Jeremy e bussò: «Caro? Ci sono i tuoi amici, sono passati a trovarti...Sei sveglio?» Dall'interno nessuna risposta e sul viso dei bimbi la donna scorse un'espressione di delusione. «Sono davvero dispiaciuta...Venite di sotto, vi do qualche dolcetto». 
A ciascuno diede una bella manciata di caramelle e cioccolatini, magra consolazione per loro che speravano di salutare il loro amico. Li riaccompagnò all'ingresso e li osservò mentre si allontanavano nel crepuscolo: la loro meta era la casa della signora Evernine. Jillia si domandò se non dovesse indirizzarli altrove: fin da quando lei una bambina, le era stato insegnato che quell'abitazione andava evitata durante il giro di Halloween dato che sulla donna che vi viveva erano sempre circolate numerose strane storie. Alla fine sorrise di sé, i ragazzini di ora non credevano alle vecchie superstizioni.
Rabbrividì e chiuse la porta, dal piano di sopra non proveniva alcun suono: Jeremy doveva essersi addormentato. Sperò che quella brutta influenza passasse in fretta e senza complicazioni. Stringendosi lo scialle intorno alle spalle andò in cucina e si preparò una tisana quindi si mise a sua volta sotto le coperte concentrandosi sullo zapping ma la stanchezza prese il sopravvento e dopo pochi minuti si appisolò. Fu a causa della spossatezza che l'aveva avvolta, il rilassamento per il tepore del letto o semplice distrazione che il suo cervello non registrò che i bambini che si erano lasciati alle spalle la sua casa priva di decorazioni non erano cinque ma sei e di questi uno aveva avuto il colpo di genio di vestirsi da malato, con tanto di pigiama e vestaglia.
«Almeno potevi ricordarti di metterti le ciabatte», Kevin apostrofò Jeremy fissandogli le calze di spugna, la cui parte inferiore era ora diventata grigia scura. Senza dubbio ora della fine della serata sarebbe stata nera. L'amico stava per rispondergli a tono ma invece gli uscì un secco colpo di tosse. «Forse non è stata una grande idea, J», commentò Sarah guardandolo e mettendogli una mano sulla fronte, nello stesso modo di sua madre. Jeremy si ritrasse, avevano la stessa età ma alle volte lei se ne usciva con frasi da adulta. Jeremy spallucciò e Robbie diede voce ai pensieri di tutti. «Sarah non potevamo permettersi che si perdesse il giro di Halloween. Non sarebbe stato lo stesso, lo sai bene anche tu»...Evan ed Harry gli fecero eco emettendo un ululato.
Sarah alzò le braccia in segno di resa. «Avete ragione, però faremo un giro più corto in modo che ritorni prima di cena e sua madre non riesca ad accorgersi che è uscito». Il tono di adulta fu accolto da un coro di «booo».
Il gruppetto si fermò, erano arrivati davanti alla veranda della signora Evernine. Robbie si spostò, ghignando, e si inchinò a Sarah «Prima le signore». Gli altri pappagallarono la frase e la bambina, sentendosi punta nell'orgoglio, si mosse verso i gradini ripetendosi che si trattava solo di una vecchia signora eccentrica.
Bussò, una, due, tre volte e fece un cenno ai suoi compagni di avvicinarsi. Si ritrovarono di fronte all'uscio serrato, in attesa.
Infine la porta cigolò, si aprì uno spiraglio e un viso rugoso comparve nello spazio. Sul naso adunco erano poggiati un paio di occhiali dalla sottile montatura dorata. Sarah singhiozzò per lo stupore ed emise un versetto, che nelle sue intenzioni doveva essere un saluto, cui fece seguire un sorriso.
L'anziana li fissò con curiosità e solo dopo un certo tempo realizzò la ragione per cui si trovavano sulla sua proprietà e perché l'avessero disturbata.
«Mi dispiace miei cari» - parlava piano, strascicando le parole - «Non ho niente da darvi. É tanto tempo che non celebro questa serata. Se foste bambini saggi lo fareste anche voi, è tardi e dovreste essere a letto da un pezzo a sognare gli angioletti, invece di andare in giro per le strade dopo il tramonto. Non si sa mai chi si può incontrare...». 
E chiuse la porta senza aggiungere altro.


Mestamente i sei se ne andarono, ogni traccia di divertimento era scomparsa ma nonostante tutto riuscirono a mettere insieme un discreto bottino e decisero che era meglio accompagnare a casa Jeremy.
Fu allora che si accorsero di essere soli in strada e che tutte le case erano buie, come se fossero disabitate. «Ma cosa è successo? Dove siamo finiti?», chiese Jeremy guardandosi intorno senza riconoscere nulla di quel luogo freddo e oscuro.
Scorsero un gruppetto di ragazzi, che se ne stavano seduti in cerchio nei pressi di un'abitazione abbandonata e si passavano una bottiglia, bevendo a turno e ridendo sguaiatamente. Guidati da Kevin li raggiunsero e notarono che, pur essendo di poco più grandi di loro, erano completamente ubriachi. Evan si fece avanti e domandò se sapevano dove fossero e se conoscevano un modo per raggiungere la via...quasi venne loro un colpo quando uno di quelli rispose che erano proprio dove volevano andare e indicò una casa oscura e priva di abitanti.
«Il bambino che viveva là insieme ad alcuni suoi amici sono scomparsi qualche anno fa, in una notta di Halloween. La madre è impazzita e hanno dovuto rinchiuderla in qualche manicomio, le altre famiglie non hanno resistito e se ne sono andati quando è stato chiaro che non sarebbero stati ritrovati vivi. Adesso qui ci siamo solo noi». Sarah strinse gli occhi e urlò «Bugiardo! Non è vero! Noi non siamo scomparsi!! Siamo qui, non vedi? Ci stai parlando!! Non siamo scomparsi!! Abbiamo appena finito il nostro giro, come tutti gli anni. Non è come dici tu, non è come dici tu, non è come dici tu».
Un altro, dai denti marci, rise. «Invece è andata esattamente come ha detto lui». Indicò un foglio rovinato dalle intemperie, i loro nomi si intravedevano ancora e una parte dell'accorato appello dei loro genitori.
«Limbo, Inferno, nulla: decidi tu quello che è ma qui siete e qui resterete. La vostra è stata una morte violenta e dato che questa era la zona dove vivevate e dove si è consumata la vostra fine, qui siete confinati. Io mi sono schiantato contro quell'albero e anche i miei amici hanno avuto una sorte simile. Ad Ognissanti ci è permesso tornare qui e festeggiare...Abituatevi. Funziona così, per il resto del tempo sarete solo spiriti inquieti confinati nel silenzio delle dimore dove abitavate da vivi». Rise e prese un lungo sorso dalla bottiglia.


Era la vigilia di Ognissanti, il quartiere si stava riprendendo dalla morte dei sei bambini: l'assassino non era stato ritrovato e le speranze erano ormai ridotte al lumicino. Il crepuscolo si era già trasformato in notte e la signora Evernine posò il vecchio libro di cucina, ereditato da sua madre, e lanciò un'occhiata all'orologio appoggiato sopra il camino: era ora di pensare alla cena. Faticosamente si alzò dalla poltrona e si diresse in cucina.
«Stasera mi andrebbe della cervella impanata, accompagnata da del delizioso purée. Ormai i miei denti non sono più quelli di una volta», si disse l'anziana mentre dal grande frezeer, che occupava la parete in fondo alla stanza, estraeva un grosso sacchetto, dalla forma di una palla. Portò il suo carico fino al piano di lavoro e cominciò ad aprirlo, rivelando al suo interno una testa umana. Sulla sommità del capo spuntavano delle strane orecchie da gatto di finta pelliccia.
Riservò alla testolina un'occhiata comprensiva e da un cassetto recuperò gli strumenti adatti per aprire il cranio.
«Mia piccola cara, ve l'avevo detto che non si sa mai chi si possa incontrare la notte di Halloween. Devo ammettere che non è stato un male che vi siate presentati alla mia porta...siete dei buoni bambini».
Rise, da sola, nella grande cucina portando alla bocca e succhiandolo come un ghiacciolo un pezzo del cervello di Sarah, quasi undici anni e fino a due anni prima residente in quella via di periferia.