martedì 30 aprile 2013

L'ULTIMA VOLTA DI EUNICE

Davanti allo specchio Eunice si tocca lo zigomo arrossato. Una escoriazi
oncina é appena appena percettibile sotto il suo indice, ancora tremante per lo scontro consumatosi poc'anzi. Al tocco leggero le sembra che l'osso sia a posto, ma il dolore causato dall'ultima sberla all'altezza della tempia l'ha stordita. Ricaccia indietro le lacrime insieme al mal di capo. Non ha alcuna intenzione di dare a Saverio la soddisfazione di vederla piegata di fronte al suo ennesimo scatto d'ira gratuito. Quella sarà l'ultima volta.

"Questa volta no. Questa è l'ultima volta". Si ripete la donna mentre disinfetta con acqua ossigenata il puntolino rosso, chiusa a chiave nel bagno. Trattiene il respiro mentre il batuffolo di cotone sfiora l'epidermide. Si siede sul bordo della vasca, la testa appoggiata alla fredda ceramica del lavandino e cerca di recuperare il respiro, respingendo singulti e lacrime. Non piangerà per la bestia che è di là e che non riesce più a chiamare marito. E quella sarà l'ultima volta. Prima di uscire si spalma un po' di fondotinta sullo zigomo, per attenuare il rossore, nonostante il pizzicore il suo viso torna quasi accettabile. I segni del tempo non sono così visibili se mantiene un'espressione rilassata e sorridente, in questo frangente il discorso è completamente all'opposto: dense macchie scure devastano il contorno occhi, il rossore sullo zigomo spicca ancora anche da sotto la crema e dal naso alla bocca si disegnano due spesse rughe.
"É l'ultima volta", Eunice si rivolge alla se stessa dello specchio prima di uscire e dirigersi in cucina. "L'ultima volta". 

Dall'altra stanza Saverio si è seduto sul divano fumando, sa bene quanto sua moglie odi l'odore del sigaro. Ride guardando l'orologio, sa che a breve dovrà uscire per preparare la cena, "e se non sarà più che deliziosa avrà un'altra lezione", sghignazza tra sé e sé Saverio aspirando lunghe boccate. Ha acceso il televisore ma non lo guarda, spia invece la moglie che si affaccenda a cucinare. Immagina il suo corpo, ancora asciutto, sotto la vestina da casa che indossa. Sul suo viso compare un'espressione di cupidigia.
Saverio aspira ancora, con aria assorta, senza dar retta ai servizi del telegiornale, pensa a ciò che farà a sua moglie più tardi, quando si saranno coricati. Il suo olfatto è distratto, senza preavviso, da un appetitoso profumo di cibo. Si alza e va verso la cucina, intenzionato a decifrare quell'aroma, gustandolo direttamente.
Attraverso la porta socchiusa Eunice canticchia una vecchia melodia della loro gioventù, Saverio si ferma e infila la testa nello spazio: sua moglie si muove tra il tavolo e i fornelli tagliando, versando in pendola, dosando i condimenti. E dai tegami si spandono nuovi profumi. Fa per entrare ma lei gli si frappone davanti, sorridente nonostante la chiazza mal coperta da qualche intruglio cosmetico. "Tesoro vai di là e versati un aperitivo, qui mi ci vorranno ancora dieci minuti. É una sorpresa per te. Tesoro", scandiscono le labbra rosate, ancora piene nonostante ad un attento esame si riescano ad intravedere le cicatrici dei tagli passati. E lo spinge fuori con il suo corpo, guardandolo con espressione serena, ma l'uomo scorge qualcosa di anomalo negli occhi della donna, di mai visto prima di quella sera.
A Saverio non resta che ubbidire e torna in salotto dove si versa una generosa dose di whisky. Lo sorseggia con gusto mentre ripensa alla scena di poco prima, al comportamento di Eunice. Sicuramente una tattica per compiacerlo, come se tutto questo potesse evitarle il programma che ha in mente per lei per il dopocena.

"Eccoti caro, siediti", cinguetta Eunice scostando la sedia ed invitandolo ad accomodarsi al tavolo, il vino è già nel bicchiere e un piatto di spezzatino con le patate è già nel piatto. Quando lui si è seduto, finalmente anche lei prende posto, si serve una piccola porzione di carne e si versa un bicchier d'acqua.
Saverio trangugia l'ultimo sorso di whisky e si getta sulla pietanza, inghiottendola quasi senza masticare. "Non male", chiosa tra un boccone e l'altro. Eunice china il capo e sorride poi gliene serve un'altra porzione. E anche questa in pochi minuti è terminata. Prima che Saverio possa aprire bocca gli è servita una coppa di frutti di bosco, resi più brillanti dalla granella di zucchero.
"Mi vuoi viziare?", ride sguaiatamente l'uomo prendendo una generosa cucchiaiata delle bacche, Eunice si schermisce con una risatina ma questa volta non gli toglie gli occhi di dosso. Non c'è espressione in essi, lo guarda ma ha l'impressione di non vederlo. "É l'ultima volta".

Dopo la gran mangiata che si è fatto Saverio pensa che, forse, potrebbe rimandare il programma ad altra sera ma lascia decidere la sorte di Eunice al caffè: se sarà buono come il resto le concederà una tregua. Altrimenti non le sarà risparmiato alcunché. Ride tra sé, seguendo i movimenti della donna che riempie la moka prima di acqua, poi di profumato caffè e infine pone il tutto sul fuoco.
In pochi minuti un intenso profumo di arabica si spande per la cucina e una tazzina compare, come per magia, davanti a Saverio. "Come piace a te", aggiunge Eunice tornando al suo posto e sorridendo. Quasi in un sol sorso il marito butta giù anche il caffè, il sapore gli ricorda quello che beveva nelle estati della sua gioventù a casa dei nonni.
Sorride ad Eunice, con quella cena si è guadagnata una tregua, ma per l'indomani aveva già in mente nuovi giochi da sperimentare. "Torna di salotto e fumati un sigaro - gli dice - mentre io finisco di rassettare". A quelle parole Saverio guarda Eunice, possibile che abbia veramente udito? Lei gli sorride e ancora lui scorge quello strano sguardo nei suoi occhi. Non se lo fa ripetere e fila in salotto, si accomoda sul divano e si accende un secondo sigaro.
Dalla cucina giungono le flebili note di una vecchia canzoncina e cullato da quelle in poco tempo Saverio si assopisce.


É un rumore pesante e cadenzato, come di qualcuno che sta camminando indossando pesanti scarponi da lavoro, che desta Saverio. Nell'intontimento che segue il torpore, scorge l'ora: le 22.45. Ha dormito meno di due ore ma non si sente affatto riposato. Alle sue spalle ancora il rumore cadenzato di passi. Fa per alzarsi ma si trova immobilizzato. Di fronte a lui, seduta sulla poltrona c'è Eunice, che lo fissa con quegli occhi privi di qualunque espressione. "É stata l'ultima volta", afferma lei con vigore, con una voce nuova che lui in quei dieci anni di matrimonio e di soprusi, quasi quotidiani, non le ha mai udito. "Potete portarlo via".

Come dal nulla appaiono due gigantesse, vestite con quella che sembra una divisa. Lo afferrano con mala grazia e se lo caricano sulle spalle. "Un altro", dice una all'altra, da quelle labbra serie e tirate esce una vocina da usignolo, che contrasta con il suo aspetto. Saverio cerca di liberarsi contorcendosi e piangendo, implorando e minacciando. "In ultimo fanno sempre così", dice l'altra. Anche in lei, che ha un'apparenza piuttosto mascolina, la voce mantiene una femminilità d'altri tempi.
Con il loro fardello se ne vanno, Eunice attende fin quando non ode più i passi delle due e solo allora si alza, chiude a chiave la porta e si concede un vero autentico sorriso a cuor leggero. Dalla tasca del grembiule trae il cellulare, di cui ha tenuto segreto l'acquisto al marito, e rilegge l'unico sms ricevuto su quel numero: "É l'ultima volta. Sparirà. Parola di Calipso*".

Ora è libera e dal giorno dopo avrebbe avuto una nuova vita.




*Calipso -> centro autonomo libero in permanente sospensione ominosa

martedì 26 febbraio 2013

SECRETS & SPELLS

Incantesimi custodisco nel cuore
Un segreto eterno quanto l'universo
Il potere di mille stelle
Che le rende mie notturne sorelle.
A mezzanotte dal cielo discendono in terra
E danziamo in cerchio alla Luna argentea
Fino al termine della Notte
E tornano a dormire
Lassú
Mentre l'Aurora fa arrossire il cielo

IL VALZER DELLE CANDELE

Candela Bianca
Lungo sottile simbolo di purezza
Allontana dal mio spirito
Ogni sentimento di tristezza
Rendigli la sua piena consapevolezza.

Candela Rossa
Di purpurea passione intrisa
Apri questo mio sopito cuore
All'amore ardimentoso.

Candela nera
Candela di cera
Di oscuri presagi messaggera.

Candela. Candela.
Con la tua bianca iridescente fiammella
Della Grande Madre
Mi porti la novella.

Il tuo potere forte
Accompagna il mio spirito
Incontro alla sua sorte.

lunedì 18 febbraio 2013

LA VISION MACABRE

Che io abbia sempre avuto, fin dalla più tenera etá, qualcosa di strano é fuor da ogni ragionevole dubbio.

Amo e ricerco ció che é macabro e cupo, ridisegnandomelo addosso, a mia effigie e a mio decoro.

Come negare che, al pensiero di un candido collo con la giugulare bella esposta, non mi coglie il desiderio d'affondarvi i canini e suggere il dolciastro liquido, prezioso come liquido rubino.

Un brivido mi traversa tutta se, in un film o descritto in un libro, mi si presenta la scena di uno squartamento. L'idea della lama lucente che dilania. O la passione, la forza, che ho trovato nel lento cadenzato ondeggiare del pendolo. Un metronomi affilato che ha dato il ritmo alla dipartta dello sfortunato.

Trovo che vi sia una certa depravata dolcezza negli efferati gesti di quel tal Jack, passato alla storia dei posteri, per la sua perizia chirurgica nello straziare le carni delle donzelle di malaffare.

In tutto questo pozzo nero, io trovo diletto: nel macabro della decadenza, nello sprofondare nella gothic crypt di storie tetre. Fantasmi o effigi dell'umano passato, che ancor non si vuol dimenticare.

In attesa che quegli Antichi riemergano dalle loro marine dimore.


martedì 5 febbraio 2013

"LA MIA FORZA"

Quella sensazione di panico, così simile al mal di stomaco, si impadronì di nuovo di Veronica. Ormai non passava giorno senza che la morsa le stritolasse le viscere e le ottenebrava il cervello rendendole difficile concentrarsi.
Sdraiata sul letto, in posizione fetale, desiderava solo scomparire: era troppo il malessere che dalla mente si diffondeva all'interno del suo corpo, diventando un dolore sordo e persistente. Quasi una voce che le ripeteva in ogni momento della giornata le stesse frasi, le stesse parole.
Lo spleen l'avevano definito i poeti francesi della fine dell'ottocento, che aveva appena studiato a scuola, e se lo sentiva appiccicato addosso. A sedici anni se ne sentiva più del triplo.d
Veronica, con lentezza, si alzò e si parò davanti allo specchio grande, appoggiato alla parete. I capelli lunghi le cadevano sul viso opalescente, si spogliò silenziosa piegando con accuratezza millimetrica la felpa, la maglia a maniche lunghe, i leggins che indossava. Restò così, solo con la biancheria, davanti alla sua immagine.
La voce, ancora, si fece prepotente nella sua testa, mentre l'acidità le saliva fino in bocca. Il sapore di biancheria le provocò un conato di vomito ma lo ricacciò indietro con un respiro profondo. Lo stomacò brontolò per la fame ma Veronica scelse di ignorarlo. Erano settimane che faceva così. Ignorava tutto: le discussioni in casa, i silenzi di suo padre, la noncuranza di sua sorella Martina verso di lei. Si concentrava solo sul far finta di niente, e sul calcolo maniacale delle calorie ingerite.
Si tastò le costole a vista, il solco sottile della sua pancia piatta, la sporgenza delle anche. Si chiese quale fosse il suo peso ora. Se avesse perso ancora qualche chilo per assomigliare ad una ragazza e non più a una balenottera. Questo le ripeteva sempre la voce nella sua testa. Oltre alle cattiverie, messe in giro da alcune sue compagne di classe, all'inizio di quel trimestre. Il pensiero di quelle frasi le causò un secondo conato, che non riuscì a bloccare. Si tappò la bocca con la mano e corse in bagno, senza preoccuparsi di coprirsi. Sbatté la porta e si ritrovò con la faccia sul water, a tossire e sputare. Come se con quel gesto volesse espellere non solo bave e bile ma anche tutto il suo disagio interiore.
Restò qualche minuto abbandonata sul pavimento, ancora in preda agli spasmi, troppo debole per muoversi. Era ancora accasciata quando qualcuno le mise un accappatoio addosso e l'aiutò a tirarsi in piedi.
"Che cavolo fai?", le disse Martina, sorreggendola e scostandole i capelli dal viso. Veronica guardò sua sorella, il viso scarno senza espressione. "Ma sei impazzita?", le chiese ancora la sua gemella. La ragazza guardò il viso paffuto identico al suo e si strinse le braccia intorno al torace, come se volesse farle penetrare. Sentì le ossa attraverso la pelle sottile. Un contatto che la rassicurò. Martina la scosse, non era una che andava per il sottile, ma non ottenne risposta e alla fine si risolse di aiutarla a tornare in camera.
"Non capisco cosa ti spinga a ridurti così", aggiunse mentre Veronica le sbatteva la porta in faccia. Martina attese dietro la porta chiusa sperando che la richiamasse ma quando si rese conto che la gemella aveva alzato un muro anche nei suoi confronti scese per la cena.
In camera sua Veronica aveva recuperato i vestiti ed era tornata in bagno. Aveva affrontato la prova bilancia: quaranta chili. Che per il suo metro e sessantacinque di altezza la rendevano sottopeso di una quindicina di chili. Sospirò e quasi si permise un sorriso. Era una piccola vittoria, si disse rivestendosi e tornando in camera. Una piccola vittoria nella sua lotta personale per raggiungere quella perfezione che le avrebbe permesso di avere requie dalla vocina nella sua testa, sebbene non avrebbe mai sostenuto una convinzione del genere in pubblico.
Si sedette al computer e l'accese, lo stomaco gorgogliò e lei si risolse a masticare un chewing-gum per placarlo e riuscire a concentrarsi. L'idea di mangiare, e non solo l'atto fisico, le provocava dolori e spasmi, nel medesimo modo in cui all'inizio le era capitato con i lunghi periodi di digiuno. Nonostante l'inganno il suo fisico si ribellò e alla fine si costrinse a scendere a prepararsi il suo solito infuso di tè verde per placarlo. La famiglia era riunita a cena e ascoltava le notizie al telegiornale, il suo posto preparato come sempre. Passò in silenzio e si preparò la bevanda. Sua madre non resistette e le chiese se voleva qualcosa. "No grazie", rispose senza guardarla e stringendo la bottiglia tornò di sopra.
Si collegò al suo blog e cominciò a scrivere un nuovo post, ogni tre righe bevendo lunghe sorsate ogni tre righe. Nella sua testa si diceva che il tè come le avrebbe permesso di smaltire i liquidi in eccesso, sciolto i cumuli di cellulite che deturpavano le sue cosce (tutte cose che la sua sincera amica Ana le ricordava, perché Ana non le mentiva e le voleva bene. Era la sua forza, Ana).
Di getto riportò nel post il resoconto della giornata e della serata, di come fosse stata trovata da sua sorella, mischiando rancori, sensi di colpa, insicurezze sul non riuscire a farcela, buoni propositi per la settimana, qualche indicazione di "dieta" a casaccio pescata in giro per la rete. Quello di Veronica era solo uno dei milioni di blog "thinspiration" che potevano essere trovati nel mare magnum di internet. Un piccolo mondo sperduto nel cyberspazio in cui l'anima martoriata poteva trovare sfogo e al contempo sostegno dalle altre migliaia di ragazze - e ora anche molti ragazzi - nelle sue stesse condizioni. La bottiglia di tè era quasi a metà. Di sotto stavano guardando uno di quei reality che addormentavano la mente, pensò Veronica mentre andava in bagno, per l'ennesima volta. Si chiuse a chiave e sollevò l'asse. Deglutì sentendo già il sapore ferroso ed acidulo sulla lingua. Al punto in cui era arrivata non doveva nemmeno più procurarselo il vomito, bastava il pensiero di mangiare e il suo stomaco si ribellava.
Come sempre ci fu una prima sensazione di fastidio e di occlusione, seguita da un bruciore che si trasformò in un rantolo strozzato mentre sentiva il liquido bevuto poco prima percorrere a ritroso l'esofago.
Non si sarebbe mai abituata a quella sensazione, ma la sopportava per il suo proprio bene, era uno dei prezzi da pagare per essere magra e bella. Si sentiva parte di un circolo esclusivo. Veronica si lavò i denti e se ne tornò in camera, prese il tappetino da yoga e fece qualche serie di addominali poi tornò a dedicarsi al blog e alla ricerca di qualche immagine thinspiration. Uno dei suoi passatempi preferiti, insieme al cercare le foto dei "before/after". Prima o dopo avrebbe anche lei pubblicato la sua, quando avrebbe raggiunto finalmente un peso decente.
Lesse i commenti e rispose a quasi tutti, sentendosi coccolata dalle parole di perfette sconosciute. "Ti capisco SkinnyVery", le scriveva MaiTroppoMagra, "Anche io mi sto sforzando per essere brava e mangiare il meno possibile. Non è per niente facile e ora mia madre si è messa in testa di chiudermi in clinica ma piuttosto che farmi rinchiudere scappo di casa".
Veronica le espresse la sua sincera partecipazione morale alla tragedia incombente. "Ti sono vicina tesoro e sappi che mi puoi sempre contattare, la mia mail è SkinnyVery@gmail.com. Per te ci sono, se non ci aiutiamo chi lo fa, in questo mondo che se ne frega di noi ma ci vuol dire come dobbiamo essere? Ora vado a dormire perché domani mi alzo presto per andare a correre e voglio dormire almeno sei ore, altrimenti si blocca il metabolismo e non si bruciano più grassi".
Spense il pc, si mise il pigiama e andò a dormire. Sognò di sfilare sulle passerelle mondiali, indossando abiti che forse sarebbero andati bene a una bambina di sette anni.
La sveglia suonò alle 4 e Veronica, controvoglia all'idea di abbandonare il tepore del letto ma sospinta dalla vocina persistente di Ana, si alzò e indossò i vestiti da corsa, che teneva nascosti nell'armadio. Uscì, la notte era nel suo pieno fulgore, e si mise le scarpe. Rabbrividì per il freddo ma si convinse a muoversi quando Ana le ricordò che avrebbe bruciato più calorie perché il corpo avrebbe avuto bisogno di maggiore energia per ritornare alla temperatura normale.
Erano le 6.20 quando rientrò in casa, sudata ed infreddolita. Sentiva la gola pizzicare ed emise un paio di colpi di tosse salendo le scale. Per paura che qualcuno potesse averla sentita Veronica fece un ultimo sforzo e corse in camera sua, rintanandosi sotto le coperte per una mezz'ora di riposo prima di alzarsi ed andare a scuola.
Implacabile la sveglia la ridestò e per un secondo Veronica pensò di restarsene a casa, tanto più che si sentiva bruciare ma quella mattina aveva compito in classe e non poteva perderlo, rovinandosi la media elevata che aveva raggiunto da quando aveva cominciato la dieta. E per questo aveva scatenato le invidie delle sue compagne di scuola, che ora non le parlavano più e la snobbavano.
"Non ho bisogno di loro", si ripeteva ogni giorno mentre trascorreva l'intervallo da sola in classe, appoggiata al muro a pensare a nuovi modi per perdere peso.
Si trascinò fino in bagno e fece per aprire la porta ma la trovò chiusa. Dall'interno proveniva un misto di musica caraibica, la preferita di Martina.
Bussò ripetutamente finché sua sorella emerse da una nuvole di vapore. La scostò buttandola fuori, incurante del fatto che fosse scalza e gocciolasse ovunque e si chiuse dentro. Spense il player di Martina e tirò fuori il cd, sostituendolo con uno dei suoi. Una triste musica di pianoforte si diffuse per il bagno mentre si spogliava ed entrava in doccia, dopo averla ben ripulita dai residui di bagno schiuma.
Si lavò accuratamente strofinandosi la pelle con un guanto di paglia poi si fece due shampoo, si passò il balsamo e poi la crema mentre in testa Ana le ricordava di pesarsi. Riuscì a scacciare quelle parole mentre godeva del delicato massaggio della doccia tiepida sulla pelle. Prima di uscire si pesò, lo schermo della bilancia lampeggiò sul 40. Non era scesa di un etto. Nonostante il digiuno, nonostante le due ore di corsa, nonostante bevesse esclusivamente quel tè verde senza alcun tipo di zucchero. Nonostante tutti i suoi sforzi. Si sentiva, era anzi, era una fallita. Nella sua mente Ana sghignazzò.
Veronica ebbe un moto di rabbia e se ne andò in camera con aria truce, spostando malamente Martina che stava ancora aspettando fuori della porta di poter finire di risciacquarsi i capelli. "Ma che modi!", le urlò dietro e ottenne come sola risposta il dito medio scheletrico della sua gemella.
In camera Veronica si decise a guardarsi allo specchio e prese anche il telefono, una foto poteva anche farsela, senza far vedere il viso ovviamente, così per vedersi da un'altra prospettiva. Si mise davanti, con indosso solamente slip e reggiseno e fece qualche scatto. Non attese nemmeno di guardarli ma si vestì, ignorando il dolore allo stomaco causato dalla fame. Era in ritardo.
Si infilò i jeans, ignorando volontariamente il fatto di riuscire, senza sforzo, a tirarli su abbottonati, un paio di ankle boots con le zeppe e un lungo maglione nero. Si diede una veloce pettinata ma di truccarsi non c'era tempo e così prese la borsa e corse fuori di casa. Prima passò dalla cucina e prese una bottiglietta d'acqua: quello sarebbe stato il suo cibo fino a pranzo.
Senza salutare uscì di casa dirigendosi alla fermata del bus. Guardò l'orologio che le ballonzolava intorno al polso ossuto: aveva i minuti contati al suono della campanella.
"Sono preoccupata per Veronica", Adele sospirò sorseggiando il caffè e lanciando un'occhiata al marito. "Mi hai sentito?", aggiunse con voce alterata.
Giorgio sollevò lo sguardo dal giornale. "Si ti ho sentito, tesoro ma è solo una fase, poi le passerà. Veronica è sempre stata piuttosto infantile rispetto a Martina". Il solito modo che aveva per interrompere ogni conversazione riguardante Veronica. Adele fece per aggiungere qualcosa ma alla fine preferì tacere, avrebbe chiesto alla sua amica Micaela, che aveva figli già all'università e avrebbe saputo cosa fare e quale sarebbe stato il modo migliore di parlarle.
Intanto Veronica stava combattendo con una traduzione di latino, il cervello si era come spento e faceva fatica anche a mettere a fuoco le parole. Sembrava che ogni parte del suo corpo fosse andata in stand by. Una fregatura. Dovette ammettere che forse quella mattina avrebbe dovuto mangiare qualcosa, ma non ce n'era stato il tempo. Alzò la mano e chiese il permesso di andare un momento in infermiera lamentando un mal di pancia piuttosto intenso e mal di testa. La prof. Vernani la guardò da dietro gli occhiali e alla fine glielo concesse ma chiese la consegna del compito. "Lo terminerete nelle prossime due ore signorina Franceschini. Salterete la lezione di ginnastica e quella di arte, parlerò io con le insegnanti", le disse mentre lei usciva, ondeggiando per la debolezza e stringendosi lo stomaco con le braccia. Scompariva nel maglione e le gambe, inguainate nei jeans neri, sembravano ancora più magre. Mentre percorreva il corridoio a passettini, la testa china e svuotata, mise a fuoco le parole della professoressa: non avrebbe potuto allenarsi anche durante ginnastica e avrebbe perso arte, insieme ad inglese e italiano una delle materie che preferiva.
Qualcuna delle sue compagne sogghignò ma fu zittita da uno sguardo severo della prof. "Concentrazione ragazze. Concentrazione" e batté le mani per riportarle all'ordine.
Dopo un tempo che le sembrò interminabile Veronica raggiunse l'infermeria e bussò, entrando subito dopo. L'infermiera le venne incontro, solerte. "Non mi sento bene. Ho mal di stomaco. Questa mattina ero in ritardo e non ho fatto colazione..penso che sia solo un calo di pressione". La donna la guardò, sotto gli occhi erano comparse delle occhiaie e i capelli biondi erano sfibrati. Quella ragazza vestita di nero, che stava davanti a lei traballando nei suoi stivaletti con le zeppe, aveva saltato ben più di una colazione. Avrebbe voluto dirle che si stava rovinando ma la politica della scuola era molto rigida sulle intromissioni nella vita privata degli studenti.
"Vuoi un tè e qualche biscotto?", le chiese invece. Veronica sorrise e disse di si. Ana le avrebbe ripetuto fino alla nausea che era una debole e non era capace di perseguire i propri obiettivi ma in quel momento niente le sembrava più allettante di quella proposta. La donna con la divisa bianca si allontanò per prenderle quanto le aveva offerto. "Siediti intanto, cara. Sembra che tu stia per svenire da un momento all'altro", la invitò indicando una sedia davanti ad un tavolino dal ripiano di formica. Veronica ubbidì in silenzio. Ogni fibra del suo essere richiedeva nutrimento. Quando infine l'infermiera ritornò con un vassoio si buttò letteralmente sul cibo e la bevanda consumando tutto nel giro di pochi minuti. "Brava ragazza", le disse la donna carezzandole la testa. Veronica dovette imporsi di non scostarsi, non sopportava di essere toccata, soprattutto dagli estranei.
"Adesso stenditi una mezz'oretta, in attesa che cominci la digestione. Hai tutto il tempo per tornare in classe". Veronica si lasciò guidare al letto e si distese, aveva sonno e si sentiva debole. Chiuse gli occhi, scivolando in un mondo senza sogni.
La ridestò la campanella dell'intervallo, quaranta minuti dopo che si era assopita e si trovò il viso di sua sorella a fissarla. "Cosa credevi di fare?", l'aggredì Martina. Sentendosi ritemprata sia dal cibo che dal sonno ristoratore Veronica gettò via il lenzuolo con cui l'infermiera l'aveva coperta e si alzò, parandosi davanti alla sorella. Con indosso i tacchi la superava di qualche centimetro e l'altezza era accentuata dalla sua magrezza. "Nulla. Ero in ritardo stamattina e non ho fatto in tempo a fare colazione. Adesso sto bene. Di certo non puoi capire come ci si sente viste le scorte di grasso che ti porti addosso". E senza aggiungere altro se ne andò. Martina fece per inseguirla ma fu fermata dalla sua amica Ginevra e distratta con una serie di domande sulla traduzione di francese.
Il senso di colpa per i biscotti ingeriti prima cominciava ad affiorare e aveva bisogno di stare sola per pensare ad un modo di espellere le calorie ingerite. Non erano nemmeno biscotti ipocalorici o ricchi di fibre ma pieni di carboidrati e zuccheri. Incredibilmente Ana non comparve con le sue solite recriminazioni e ciò la preoccupò. Quasi correndo, per quanto le zeppe glielo permettessero, tornò in classe e si presentò alla prof. Vernani. "Eccovi, spero che stiate bene ora signorina Franceschini", le disse, acida come sempre. Le diede il foglio, le indicò di prendere borsa e vocabolario e di seguirla. "Recupererete il compito in un'aula separata in modo da non avere distrazioni". Veronica non disse nulla, lieta soltanto di non aver perso quell'opportunità. Fallire quella verifica le avrebbe rovinato la media e quello avrebbe portato i suoi genitori a drastici provvedimenti. L'ultimo pensiero vagante che ebbe non appena fu lasciata sola e prima di concentrarsi sulla versione fu che quella pazzesca giornata sarebbe diventato un post bellissimo e pieno di suggestione sul suo blog. Sarebbe stato davvero un insegnamento anche per le altre sue amiche virtuali.
Grazie alle energie del riposino inaspettato e dei biscotti non le fu difficile tradurre il passaggio delle Catilinarie di Cicerone. Era un autore che apprezzava molto e si era letta, nella traduzione italiana, parecchie delle sue opere e quindi sapeva di cosa stava trattando. Martina, che era più appassionata di scienze, l'aveva definita una secchiona senza speranza. Allo scadere della seconda ora tornò la Vernani e le chiese il foglio. Con un sorriso Veronica glielo consegnò poi chiese, "Posso tornare in classe. Adesso c'è lezione di inglese e non vorrei perderla". La prof. le fece cenno di uscire mentre dava una scorsa alla traduzione e poi la infilava in mezzo agli altri compiti. Pur non gradendo la piega che la vita personale di Veronica Francescini stava prendendo non poteva negare che era un'eccellente allieva, almeno nelle sue materie. Il resto non era affar suo, in fondo.
Veronica bussò alla porta della sua classe e attese che Miss Jarnel le dicesse di entrare. Sperava che la Vernani avesse spiegato alla professoressa di inglese il perché del suo ritardo, in modo da non dover dare troppe spiegazioni.
La Jarnel la invitò a tornare al suo posto senza chiedere alcunché e di questo la ragazza le fu grata. La lezione cominciò e Veronica fu solerte nelle risposte quando interpellata e si prese anche un complimento per la pronuncia. E la prof. di inglese era nota per essere parca ad elargire complimenti.
L'ultima ora passò in fretta e Veronica fu colta impreparata dal suono della campanella, mentre le altre sue compagne avevano già preparato borse e zaini lei ancora doveva riporre - secondo il suo ordine maniacale - astuccio quaderno e diario.
Fu l'ultima ad uscire salutando l'insegnante, che la guardò con un'espressione di preoccupazione che l'adolescente scelse di ignorare.
Sulle scale fermò sua sorella, che stava andando a pranzo con Ginevra, prima del rientro pomeridiano per seguire una classe sperimentale di chimica. "Non una parola", le intimò con fare minaccioso sventolandole davanti l'indice ossuto. "Non una parola", ripeté allontanandosi lungo lo scalone di marmo. Doveva trovare un modo per non tornare a casa e quindi riuscire a saltare il pranzo, doveva prima di tutto smaltire quanto ingerito quella mattina. Poteva andare a correre al Valentino, la giornata era tiepida e aveva con sé scarpe e tuta. Un'ora di corsa poteva essere un inizio, pensò mentre con passo deciso si dirigeva verso il grande parco al centro di Torino.
Si cambiò nei bagni, rabbrividendo e tossendo, quindi si mise a fare stretching per riscaldare i muscoli. Cominciò, come al solito, con una corsa leggera per migliorare la resa e per fare in modo che il corpo si abituasse alla temperatura. A quell'ora l'area verde era deserta e Veronica si godette quell'inaspettata sessione di allenamento più del solito. Si disse che sarebbe tornata spesso a correre al Valentino, era un luogo che le dava una certa serenità.
In un bagno di sudore tornò a prendere la sua roba e si infilò il cappotto. Sul display dello smartphone comparivano sette telefonate di mamma e due sms di Martina. Niente da suo padre. Lesse i messaggini, che le comunicavano l'ansia materna nel non sapere dove fosse finita e infine si decise a tornare a casa. Lungo il tragitto verso la fermata del bus fu scossa da brividi e da un accesso di tosse piuttosto violento. Sorrise al pensiero di essere sul punto di ammalarsi, così avrebbe avuto una scusa senza possibilità di obiezioni al non voler mangiare.
Dovette aspettare quasi venti minuti l'arrivo del bus e quando salì sul mezzo aveva mal di testa e tremava. Era paonazza quando entrò in casa e trovò sua mamma ad attenderla, ci mancava il matterello e sarebbe stata identica alle mogli delle barzellette. "Dove sei stata?", le chiese con un misto di preoccupazione e rabbia. Non sapeva più come comportarsi con quella figlia.
"Penso di avere la febbre", rispose Veronica togliendosi il cappotto e salendo le scale. Indossava ancora la tuta e le sneakers. Adele le si avvicinò e le toccò la fronte madida di sudore. Bollente. "Vai a metterti a letto, ma prima fatti una doccia. Puzzi come se avessi corso per ore". "Oggi c'era ginnastica e la prof ci ha fatto fare un percorso da guerra", fu la pronta risposta della ragazzina. "Vai a metterti a letto, ti preparo qualcosa di caldo", ripeté Adele ma Veronica le chiese "Mi porti il mio tè preferito, per favore". Certo non l'avrebbe rifiutato, visto che era malata.
Mentre si faceva la doccia lavando via il sudore dal corpo Veronica pensava a come sarebbe stato facile non mangiare nei giorni seguenti. "La fai sempre facile tu!", Ana riapparve con prepotenza e quasi la fece sobbalzare. "Si vede come sei capace di resistere per raggiungere i tuoi obiettivi. Forse sarebbe meglio se ti pesassi, con quello che hai ingerito oggi chissà di quanto schizzerà la bilancia".
Veronica deglutì e, completamente nuda, salì sulla bilancia ma sul display comparvero ancora 40 chili. In un certo senso si sentì sollevata, perché nonostante lo sgarro di quella mattina non era aumentata, e in un altro delusa, perché nonostante la corsa non era calata. Era come se il suo organismo si rifiutasse di lasciar andare il grasso che ancora aveva addosso e di scendere sotto la soglia dei quaranta chili.
La ragazza andò in camera desiderando scomparire e diventare eterea come un fantasma. Dalla borsa prese il suo quaderno segreto e scrisse velocemente alcuni appunti, che quella sera avrebbe riportato nel suo blog. Controllò la mail sullo smartphone ma ricevette solo notifiche di libri e shopping on line. Aprì un'app di gioco, una specie di tamagotchi, e vi si dedicò fino a che sentì sua madre avvicinarsi ed aprire la porta. Finse di essere stremata, cosa che non era del tutto lontana dalla realtà, e di stare quasi per addormentarsi. Adele le mise la bottiglia di tè sul comodino e le passò nuovamente la mano sulla fronte, sempre più calda. "Hai provato la temperatura?", le chiese. "No", le rispose Veronica "Ma penso che sia alta. Mi sento stanchissima e come se avessi le ossa rotte". "Più tardi chiamerò il dottore, adesso riposa". le disse uscendo.
Era nel pieno di un sogno fenomenale in cui pesava 35 chili quando sua madre la scosse e accese la luce. Erano le sette di sera e si sentiva male. "É arrivato il dottore a visitarti", le disse aiutandola a mettersi seduta. Il pigiama, un regalo di Martina per natale, le cadeva addosso e lasciava intravedere le ossa dell'omero. Il medico entrò con fare gioviale ma gli bastò un'occhiata a Veronica per comprendere che la situazione era più grave di una banale influenza.
La visitò, evitando di commentare la sua magrezza, raccomandandosi riposo per un paio di giorni e un'alimentazione leggere e ricca di liquidi. "Presto sarai di nuovo in piedi", le disse uscendo. Veronica sprofondò tra le coltri e accese la tv, cercando qualche programma decente con cui passare il tempo.
Adele, sollecita, accompagnò il medico di famiglia fino all'ingresso ma questi, invece di prendere il cappotto e andarsene, si schiarì la voce. "Posso parlarle signora, a lei e a suo marito". Più che una richiesta sembrava un ordine, ma detto in modo garbato. Adele si portò la mano alla bocca e chiamò Giorgio, ma prima spedì Martina a far compagnia alla sorella. Non voleva che udisse se c'erano spiacevoli novità.
Fece accomodare il medico in salotto e si sedette di fianco al marito, prendendogli di forza la mano. "Ciò che sto per dirvi non è affatto facile, né piacevole ma ritengo, in qualità di medico di famiglia, che sia mio dovere aprirvi gli occhi sulla condizione di Veronica". Tacque, per far decantare le parole. Negli ultimi tempi di quei discorsi ne aveva fatti tanti, troppi. Sembrava un'epidemia. "Veronica soffre di disturbi alimentari", senza giri di parole diede forma a un sospetto che da qualche settimana attanagliava Adele. "In particolare lei soffre di anoressia, ovvero rifiuta il cibo per raggiungere un non meglio precisato ideale di bellezza grazie alla magrezza. Le origini di questo disturbo sono, per lo più, psicologiche e nascono da un disagio nell'ambiente della ragazza".
Adele fulminò il marito con lo sguardo ma Giorgio non diede segno di essersene accorto e si limitò a fissare il dottore. "Ritengo anche, da quel poco che ho potuto vedere mentre la visitavo, che sia ad uno stadio avanzato di denutrizione. Questa situazione potrebbe portare a conseguenze molto gravi e il mio consiglio è di farla ricoverare immediatamente in ospedale, dove c'è un reparto apposito per ragazze come lei. Sarebbe seguita giorno e notte".
Giorgio si accese una sigaretta, come se la notizia del dottore non lo riguardasse, mentre Adele si lasciò andare ad una crisi di pianto. "Si. Si. Chiami subito per favore". Avrebbe voluto gridare al marito che era sua la colpa, della sua indifferenza e freddezza verso la figlia ma non vi riuscì. Anche lei aveva le sue colpe.
Il medico compose il numero e parlottò qualche minuto con il suo collega. "L'ambulanza arriverà tra un'ora. Andate a parlare con Veronica e spiegatele cosa succede. É giusto che sappia, sebbene sia un ricovero coatto", spiegò. Adele si incamminò al piano di sopra ma Giorgio restò a fumare, "Non vieni?", gli domandò in lacrime. "Basti tu", rispose l'uomo.
Dalla camera di Veronica non giungeva un suono, forse si era addormentata - pensò Adele - ma quando entrò la trovò al computer, che aveva spostato sul letto, intenta a scrivere il suo desiderio di diventare trasparente. Ebbe la voglia di abbracciarla e consolarla ma fu travolta dalla paura di una sua reazione negativa. Si limitò a sedersi sul letto e senza preamboli le comunicò che sarebbe stata ricoverata per essere aiutata a superare questo suo desiderio di autodistruzione e ritornare ad essere normale come era stata prima.A nulla valsero le urla, i pianti e le promesse che fece Veronica nell'ora successiva. Adele le disse che era per il suo bene e che sarebbero andati a trovarla spesso.
Il destino si stava abbattendo su di lei senza alcuna pietà, ma la ragazzina decise che avrebbe combattuto sino alla fine, sino allo sfinimento per impedire che qualcuno la separasse dalla sua unica vera amica, dalla sua forza. Nessuno avrebbe potuto separarla da Ana. Nemmeno la morte.

lunedì 7 gennaio 2013

IL GIORNO IN CUI IL POPOLO SI RIPRESE IL POTERE

Le cronache ne parlarono per anni, dentro e fuori i confini. Fu un fatto inaspettato: un afflato che da ogni angolo della nazione uní uomini e donne di ogni etá, estrazione sociale, cultura ed identitá.
Inaspettato, come spesso sono questi avveniment,i divampó nell'arco di una notte e altrettanto rapido si spense. Ma tanto bastó per cambiare corso alla storia.

Secondo un rito passato da padre in figlio anche quella sera i cittadini si sedettero per cenare. Fu acceso l'altare del focolare domestico e ci si apprestó al consueto bombardamento mediatico.
La trasmissione fu, senza preavviso, interrotta: la speaker comunicó che c'era un messaggio urgente in diretta dall'ufficio predidenziale. Una comunicazione fondamentale per le sorti di tutti.
"Miei cari cittadini e cittadine - esordí mellifuo - sono qui davanti a voi questa sera per chiedervi ancora uno sforzo. Sacrifici per la nostra beneamata nazione. Dalla mezzanotte entreranno in vigore nuove tasse e pene più gravi per chi non verserá quanto gli spetta. Per aiutare i politici, impegnati nello sforzo di porre una fine a questa difficile congiuntura ogni stipendio sará decurtato e le somme raccolte saranno distribuite a chi governa per permettere di fare il loro lavoro. I prezzi saranno alzati di qualche punto in modo da far fronte all'economia in ribasso. Scuola e sanitá saranno a pagamento mentre non saranno più erogati fondi per chi non riesce a gestirsi autonomamente, non possiamo sprecare questa opportunitá di rilancio del nostro bel paese. Quest'anno inoltre non si terranno le elezioni, perchè, come voi capite, l'importante opera della nostra classe politica non può essere interrotta in un momento così cruciale. Certo che comprenderete questa necessitá vi auguro felici cose".
I dati dello share registrarono un 95% per cento. Dato unico nel suo genere. La giornalista non riuscí a proseguire quando fu nuovamente in onda. Stette qualche minuto in silenzio poi sbatté un pugno sul bancone e urló: "Me ne vado...questa non é una notizia. Questa é una condanna a morte di questo paese. Se ci tenete ditelo voi a quelli a casa. Io lo sporco gioco dei politici non lo voglio più fare". Si alzó in piedi prese i fogli che aveva con sé e uscí. Mentre si allontanava ripeteva a tutti, "Se aveste un po' di dignitá ve ne andreste anche voi. Non siete migliori di loro".


Nelle case la gente si guardó incredula, da nord a sud, da est ad ovest. I più lanciarono occhiate ai piatti di minestra che stavano mangiando o alle piccole fette di salume che componenavano il pasto serale.
Nuove tasse. Nuovi esborsi. Nuovi pagamenti. Riduzioni dei salari. Pochi governi avevano avuto l'ardire di metterli così alle strette.
Anziani abbracciarono i bambini, mogli i mariti. L'aria era greve ed insopportabile. Le strade, fuori, erano silenziose e deserte. I visi pallidi si specchiavano in altri visi di color cenere.
Qualcuno mormorava negazioni ossessivamente.
Duró pochi minuti, nella profonditá della coscienza di ognuno si smosse un pezzo. Un minuscolo brandello di amor proprio, di rifiuto a ció che era stato appena comunicato. E quella fiammella, un cerino, contagió le persone. Spinta forse dal rifiuto categorico alla vita grama che veniva loro prospettata: una sudditanza medioevale, o solo da chissá quale ancestrale sentimento di ribellione, la gente si riversó nelle strade. Non c'erano più differenze politiche, sociali, di pensiero. C'era solo il desiderio, crudo e spietato, di non cedere a quei ricatti, che avevano mandato avanti la nazione per decenni.
All'inizio le forze dell'ordine cercarono di fermare la fiumana ma, quando qualcuno fece notare che erano coinvolti e che si stavano rendendo complici dell'assassinio di milioni di innocenti, si unirono a loro. Quella notte tutte le barriere furono spezzate, sulla bocca di tutti poche parole come giustizia, rivoluzione, societá. Quei termini che la classe al potere aveva deriso, saccheggiato, deturpato suo piacimento per anni, con il beneplacito di chi ora richiedeva indietro la propria esistenza. Nessuno accampava scuse e, in quel paese che aveva fatto dello scaricabarile un'arte, si assumeva le proprie responsibilities per l'ignavia di cui era stato vittima.

Cortei di macchine si mossero, dirigendosi verso la capitale. Ognuno covava il proprio desiderio di partecipare a quella svolta epocale, lo curava e lo faceva crescere con quello del suo vicino. Per la prima volta fu chiaro il concetto di fratellanza e di bene comune.
L'alba divampava rosata nel cielo invernale, mentre frotte di persone, mosse da un unico sentimento di uguaglianza, si radunavano davanti ai palazzi del potere. Davanti a loro nessuna resistenza.
A gran voce chiamavano coloro che si erano autonominati governanti ad vitam. Poche minacce furono pronunciate, ma, quando fu chiaro che nessuno si sarebbe presentato a rispondere del proprio mal operato, la folla insorse.
Non c'erano cameraman a riprendere il popolo che caricava e poi si divideva come fa l'onda quando incontra ostacoli. Non c'erano commentatori opinionisti a parlarsi addosso citando questo o quello e facendo sfoggio della loro sterile cultura. Come altri, erano anime in mezzo a quelle anime.

Aiutandosi li scovarono, nei loro caldi letti, ignari di tutto. E come strabuzzarono gli occhi quando li videro, quando videro la loro stessa gente prenderli e, ignorando le proteste, portarli via.
Ministri, segretari, sottosegretari, lo stesso incauto presidente nazionale, portaborse e giú giú fino all'ultimo che in quella sporca faccenda ci aveva guadagnato o avrebbe fatto fortuna in seguito.
Anche industriali, beneficiari di sgravi a vario titolo, furono presi. Il popolo non voleva avere pietá per nessuno.
Quel giorno la giustizia fu amministrata in ogni suo scrupolo, in ogni cavillo. I condannati ebbero pene esemplari, mandati tra coloro a cui avevano cercato di togliere tutto.
Ogni privilegio fu abolito, per alzata di mano. Metodo non molto ortodosso ma di sicura comprensione generale.

"E adesso?", domandó un giovane.
"Adesso il paese é veramente nuovo e possiamo rifondarlo in modo serio. Abbiamo tutto ció che ci serve nella nostra costituzione...dobbiamo solo netterlo in pratica", rispose un anziano, che si ricordava i tempi in cui la societá era un po' più onesta.
L'applauso si propagó per vie e piazze insieme alle parole del vecchio, che di sottecchi lanciava occhiate significative a suoi amici, che poco lontano facevano gran cenni coi capi canuti.

Quello fu il giorno in cui il popolo si riprese il potere

mercoledì 5 dicembre 2012

STORIE STRIMINZITE 3

Storie striminzite (dal vivo)

ANORESSIA

Controllo. Pugni chiusi.

Fame. Rifiuto.

Desiderio. Silenzio.

Sudore. Ansia.

Vuoto. Silenzio. Solitudine.


Ps: in questo caso ho esteso, per licenza poetica, il significato non solo al rifiuto del cibo ma più in generale a tutto ció che da sale e pepe alla vita. Una lotta continua al rifiuto per principio o in nome di chissà quale idea.

Enjoy it

STORIE STRIMINZITE

EREDITÁ

Gramaglie. Fazzolettini. Vestiti neri.

Notaio. Lettera.

Gioielli. Case. Proprietá.

Divisioni.

Insulti. Minacce.

Avvocati. Processo. Esecrabile fame d'oro.

Homo homini lupus.

STORIE STRIMINZITE

Storie striminzite 1/4
Questa é una sfida per me, che ho uno stile ricco e, spesso, ridondante. 
Presenterò nei prossimi giorni una serie (4/6) di storie ridotte all’osso.
In sostanza al lettore saranno date solo le parole chiave e sará lasciata alla sua fantasia immaginazione voglia il resto.
Enjoy it


MOVIDA

Piazza ovale. Bar. Luci e Musica.

Sabato notte.

Ragazzi.

Alcohol. Cocktails.

Battute.

Risa. Rissa.

Bottiglia rotta su testa. Sangue.

Rabbia. Urla. Cazzotti.

Fuga.

Ambulanza. Polizia.

Ospedale. Sutura.

Deposizione.

Arresti.

Buona domenica.

mercoledì 28 novembre 2012

PICNIC A END POINT


L'invito da parte degli Howers straní non poco Shynnelyn. Conosceva appena Cavill Howers, erano nella stessa classe di scienza e, da quando aveva iniziato a frequentare quella scuola non si erano scambiati più di venti parole e qualche sguardo.
Cavill era un ragazzotto basso e tarchiato, teneva sempre lo sguardo basso e parlava solo quando era interpellato direttamente. Per il resto del tempo se ne stava, con aria dimessa, in fondo all'aula a pensare ai fatti suoi. Era un tipo solitario e il non essersi fatto nuovo amici sembrava lasciarlo indifferente.h Per un paio di giorni ci si era chiesti da dove provenisse e come mai si comportasse in quel modo, ma alla fine l'interesse per Cavill era stato sostituito dalla morbosa curiositá nei confronti di Adleyn Masshow, che aveva vinto un concorso per aspiranti attrici e se ne sarebbe andata via entro poche settimane.
Shynnelyn non aveva badato tanto al giovane Howers quanto ai preparativi di commiato per Adleyn quindi quel che accadde quel piovoso venerdí di metá febbraio la lasció in uno stato di imbarazzo e confusione. Alla fine della lezione Cavill, senza alcun preavviso, le si mise di fronte bloccandole l'uscita. "Sei invitata al pic nic della mia famiglia a End Point questa domenica. Ti passeremo a prendere alle 10. Ciao". Cavill Howers se ne era andato senza darle il tempo di rifiutare ed era scomparso nella massa di studenti che se ne andavano verso il weekend. La ragazza ci pensó a lungo durante il tragitto verso casa: era una cosa folle!
Nel borgo si raccontavano strane storie sugli Hovers, trasferitisi in paese non più di sei mesi prima e che non avevano fatto nulla per integrarsi con la comunitá, e lei non voleva essere la prima a scoprire se erano vere. Appena a casa cercó il numero di telefono e chiamó casa di Cavill. Le rispose una voce di donna e dopo essersi presentata fu investita da un trillante urlo di giubilo. Tentó di inventarsi una scusa plausibile per scantonare l'invito ma senza successo perchè la donna quasi non le lasció spazio per parlare. Non riuscí nemmeno a farsi dire perchè su tutte le studentesse che Cavill aveva potuto conoscere in quei mesi aveva voluto invitare proprio lei. Si ritrovó solo a ringraziare Mrs. Cavill per la sua gentilezza, assicurandola che alle 10 si sarebbe fatta trovare all'angolo della via. E la comunicazione si chiuse.
Shynnelyn si chiese come fare per non andare. Da un lato la sua naturale curiositá le diceva di sfidare la sorte e prender parte a questo pic nic, dall'altro una vocina continuava a sottolineare il fatto che non sapeva nulla di questa famiglia e le voci che giravano non erano certo incoraggianti e chissá cosa avrebbero potuto farle in un luogo isolato.
Shynnelyn non sapeva cosa fare e così si mise sul divano a leggere, tormentata dal tarlo del dubbio e della curiositá. Non sapeva nemmeno questo End Point fosse.
Almeno quello poteva scoprirlo da sola. Dallo scaffale alto della libreria prese l'atlante dello stato e nell'indice cercó End Point, poi guardó sulla mappa corrispondente: era il piccolo promontorio dove da bambina aveva trascorso tre (terribili) estati con gli scout ma nei suoi ricordi era indicato con un altro toponimo.
Shynnelyn sbuffó e tentó di riprendere la lettura ma immagini non del tutto allegre occuparono la sua attenzione. Si diede della stupida e andó a farsi un bagno per liberarsi dalla tensione, si fece un sandwich quindi si mise a letto.

SATURDAY

Cielo grigio. Nuvole scure come le occhiaie. Pioggerella fine fine. Fu il tempo che accolse Shynnelyn dopo pranzo. Memore dei tempi degli scout sapeva che End Point non era ambiente adatto a sneakers e aveva deciso di andare al mall per un po' di shopping preparatore e rilassante. Scarponcini, jeans, felpa e simile abbigliamento era il suo obiettivo. E magari, se restava il tempo e i soldi, anche un presente per la famiglia di Cavill. Giusto per metterli di buon umore.
Si tiró su il cappuccio della jacket e si incamminó verso il mall, maledicendo suo padre e madre per esser andati via con la macchina proprio quel malefico weekend.
Entró nella hall sentendosi un cane bagnato. I capelli le scendevano, umidicci, sul viso e goccioline le si infilavano sotto il maglione, giù lungo la schiena, provocandole i brividi. Si diede una rapida sistemata e Shynnelyn si diresse verso il negozio di sport. Dalle finestre si intravedevano i fulgori dei lampi e giungevano i rimbombi soffocati dei tuoni.
Appena entrata letteralmente requisí una commessa e in meno di mezz'ora aveva completato i suoi acquisti, ma non trovó nulla da poter donare alla madre di Cavill, non poteva presentarsi con una pianta durante un pic nic in montagna. Era ormai quasi ora di cena e la ragazza si compró un paio di sandwich e un'insalata giapponese, pensando di mangiarseli mentre si guardava un qualche classico horror della Hammer e poi di andare a letto presto.
Nella hall era riunito un nugolo di persone, che guardavano il cielo, che era una macchia nera in cui fulmini si rincorrevano sfolgorando oltre le vetrate. Shennylyn passó velocemente e si fermó davanti alla porta, quella si aprí facendo entrare qualche schizzo di pioggia. La ragazza si tiró su il cappuccio e si avventuró fuori, camminando a passo svelto ma senza correre. Non ricordava più chi, una volta, le aveva spiegato che sotto la pioggia era meglio non correre, perchè incredibilmente ad andar piano - ma non troppo - si sarebbe bagnata di meno. Fortunatamente casa sua distanza solo dieci minuti e quando varcó la porta non era troppo inzuppata. Si tolse gli stivali, sistemó in terra un giornale e li poggió sopra. Lo stesso fece sotto il cappotto appeso.
In camera si tolse gli abiti umidi, che con un tiro da tre punti finirono nel cesto della roba sporca. Sotto il getto di acqua calda lavó via l'umiditá. Si frizionó i capelli con l'asciugamano e si infiló la tuta poi tiró fuori dai sacchetti i pacchi. Dalla scatola estrasse gli scarponcini, che trovarono posto di fianco al letto. La maglia e i pantaloni furono appoggiati sulla scrivania mentre la giacchetta sulla spalliera della sedia. Shennylyn preparó poi calzettoni e biancheria quindi scese in cucina e compose la sua cena su un piatto, poi il vassoio e una bottiglietta d'acqua. In salotto il dvd era già nel lettore, sfioró appena il tasto play e fu catapultata nel mondo in bianco e nero del "Il Bacio della Pantera" (1948).

DOMENICA

Scoccavano le 10 quando il minivan degli Howers si accostó al marciapiedi e il portellone laterale fu aperto. Dal posto del navigatore la signora Howers Le sorrise facendole cenno di salire. Di fronte a lei Cavill, insieme ai suoi fratelli e sorelle, aspettavano solo che lei salisse. Sembravano impazienti e, così sembró a Shennylyn, avevano uno sguardo affamato quando la guardavano.
Con una specie di saltello fu dentro e si poté sedere solo di fianco a Cavill e ad una bambina dai capelli malamente legati in due codini arruffati.
"Sono cosí lieta che tu abbia accettato il nostro invito - esclamó con voce garrula Mrs Howers -. Era da tanto che non abbiamo ospiti al nostro bel pic nic a End Point. Quest'anno peró mi sono imposta con Cavill, avrebbe dovuto portarci una bella ragazza...". Il marito, distogliendo lo sguardo per un secondo dalla strada, le lanció un'occhiataccia e quella si zittí.
Il resto del tragitto fu silenzioso, fatta eccezione per le presentazioni, cosa cui provvide volentieri la signora Howers, la quale snoccioló i nomi dei figli con lo stesso ritmo con cui l'allenatore le chiamava: Alley, Babelyn, Cavill, Danaes, Elix, Fanny, George, Harold. Specificó che Babelyn e George non c'erano perchè erano fuori cittá per lavoro. Shennylyn sorrise e si ripeté che sarebbe una magnifica giornata.
Dopo meno di un'ora finalmente avvistarono il famoso pianoro di End Point, che terminava in uno spunzone di roccia, il fondo del burrone era un'amena radura boscosa ed ideale per il camping, se si era amanti di quel genere di passatempi.
Altri appartenenti alla famiglia Howers erano già arrivati e stavano preparando: alcune ragazze stendevano le tovaglie sopra assi di legno. "Cosí i piatti non corrono il rischio di rovesciarsi", le precisó una tizia dagli stopposi capelli arancioni che si presentó come Antonia (cugina di Cavill e sorella rispettivimente di Brent, Cristy e Danny).
Shennylyn si chiese se tutti in quella famiglia avessero i nomi in ordine alfabetico, la cosa le sembrava un po' inquietante. "Si, ha un che di inquietante questa abitudine di dare i nomi in ordine alfabetico", buttó lí un'altra cugina di Cavill, che se non aveva capito male si chiamava Davilia.
Shennylyn sbiancó in viso a quella frase, quella strana ragazzina poteva forse leggerle nel pensiero? Fece finta di niente e si diede da fare per aiutare Antonia con i piatti mentre gli uomini si dedicavano a cuocere la carne sul barbecue e a bere birra parlando di sport o politica.
Mentre andava avanti ed indietro tra le auto e la "tavolata" portando posate, ciotole e bicchieri, spesso sentiva gli occhi - sguardi rapaci, curiosi, quasi cupidi - dei parenti di Cavill addosso.
In quei casi sorrideva e lavorava più alacremente.
Era passato mezzogiorno da un pezzo quando finalmente tutto fu pronto e si sedettero per gustare la carne arrostita, le pannocchie e tutte le altre pietanze.
Shennylyn assaggió un pezzo di carne particolarmente tenero e delicato, dal sapore sembrava pollo ma il colore bruno esterno e rosato all'interno faceva pensare a un agnello o altro animale simile.
Shennylyn decise di metter da parte le strane sensazioni e godersi la giornata e le nuove amicizie.
Dopo pranzo giocó un po' con i più piccoli, poi si avvicinó ad Antonia, Cavill e Davilia ma quando la videro smisero di chiacchierare e le puntarono addosso sguardi voraci, da lupo. Fu il pensiero che attraversó la mente di Shennylyn.
Si bloccó e tornò sui suoi passi, andando a sedersi su un masso poco lontano, di fronte a lei si apriva uno spettacolare scorcio di passaggio e Shennylyn rimpianse di non avere la macchina fotografica.
Dietro di lei si udivano gli Howers parlottare e lanciarle occhiate continue, tanto che cominció a sentirsi a disagio e a desiderare di tornare a casa.
Si fece coraggio, si alzó e si avvicinó alla signora Howers. "Mi scusi, non per sembrarle indiscreta ma volevo sapere verso che ora torneremo in paese". La madre di Cavill sorrise. "Tra poco mia cara. Prima c'é il momento clou della giornata".
Shennylyn fu sicura di aver visto delle zanne sbucare dalle labbra della donna ma si limitó a sorridere, non era interessata al momento clou del picnic degli Howers.
Tornó al suo sasso e si rimise a pensare, alla scuola, ai compiti, alla prossima partita. Era a tal punto persa nei suoi pensieri da essersi estraniata da tutti e si riscosse solo quando Cavill la toccó su una spalla. O meglio l'afferró con forza e la strattonó.
"Hey...", protestó Shennylyn cercando di liberarsi ma ottenendo solo che la stretta si serrasse. Uno ad uno i restanti Howers la circondarono fissandola famelicamente.
"Sei stata così dolce ad accettare l'invito di Cavill", mormoró Danaes, passandole poi la lingua rosata su una guancia. Gli altri ridacchiarono e Shennylyn rabbrividí.
In mente le vorticarono tutte le storie che aveva udito: in realtá nessuna si avvicinava a ció che aveva intuito.
"Stai buona Danaes", disse la signora Howers, "Verrá il tuo turno. Cavill lasciala".
La stretta si sciolse e in automatico Shennylyn si massaggió la spalla. Tentó di rimettersi in piedi ma fu costretta a rimettersi a terra. Volgeva lo sguardo ovunque per trovare una breccia e poter scappare, buttare a terra qualcuno non le sembrava molto cortese ma alla fine si disse che era per salvarsi la vita.
Si mise in ginocchio, abbassó la testa e scattó. Finí addosso a Cristy, entrambe finirono a terra e Shennylyn fu svelta a rimettersi in piedi ma una mano le bloccó il piede. Strattonó ma senza riuscire a liberarsi, con la coda dell'occhio riconobbe la madre di Cavill. "Non ci scapperai bambolina - disse ridendo -. Non ci scapperai". Ma Shennylyn non era di quell'avviso: con tutta la forza che aveva sferró un calcio a Mrs Howers, che le lasció il piede e si toccó il naso.
Fu questione di secondi. Shennylyn si buttó in avanti e, una volta recuperato l'equilibrio, corse via. Dietro di lei all'inseguimento partirono tutti tranne Mrs Howers, che li incitava, e i bambini più piccoli.
Sperando in una via d'uscita Shennylyn si infiló nel bosco, gli Howers alle sue spalle guadagnavano terreno, lanciando urla belluine. Ogni tanto si voltava per vedere se fosse ancora inseguita e in un primo momento guadagnó terreno e quasi la salvezza ma, man mano che lei sentiva crescere la stanchezza Cavil, Antonia e Davilia accorciarono la distanza e si avvicinavano sempre più finché Davilia, con un balzo felino, riuscí ad afferrarla e a bloccarla.
"Inutile che scappi. Sei nostra adesso", ghignó e le morse una guancia così a fondo da strapparle la carne. Rise masticando mentre il sangue le gocciolava dalla bocca.
Gli adulti arrivarono e si complimentarono con loro, il padre di Cavill sollevó Shennylyn e se la sistemó come se fosse stata un cervo.
Risalirono fino al pianoro con la loro "preda", Shennylyn, all'inizio aveva provato a liberarsi dalla robusta stretta dei tre ragazzi ma dopo alcuni vani tentativi aveva rinunciato - almeno per il momento, si ripeteva - a combattere e gemeva appena per il dolore alla guancia. Sentiva bruciare le lacrime ma non scendevano
Cominciava ad intuire quale sarebbe stata la sua fine.
"Tutto questo correre mi ha fatto venire fame", commentò George avvicinandosi a lei e prendendole un braccio. Da una tasca cavó un coltellino da campo e lo fece scattare. Incise veloce il suo braccio e si mise in bocca un quadratino nemmeno fosse stato un pezzo di cioccolato, mugugnando di giubilo. Shennylyn urló dal dolore e si mise a piangere. Rivoletti vermigli sgorgavano dalla profonda ferita e cercó qualcosa con cui almeno fermare il sangue, ma si accorse di non avere un fazzoletto e anche il suo nuovo zaino era sparito.
Cercó di chiedere spiegazioni ma appena aprí la bocca Cavill la bació addentando la sua lingua, tiró finché gliela strappó lasciandola sanguinante e gorgogliante. Con una certa soddisfazione Cavill masticó la lingua a lungo, grufolando quasi.
Con occhi sbarrati cercó di chiedere aiuto a Mrs Howers ma invece di trovare comprensione rimedió solo un altro morso, sull'altro braccio. Unico moto di pietá fu metterle in bocca un grumo di cotone per fermare l'emorragia.
Man mano che pezzi di carne le venivano strappati Shennylyn sentiva venir meno le forze ma una parte del suo cervello era vigile e pronto ad agire appena qualcuno si fosse distratto, ma non fu mai lasciata sola.
Aveva sete ma il solo deglutire le faceva dolere ció che restava della sua lingua. Le appariva sempre più chiaro che non sarebbe sopravvissuta a quel pic nic.
Si aggrappava al desiderio di vivere ma per quanto lottasse sentiva la vita lasciarla. Con ogni morsino. Con ogni pezzettino di carne cavato dal suo corpo, mentre gli Howers seguivano non sapeva quale rituale.
Allargó le labbra in un doloroso sorriso: quei vecchi ipocriti non avevano indovinato ció che si celava dietro la riservatezza degli Howers. Non qualche stupido piccolo reato. Non qualche sciocca mancanza. Avevano sostenuto che erano dediti alle più classiche depravazioni che la corrotta mente occidentale sapeva partorire mentre loro, più candidamente ed innocentemente, avevano invece scelto quella vituperata abitudine che veniva relegata certi popoli selvaggi.
Se non fosse stata tragicamente coinvolta avrebbe trovato la cosa sadicamente divertente.
Intorno a lei, ormai persa in una filosofica follia su quanto morale o meno avrebbe potuto essere quel comportamento, gli Howers si preparavano per il clou del loro pic nic.
La fiamma del barbecue si alzó gagliarda nel cielo serale e un largo involucro di cuoio fu appoggiato al tavolo di legno. Aprendolo riveló un inteno di velluto viola e un luccicante set di lame che avrebbe fatto la felicitá tanto di un maestro di chirurgia quanto di un mastro macellaio.
Una quasi incosciente Shynnelyn fu presa di peso e appoggiata alle assi. Mrs Howers si inginocchió alle sue spalle e le fece appoggiare la testa sulle sue ginocchia. Le accarezzó i capelli arruffati e sporchi di terra e sangue. "Calma bambina. Calma. É quasi tutto finito", le sussurró con dolcezza. La tiritera blandí Le ultime resistenze della coscienza di Shynnelyn, che cadde in una sorta di torpore ipnotico.
Fu allora che la mannaia caló prima sulla gamba destra, sotto il ginocchio. Poi su quella sinistra. E fu allora che urló, il corpo scosso dal rimbombo dei tagli, i nervi tranciati che inviavano messaggi al cervello. Impazzí. Dalla gola uscí un urlo soffocato, più simile ad un guaito che ad un grido umano. Cercó nuovamente di mettersi in piedi. Ma uno spiedo la trafisse, tanto da bloccarla a terra ma senza causarle la morte. Legacci di pelle le furono legate ai moncherini per impedire al sangue di defluire.
La nenia di Mrs Howers ricominció ad intorpidirle orecchie e mente.
Intorno, intanto, si diffondeva un odore di carne bruciata mentre le ragazze, con indosso lunghe vesti, danzavano ossessivamente come in un rito orgiastico.
La carne cuoceva. Una pioggerellina pesante cominció a scendere, inumidendo l'aria e bagnando il viso pallido di Shynnelyn, la sua pelle a brandelli, ció che restava del suo corpo martoriato.
Sopra il barbecue e la tavola furono sistemati due raffazzonati gazebo, in modo da non guastare la festa.
La voce aveva perso potenza e ad ogni nuovo fendente che s'abbatteva su di lei usciva sempre più gioca e rauca. Finché all'ultimo tacque.
Sulla brace s'arrostivano le sue dita, braccia, filetti ricavati dal suo addome, Le sue cosce ridotte a spezzatino.
"Cavill, per favore seppellisci la tua deliziosa amica da qualche parte nel bosco. Poi torna. É pronto in tavola e non vorrai mangiare freddo".