venerdì 15 novembre 2013

I KILLED JACK THE RIPPER

Appena arrivato alla sede della polizia di  Whitechapel un solerte poliziotto aveva consegnato all’ispettore Frederick Abberline una busta. Era una semplice busta bianca, il suo nome spiccava sul retro, vergato con una calligrafia elegante e decisamente femminile.
Abberline rigirò la missiva tra le mani, chiedendosi chi potesse avergli scritto. Non c’era timbro postale quindi doveva essere stata consegnata a mano Richiamò il giovane agente che gliel’aveva data e gli chiese chi fosse il latore della lettera. Quello si inchinò con rispetto ma non rispose, rimanendo a fissare l’ispettore con aria indecisa. «Avanti ragazzo, non ho tutto il giorno. Ho un assassino da prendere...», lo incalzò Abberline, infastidito. La notizia dell’ennesimo omicidio compiuto da Jack lo squartatore campeggiava sulle prime pagine dei giornali di tutta Londra. Da Buckingham Palace uscivano richieste di risolvere il caso ormai a scadenza giornaliera e l’ansia aleggiava per tutto il distretto di Whitechapel. Le prostitute avevano paura e chiedevano protezione, i membri delle gang del quartiere si trovavano in difficoltà e pretendevano che la polizia risolvesse quel mistero, per loro era una questione di affari. 
«Avanti, parla», urlò l’ispettore e l’agente, non doveva avere più di vent’anni, arretrò di un paio di passi, spaventato. «La busta è stata lasciata all’ingresso, con la richiesta di consegnarla a Voi al vostro arrivo. L’hanno portata, ieri notte, molte ore dopo che ve ne eravate andato. Io l’ho trovata stamattina all’inizio del turno, non so chi l’abbia portata e chi ha preso la busta è andato a casa», biascicò il ragazzo, con voce strozzata. «Andate. andate», lo invitò Abberline con un gesto stizzito della mano. Quello non se lo fece ripetere e letteralmente scappò al suo posto.
L’ispettore emise un gemito. Il caso di Jack era il peggiore della sua carriera e fino a quel giorno non era riuscito a trovare un indizio valido che lo portasse verso un nome che desse un volto al misterioso assassino di derelitte. Decine di sospetti, tra i quali anche il Duca di Clarence, erano stati sottoposti fino a pochi giorni prima alla sua abilità negli interrogatori ma, in un modo o nell’altro, tutti i sospettati erano risultati estranei agli eventi delittuosi. In alcuni casi era risultato che non fossero nemmeno a Londra al momento in cui i delitti si erano consumati.
Osservò nuovamente la lettera, alla fine afferrò il tagliacarte e l’aprì. All’interno trovò un solo foglio, scritto con la medesima calligrafia del suo nome. In alto a destra era indicata la data, il nove novembre, due giorni prima. La notte in cui Jack aveva massacrato Mary Jane Kelly nella sua miserabile stanzetta affacciata su Miller’s Court, non lontana da Dorset Street nel vicino Spitafields. 
Il massacro si era consumato nelle prime ore del mattino, aveva ipotizzato il medico intervenuto in loco per visionare ciò che restava della venticinquenne irlandese, ma la scoperta era avvenuta nella tarda mattinata. Di tutti quelli compiuti da Jack quello di Mary Kelly era stato il più efferato: appariva chiaro che l’assassino aveva avuto tutto il tempo di tagliare la gola alla ragazza, aprirle la cassa toracica, estrarre il cuore e dedicarsi ad altre molteplici mutilazioni. La donna era stata identificata dal suo padrone di casa, che aveva spiegato di averle affittato la stanza un paio di giorni prima. Era stato l’uomo a trovarla, quando era andato a riscuotere la pigione. Controvoglia aveva raccontato quello che sapeva ai poliziotti, quindi si era dileguato. Avevano lavorato per tutto il giorno e buona parte della notte, molti uomini erano stati usati per fare un cordone e tener lontani i curiosi, accorsi per assistere all’ennesima vittima dello Squartatore. La missiva non aveva intestazione, ma esordiva con una frase che fece fermare il cuore in petto ad Abberline. 
«Ho ucciso Jack lo Squartatore, secondo quanto le avevo promesso in occasione del nostro ultimo incontro. Ho tallonato il Nostro Amico Assassino, in attesa di coglierlo all’opera e così ho fatto. L’ho trovato presso il letto di quella donna e l’ho affrontato, combattuto e sconfitto. Non tornerà mai più dall’Inferno dove l’ho spedito...». 
Nelle poche righe seguenti pregava l’ispettore di tenere per sé il modo in cui si era giunti alla dipartita di Jack ma di rilasciare ai giornali, se proprio lo riteneva necessario, la notizia che l’omicida delle derelitte di Whitechapel era stato tolto di mezzo definitivamente e che l’East End poteva considerarsi un luogo sicuro, almeno per quel che riguardava Jack.
In fondo, con uno svolazzo elegante, la firma. L’ispettore sgranò gli occhi quando lesse il nome. Poi scattò in piedi, prese soprabito e cappello e corse fuori. In tasca gli sembrava che la lettera pulsasse, come un cuore appena cavato dal petto che ancora non sa di non dover più battere. Aveva bisogno di avere delle conferme su ciò che la lettera raccontava.
Nella sua mente si affollavano pensieri contrastanti. Fermò un tassì e diede un indirizzo al vetturino poi si accomodò. Mentre lasciava Whitechapel, diretto verso una magione nei quartieri alti, una miriade di domande si affollavano sulle sue labbra e sperava di trovare una risposta. Non ci volle molto tempo perché si trovasse davanti ad un portone di legno spesso, con un battente dall’inquietante forma di drago di metallo argentato.
L’Ispettore riandò con la mente ad un incontro, avvenuto non molti giorni prima, che aveva avuto inizio con uno strano biglietto ed invito proprio in quella casa.
Abberline trattenne il fiato, in attesa che qualcuno della servitù gli venisse ad aprire la porta, sperando che l’autrice della lettera fosse in casa, cercando di ricordare se la prima volta si erano incontrati di giorno o verso sera. 
L’uomo si guardò intorno, la via era quasi deserta, eppure percepiva la sgradevole sensazione di essere osservato ma senza riuscire a trovarne l’origine. Si diede dello stupido, era a tal punto in ansia per il caso dello Squartatore da essersi convinto di avere sempre gli occhi puntati addosso. 
«Devi darti una calmata, vecchio mio», si disse cercando di non lasciar trapelare il disagio che l’attesa gli stava causando. Sbatacchiò il battente una seconda volta, con maggiore forza, sembrava che la dimora fosse deserta ma almeno una cameriera doveva esserci, si disse. Alla fine udì qualcuno che si avvicinava alla porta a passi veloci. 
Quel breve lasso di tempo in cui Abberline rimase fuori dalla casa londinese di Lord Alvers gli bastò per analizzare di nuovo l‘incontro con l’ospite dell’uomo, la proposta che lei gli aveva fatto e i fatti che ne erano seguiti. Fatti che avevano portato alla sua presenza alla porta in quel gelido 11 novembre.
Per un momento pensò di andarsene e lasciar perdere, ma il suo desiderio di sapere la verità, la sua necessità di avere la certezza che Jack The Ripper fosse stato tolto di mezzo per sempre era più forte del buonsenso e della sua logica da poliziotto.
Quando infine la porta si aprì e si trovò di fronte al maggiordomo in livrea nera, sorrise e si presentò, chiedendo espressamente dell’amica di Lord Alvers e finalmente fu fatto accomodare in casa.

London, September 1888. 

Per l’Ispettore Frederick Abberline erano giorni difficili, trascorreva le ore del giorno e della notte immerso in un’inquietudine vischiosa. Il discorso della giovane dama gli rimbombava senza tregua in testa. «Posso liberarvi del vostro Problema. Con riserbo. Nessuno lo verrebbe a sapere e voi sareste encomiato per il servizio resto alla Corona. Se sperate di risolvere questo caso senza il mio aiuto, siete degli illusi: chi compie gli omicidi è fuori dalla vostra portata. Io sono in grado di mettere fine a questo incomodo. Conosco il modo. Conosco chi si cela dietro la maschera dello Squartatore. Comprendo che per voi sia difficile credermi, vi lascio tutto il tempo di cui avrete bisogno per prendere una decisione. Vi avverto che tutto gioca contro di voi e vi consiglio di riflettere in fretta. Il tempo scarseggia e questo vostro Assassino potrebbe colpire da una notte all’altra, siete avvertito».
Il suo «Problema», un eufemismo. Il suo non era un problema, era una catastrofe di proporzioni epiche. Qualcuno si stava divertendo a massacrare e mutilare le sventurate di Whitechapel. Non pago, l’autore si era dileggiato della Metropolitan Police, inviando ai giornali lettere denigratorie. 
E in tutto questo, lui si trovava nell’occhio del ciclone: dagli uffici dei suoi capi a Scotland Yard fino agli appartamenti della Regina Victoria gli occhi erano puntati su di lui.
Aveva parlato con la donna il dodici di settembre, quattro giorni dopo che il corpo di Annie Chapman era stato rinvenuto nel cortile posteriore del numero 29 di Hanbury Street a Spitafields. Dalle testimonianze raccolte nei giorni seguenti aveva scoperto che intorno alle 5.30 di quel mattino la donna era stata vista parlare con un uomo, vestito di nero e con indosso mantello e cappello. Elementi che ne rendevano impossibile l’identificazione. Anche se il testimone sosteneva che gli abiti gli erano apparsi di un certo pregio e che il cappello era a cilindro e sembrava costoso, l’Ispettore non aveva molte possibilità di trovarlo. Nonostante la sua pessima reputazione centinaia di facoltosi londinesi sceglievano le squallide strade di Whitechapel e i suoi locali fumosi come meta per le loro scorribande notturne, alla ricerca di qualche brivido o di qualche ora di amore a poco prezzo.
Poi aveva ricevuto il biglietto della misteriosa dama, in cui lo invitava per un tea, quella sera. All’inizio non aveva compreso, ignorava chi fosse e più per curiosità che altra ragione, aveva accettato. La prima volta che l’aveva vista aveva pensato che fosse uno scherzo, una ragazzina che voleva prendersi gioco di lui e della polizia. Senza scomporsi la fanciulla l’aveva fatto accomodare e gli aveva fatto quella proposta, sorridendo in modo amabile. La sua voce era ferma, parlava con un lieve accento dell’est Europa. Più di tutto, l’Ispettore Abberline era rimasto colpito dagli occhi della misteriosa dama: lo guardavano con una serietà che mal combaciava con l’aspetto estremamente giovane. Anche le sue parole denotavano una conoscenza del mondo più simile a quella avrebbe potuto avere una donna adulta invece che una ragazzina poco più che adolescente.
Il rompicapo si infittiva e a lui mancavano sempre troppi pezzi per completarlo. Aveva sguinzagliato i suoi migliori agenti, sperando in un colpo di fortuna. Aveva cercato di isolare il più possibile le notizie sui giornali ma la diffusione del rinvenimento poco distante di un pezzo di grembiule di cuoio da macellaio aveva eccitato gli animi, già resi animosi dagli eventi di quell’inizio autunno. Così tutti gli agenti che non erano stati impegnati nelle indagini sull’assassino delle sventurate, si erano ritrovati a schedare quegli uomini che se l’erano presa con ebrei e macellai. In tutto quel trambusto aveva cercato di ignorare le parole di quella che appariva come una giovane nobildonna, senza dubbio annoiata della sua comoda esistenza.
Una parte di lui, quella razionale, ripeteva che era una follia accettare quell’idea. Un minuscolo angolo del suo cervello, invece, gli diceva di non rifiutare quella proposta di aiuto, perché c’era qualcosa di strano in quegli omicidi. Qualcosa di non umano. Quella consapevolezza, che non poteva certo condividere con i suoi superiori e tanto meno con i subalterni impiegati nelle indagini, lo metteva in uno stato d’ansia.
Le indagini erano ferme, non aveva più idee. Aveva perlustrato ogni angolo di quel fetido buco che era whitechapel ma niente di concreto ne era emerso. Parole confuse, racconti smorzati dalla paura. Aveva seguito ogni pista, a suo dire, possibile ma non aveva ricavato alcun risultato.
Quando nella notte del 30 settembre il misterioso Jack The Ripper - come si era firmato nelle missive ai giornali e alla polizia - ne aveva uccise due in un colpo solo: la quarantaquattrenne Elizabeth Stride e la quarantaseienne Catherine Eddowes Abberline aveva capito che quel caso non si sarebbe risolto facilmente. Il primo ottobre, già sorto sotto il peggior auspicio, era stato caratterizzato dalla consegna di una cartolina, firmata «Saucy Jack», in cui egli rivendicava il doppio evento. Il suo già difficoltoso lavoro era stato peggiorato dal ritrovamento del brandello di grembiule e dalla scoperta del graffito, poco lontano dal cadavere. Il fatto che fosse stato fatto cancellare dal suo capo non aveva migliorato la situazione. 
Quello stesso pomeriggio gli era stato recapitato un altro biglietto da parte della giovane donna, in cui lo invitata a presentarsi al medesimo indirizzo della precedente occasione, al tramonto.
Calava un sole autunnale sbiadito, dietro il profilo altero della House of Parliament, quando l’Ispettore Abberline bussò alla porta principale di una graziosa palazzina situata in una delle più belle vie di Londra. L’edificio, al pari di quelli vicini, trasudava lusso e ricchezza fin dall’esterno, facendo sentire il poliziotto - ex orologiaio - a disagio. Un maggiordomo emaciato lo fece accomodare e si congedò, lasciandolo nell’ingresso. Pochi minuti dopo la sua ospite comparve, cogliendolo ad ammirare il dipinto di una donna velata. «Lieta che abbiate accettato questo mio nuovo invito, Ispettore», esordì la giovane donna, con un sorrisetto. Con la mano guantata gli fece cenno di seguirla e lo precedette in un salottino, illuminato appena. La dama gli indicò una poltrona, quindi a sua volta si accomodò sul divano di fronte a lui. Dalla prima volta in cui si erano incontrati sembrava diversa, meno ragazzina e più donna ma l’uomo non riusciva a capire da cosa quel cambiamento fosse provocato. L’abito che indossava, nero e alla moda, era simile a quello dell’altro incontro. I capelli erano ben acconciati e circondavano il viso candido di riccioli rossi. Eppure all’Ispettore sembrava che fosse cresciuta di una decina d’anni nell’arco di quelle poche settimane. 
Ella attese, le mani appoggiate in grembo e sorridendo. Abberline si sentiva in imbarazzo, tossicchiò e infine parlò. Negli ultimi giorni la pressione era aumentata. Whitechapel, già di per sé non un quartiere tranquillo, si era trasformata in una bomba pronta ad esplodere. La paura serpeggiava tra i vicoli e la polizia faceva del suo meglio per tranquillizzare la popolazione.
Da parte sua si sentiva le mani legate...aveva interrogato decine di sospetti, ma nessuno di loro sembrava possedere alcuna caratteristica dell’efferato maniaco. «Grazie di avermi ricevuto, Milady. Sono qui per avere un chiarimento sulla vostra proposta», disse Abberline, cercando di mantenere un contegno il più possibile formale e sperando di non offenderla. Aveva intuito che non era donna dal carattere facile, ma in un modo differente da quello delle donne dell’alta società.
Da parte sua la dama non si scompose, continuò a fissarlo con occhi che davano l’idea di poter penetrare il buio. «Comprendo la vostra perplessità, Ispettore. Vi assicuro che io sono la sola in grado di poter eliminare il vostro Jack, nell’immediato. Riesco a fiutarlo, se mi passate il termine poco nobile». Rise e Abberline a quel suono si sentì accapponare la pelle. Stava per dire qualcosa ma l’arrivo inaspettato di una cameriera con il tea lo distrasse. La donna servì l’uomo e poi porse alla dama un calice, ricolmo di un denso liquido rosso. «Grazie Emagda», disse lei sorseggiandolo piano. «É delizioso. Ringraziate il buon Stemmar per l’ottimo lavoro svolto, come sempre». 
Si volse verso l’Ispettore, alzò il calice e ne bevve un ulteriore sorso. Gli occhi assunsero un’espressione di beata soddisfazione. L’ispettore si chiese cosa fosse e lei, strizzandogli l’occhio, rispose «Non siete pronto per essere messo a parte dei miei segreti, Ispettore». Abberline dovette ricorrere a tutto il suo sangue freddo per non fare un balzo sulla poltrona. 
La dama indicò il piattini ricolmi di sandwich e pasticcini, «Prego servitevi, ho dato ordine di prepararli apposta per voi. I vostri preferiti». E sorrise di nuovo. L’uomo sentì una sensazione di freddo invaderlo: quei sorrisi erano bellissimi e il viso della fanciulla era stupendo ma erano sorrisi non di gioia ma di cattiveria, con un che di crudele che si sprigionava dagli angoli della bocca rossa. O forse era tutta quella situazione che lo rendeva nervoso e gli faceva immaginare cose che non erano.
«Spero che il tea sia di vostro gradimento», aggiunse lei riscuotendolo dai suoi pensieri. Abberline fece un cenno positivo e addentò un morbido panino ripieno di burro spalmato e cetrioli. Quella donna era piena di sorprese. Sapeva più cose lei sulle sue abitudini di quante lui fosse a conoscenza su di lei. «A tempo debito saprete, Ispettore». Nuovamente la voce femminile lo fece trasalire. Si chiese se lei potesse leggere nella mente e si diede dello stupido. Tornò a concentrarsi sull’espressione enigmatica della sua interlocutrice, intenta a sorseggiare la sua bevanda rossa e densa, con una luce di soddisfazione negli occhi.
«Parlatemi dei delitti». Era poco più di un sussurro ma ad Abberline sembrò che gli fosse stato urlato. «Non sono argomenti adatti ad una giovane dama», ribatté l’uomo di legge ma per tutta risposta lei scoppiò a ridere. «Vi stupireste nel sentire quelli compiuti da...», ma si interruppe e sorrise. «Mi servono informazioni, per capire chi fossero le vittime. Perché il nostro Amico Assassino ha scelto loro». Con un sospiro l’Ispettore raccontò a sommi capi alcuni particolari degli omicidi, osservando di sottecchi le reazioni di lei. Di fronte a lui la giovane non si scompose nemmeno nell’udire le parti più cruente. Anzi, sembrava interessata proprio a quei punti in cui il racconto sprofondava nell’orrore più cupo. «Prima di procedere alle mutilazioni addominali - illustrò Abberline - Jack ha tagliato loro la gola. Ad eccezione della Stride, abbiamo ipotizzato che sia stato interrotto, tutte hanno subito l’asportazione di almeno un organo interno e in alcuni casi dei genitali». L’espressione della giovane si fece pensierosa. «Il suo sadismo. Non è cambiato per niente in questi anni. Sembra solo che sia sprofondato ancor di più nella sua stessa follia», commentò la misteriosa dama. «Prego?», domandò con stupore il poliziotto. 
«Il Vostro Jack è sempre stato un sadico, non si è improvvisato in questi ultimi mesi. Vanta una carriera da omicida per tutta Europa, non solo sui campi di battaglia. Fino ad ora aveva preferito agire nell’ombra e in segreto. Non riesco a comprendere cosa ora invece lo spinga a volere che tutti sappiano che è stato lui - gli rispose con candore la sua ospite -. Ama divertirsi con le sue vittime, gli è sempre piaciuto giocare...e taglia loro la gola, ritengo con una precisione degna di un chirurgo, per nascondere altri suoi gusti...Penso che dovrete darmi la possibilità di vedere uno dei corpi. Stasera sarebbe l’ideale...datemi giusto solo il tempo di cambiarmi. Non sarebbe opportuno per me farmi vedere in queste vesti in giro per gli obitori, attirerei l’attenzione...Fate chiamare una carrozza». Abberline non riuscì a protestare che quella era già sparita, come se si fosse volatilizzata. L’aria era ancora pervasa dal suo profumo.
Imbarazzato l’uomo si alzò, recuperò il proprio mantello e uscì dal salottino, cercando un qualunque membro della servitù per farsi chiamare una vettura. L’idea gli sembrava stupida ma non riusciva ad opporsi ad essa: come se la sua volontà fosse diretta da qualcun altro. «Sei uno stupido, Abberline», si disse. Trovò il maggiordomo e lo pregò di chiamare una carrozza, quello rispose, con voce atona «Già fatto». Un brivido freddo corse lungo la schiena del poliziotto.
Non dovette attendere molto: la dama comparve accanto a lui. Si accorse solo in quel momento della sua effettiva altezza, lo superava di qualche pollice. Indossava un largo cappello che ne teneva celato il viso e i capelli. Sopra gli abiti maschili aveva sistemato un lungo mantello nero.
«Andiamo», a lunghe falcate lo precedette fuori. L’aria era fredda e sbuffi di fumo si confondevano con lo smog provocato dalle ciminiere. «Serata ideale per uscire», commentò lei aprendo la portiera della vettura e scomparendo all’interno. Abberline la raggiunse di corsa e diede al conducente l’indirizzo del London Hospital, dove le sventurate erano state portate per l’autopsia.
Se erano fortunati sulla Eddowes il medico aveva già effettuato l’autopsia, altrimenti avrebbero dovuto attendere.
Il Big Ben suonò le 11 quando la carrozza si fermò davanti all’ingresso dell’ospedale. Abberline pagò e i due varcarono la soglia. Un’infermiera stava seduta dietro un bancone di legno. Mostrando il suo distintivo l’Ispettore chiese del chirurgo Thomas Bond. La donna chiamò una sua collega e le ordinò di accompagnare i due uomini dal medico. 
La giovane infermiera li precedette lungo un intrico di corridoi fino alla morgue, qui il medico aveva appena terminato un’autopsia su un giovane uomo ucciso con una coltellata all’addome.
«Dottor Bond, l’Ispettore Abberline per voi». Fece una riverenza e tornò alle sue incombenze. Bond si alzò dalla sedia e accolse Abberline e il suo accompagnatore con un sorriso, nonostante la stanchezza.
«Ispettore, cosa posso fare per voi?», domandò con curiosità.
Le parole uscirono dalla bocca dell’ispettore come se le stesse recitando a memoria, «Questo è un mio nuovo collaboratore alle indagini dello Squartatore. Potete mostrargli l’ultima vittima, in modo che si faccia un’idea del tenore degli omicidi». Bond sgranò gli occhi e osservò con maggiore attenzione lo sconosciuto che si accompagnava all’Ispettore. Era alto, il viso era nascosto in parte dalla tesa del cappello ma colse un brillio crudele negli occhi. «É di là», indicò con un dito la sala autopsie e si incamminò. «Preparatevi, è uno spettacolo che ha fatto cedere anche gli stomachi più forti ed abituati a questo genere di cose», aggiunse mentre facevano il loro ingresso nell’enorme sala sotterranea. Una fila di una decina di tavolacci in legno era disposta in due file parallele. Solamente quattro tavoli erano liberi. Il corpo della sventurata, uccisa nelle prime ore del mattino del 30 settembre in Mitre Square, si trovava sulla sinistra, tra quello di un giovanotto e di un ubriacone. «Ho già effettuato l’autopsia, sapendo l’importanza del caso e il resoconto dovrebbe essere già sulla vostra scrivania. L’ho inviato poche ore fa», aggiunse il chirurgo. «Non sono passato dal commissariato», rispose Abberline evasivo, «Lo leggerò domani mattina...Intanto se volete anticiparmi quanto avete potuto scoprire dall’esame del corpo della vittima, qualche indizio che potrebbe rivelarsi risolutivo».
La voce non ammetteva repliche e il medico si profuse in una dovizia di particolari non richiesta su ciò che aveva scoperto.
Da sotto il colletto della camicia si intravedeva l’incisione dell’autopsia, ancora rossa e appena al di sotto del segno lasciato dall’affilato coltello di Jack. Un’altra mutilazione inferta alla donna da un uomo, pensò la ragazza in abiti maschili lanciandole un’occhiata. Il puzzo nella sala era penetrante ma lei non vi fece caso, ciò che le interessava era osservare l’opera di Jack. «La testa, come negli altri casi, era quasi staccata dal collo - il medico spiegò indicando la lacerazione profonda -. Dopo questo gesto, ha spostato il suo interesse verso le sue parti basse, con particolare accanimento, mutilandola. Potrebbe essere una vendetta o un regolamento di conti o potrebbe esserci una qualunque altra spiegazione. La mano è la medesima dei precedenti omicidi. Il fatto di essere stato interrotto durante l’uccisione della Stride - Bond indicò il tavolo di fronte - può aver scatenato in lui un desiderio di rivalsa, portandolo quindi ad accanirsi con particolare violenza sulla Eddowes». 
Il giovane accompagnatore di Abberline si scostò dai due uomini e si chinò sulla donna, concentrandosi sulla sua gola. Sapeva cosa cercare. Bond lo guardò con curiosità, quel ragazzino aveva un sangue freddo che non aveva mai trovato in nessun poliziotto, prima di allora, e spesso nemmeno nei suoi colleghi. «Potreste scostare i lembi del colletto», gli domandò il giovane. Bond si adoperò per liberare l’area il più possibile quindi lasciò il giovane alle sue osservazioni e tornò da Abberline, che in un angolo della stanza fumava un sigaro.
Gli occhi si mossero veloci lungo la cicatrice del taglio alla gola, scorgendone le irregolarità volute. L’assassino aveva cercato di nascondere qualcosa con quel taglio. La sua vista acuta, infine, colse ciò che sta cercando. Troppo piccoli per essere visti durante un’autopsia veloce: due fori alla base del collo. Qualcuno l’aveva morsa e poi le aveva squarciato la gola per fare in modo di nascondere i segni. 
Si sollevò e raggiunse il medico e l’Ispettore. Sul suo viso si poteva leggere soddisfazione ma il sorriso era serio e venato da una punta di preoccupazione. Sembrava che quel giovane agente avesse fatto delle scoperte importanti nei pochi minuti in cui aveva osservato il cadavere. Senza dire una parola, il giovane strinse la mano al medico, una stretta forte che lasciò la mano di Bond dolorante, lo ringraziò del privilegio concessogli, quindi abbandonò la sala autopsie seguito da Abberline.
Si fecero chiamare una carrozza e attesero nella hall, in silenzio. Fecero ritorno alla palazzina e al salottino. L’Ispettore fu lasciato da solo mentre la sua ospite andava a cambiarsi, dopo pochi minuti fece il suo ingresso con indosso i medesimi abiti del loro incontro. Aveva un’aria preoccupata. 
Abberline attese spiegazioni ma lei lo congedò. «Devo pensare. La manderò a chiamare appena possibile», gli disse in modo sbrigativo accompagnandolo alla porta. L’Ispettore, invece che andare a casa, tornò al commissariato per leggere il referto dell’autopsia. Sperava che il medico avesse aggiunto qualche particolare ma dovette ricredersi. 
Non diceva niente di più di quello che già aveva saputo poco prima.
Dopo di allora nessun altro messaggio gli era stato recapitato, fino a quel pomeriggio dell’undici novembre e lui non aveva resistito ed era andato da lei. Come le altre volte.

Pomeriggio dell’undici Novembre 1888

Abberline fu ben felice di rivedere il maggiordomo in livrea nera e il viso smunto. Il vecchio si fece di lato per farlo accomodare. «Siete atteso», gli comunicò con voce profonda e grave.
L’Ispettore entrò, timoroso come le altre volte e di nuovo si trovò nello stretto ingresso della casa di Lord Alvers. La casa era immersa nella quasi totale oscurità e alcune lampade creavano isole di luce in quell’altrimenti oceano di buio. Il maggiordomo allungò un braccio e gli indicò la via, precedendolo di pochi passi. Lo condusse nel solito salottino con caminetto. Le persiane erano chiuse e pesanti tende di velluto erano tirate. Non uno spiraglio di luce avrebbe potuto penetrare nell’ambiente. Il fuoco scoppiettava, creando forme danzanti sulle pareti, e una lanterna ad olio spandeva la sua calda luce permettendo all’uomo di legge di avanzare senza correre il rischio di inciampare.
Una figura maschile era seduta su una delle poltrone, vicino al fuoco, e sembrava perso nella lettura di un vecchio volume ma quando Abberline fu più vicino egli parlò. «Aveva detto che sareste arrivato non appena ricevuta la sua lettera. Non la sopporto quando fa in quel modo». 
L’uomo si alzò, appoggiando sul vicino tavolino il libro, e tese la mano. «Ispettore Abberline», si presentò l’ospite e quello gliela strinse con un tale vigore da fargli scricchiolare le ossa. «Un piacere fare la vostra conoscenza, signor Ispettore. Ero curioso di incontrarVi. Negli ultimi due giorni ho sentito parlare molto di voi». Abberline sentì il viso avvampare a quell’affermazione. «Non arrossite per favore - aggiunse il suo interlocutore, serio -. Non sono così sicuro che avrete ancora voglia di sorridere dopo che avremo parlato». Frederick Abberline tremò, gli occhi del giovane uomo erano neri e con una luce crudele nel profondo: occhi da squalo, pensò il poliziotto, ricordando quando anni prima aveva visto i grandi animali marini all’acquario.
«Sono qui per...», non riuscì a terminare la frase e dalla tasca del cappotto estrasse la missiva, sventolandola davanti all’uomo. «Vi stavo aspettando. Come vi ho detto, Lei sapeva che sareste corso qui non appena letta. Venite con me, poi parleremo. Devo mostrarvi qualcosa»·
Lo superò, invitandolo a seguirlo. Si muoveva in quella quasi totale oscurità con sicurezza e condusse Abberline fuori dalla stanza e lungo un corridoio stretto e altrettanto debolmente illuminato. Durante il tragitto rimase in silenzio e, dopo non più di cinque minuti, si fermò davanti ad una porta. «Fate piano Signor Ispettore», gli disse, aprendo la porta e permettendogli di sbirciare all’interno. Si trattava di una sontuosa camera da letto e, per quello che la luce introdotta dallo spiraglio lo permetteva, Abberline poté vedere un grande letto. Le tende del baldacchino erano state lasciate aperte e vide la ragazza stesa, sotto le coltri. Sembrava addormentata ma dal pallore del suo viso avrebbe anche potuto essere morta.
Fece per dire qualcosa ma il suo ospite gli fece cenno di non parlare portando l’indice alle labbra. Chiuse la porta e si incamminò di nuovo lungo il corridoio, seguito da un sempre più perplesso ispettore. 
In pochi minuti si ritrovarono nel salottino, dove aveva incontrato la fanciulla le altre volte. Qualcuno, durante la loro assenza, aveva provveduto a ravvivare il fuoco e ad aggiungere un paio di altre lampade. Ora l’ambiente era decisamente più confortevole. 
Si accomodarono sulle poltrone e dopo pochi minuti una cameriera portò un grosso vassoio con il tea. «Ho pensato che avremmo chiacchierato più volentieri davanti a una tazza di tea», spiegò il giovane. Abberline annuì e prese la tazza che la servante gli porgeva: il liquido ambrato ondeggiava appena. Ne aspirò, con soddisfazione, l’aroma e sorrise al suo ospite, ma il misterioso giovane non lo ricambiò. 
Afferrò un calice e si apprestò a bere un liquido rosso, identico a quello che aveva sorseggiato la ragazza durante il loro ultimo incontro.
«Ora veniamo a noi» disse, posando il bicchiere, ormai vuoto, sul vassoio e fissando il suo occhio - l’altro era coperto da una benda nera e da un lungo ciuffo di capelli neri - sull’ispettore. Si appoggiò allo schienale e sembrò rilassarsi. «Penso che comprendiate la necessità della riservatezza in tutta questa vicenda. - proseguì lo sconosciuto, con un’espressione seria -. É stata ferita da quel pazzo sadico maniaco di Devan per aiutare voi, e meno male che prima di perdere i sensi è riuscita a mandarmi un messaggio mentale, in questo modo sono riuscito a trovarla e portarla, al sicuro, in questa casa. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se fosse finita, in quelle condizioni di estrema debolezza, nelle mani di qualche mortale. Io non mi fido di voi umani». L’ultima frase fu pronunciata con una chiara nota di disprezzo.
Abberline non capiva ma si sentì in dovere di assentire.
«Questa è la fine della storia - aggiunse ancora lo sconosciuto -. Ditemi, piuttosto, come è cominciata. Come è successo che Lei si sia trovata ad affrontare in duello, di nuovo, Devan...o come aveva deciso di farsi chiamare lui Jack lo Squartatore. Sapevo che sarebbe successo, ma dopo tutti questi secoli pensavo che fosse ormai impossibile...E non sono stato in grado di impedirlo, o almeno di proteggerla». La sua espressione si oscurò di un velo di tristezza.
Tacque e per qualche minuto i due uomini rimasero in silenzio, scrutandosi a vicenda. Infine Abberline esordì «Lord Alvers...», ma prima di riuscire a proseguire nel suo racconto, fu interrotto dallo sconosciuto. «Perdonatemi ma io non sono il padrone di questa casa. Il vostro Lord Alvers ha ceduto al suo fascino e le ha permesso di risiedere in questa magione...come amica. Al momento il proprietario di questa pregevole dimora è lontano da Londra, ma le ha permesso di restare a sua discrezione. Per quel che riguarda me, potete chiamarmi Warfield».
L’ispettore era allibito, si chiese se dovesse emettere un mandato di ricerca per Lord Alvers e scoprire se era fuori Londra, come sostenuto da questo Warfield. «Potete stare tranquillo, Ispettore - gli disse il gentiluomo -. Se volete posso darvi l’indirizzo dove è ospite Lord Alvers e potrete controllare personalmente. Per nostra scelta né Lei né io siamo usi ad ammazzare i nostri amici, soprattutto se ci permettono di vivere in un lusso come questo». Indi gli fece cenno di proseguire.
«Mr. Warfield l’inizio di questa storia...il 31 agosto colui che in seguito si è identificato come Jack lo Squartatore ha ucciso una sventurata a Whitechapel. Alla fine del mese di settembre, in una sola notte, ne ha ammazzate due. Due sventurate dilaniate...Dopo questo duplice omicidio la vostra amica mi ha contattato e si è offerta di risolvere il problema. Sembrava sapere così tanto su questo personaggio che si firmava Jack lo Squartatore».
Tacque, pi riprese. La voce seria sembrava appesantita da un peso: «Forse se avessi accettato subito l’aiuto che lei mi stava offrendo, Mary Jane Kelly sarebbe ancora viva...».
Stava per proseguire quando la fanciulla fece la sua comparsa: indossava una pesante vestaglia di velluto nero, i capelli sciolti sulle spalle circondavano il viso, pallido e livido, ed erano di un rosso così intenso da sembrare fiamma viva. Warfield scattò in piedi e le si fece accanto. «Non dovevi alzarti, la ferita non è del tutto guarita...», le disse, accompagnandola verso il divano, con apprensione. Nonostante l’estremo pallore, dal suo corpo e dai suoi occhi si sprigionava energia e quella che Abberline interpretò come una forte voglia di vivere.
«Stai zitto! Non sto così male e non ne posso più di restare a letto, in quella stanza chiusa come se fossi in prigione», gli rispose secca, ma la voce suonava affaticata. «Inoltre il nostro caro Ispettore merita di sapere che fine ha fatto uno dei suoi più temibili avversari». 
Si sedette, sistemando la vestaglia come se fosse il più pregevole degli abiti. Il suo sguardo, al contrario della sua voce, guizzava dall’uomo di legge al suo fidato amico.
Warfield scosse la testa ed uscì dalla stanza, diretto chissà dove. «Il solito esagerato il buon Woulf. Non fateci caso, Ispettore, non è così noioso, di solito. É  preoccupato per me. Passa la sua non vita a preoccuparsi per me, come se ce ne fosse bisogno», sogghignò poi divenne seria.
«Potete dare alla città la notizia che lo Squartatore non importunerà più le prostitute di Whitechapel o di qualunque altro quartiere di questa splendida città», annunciò, infine, e si concesse un sorriso. Abberline colse il baluginio dei suoi denti bianchissimi, notando quanto quelle piccole perle fossero affilate. «Non preoccupatevi per me - aggiunse allargando le braccia per mostrare all’Ispettore che niente del suo bel corpo era stato deturpato -. Come vedete, non sono messa male come Woulf vuole credere. Basteranno un altro paio di giorni di riposo e starò bene. Non dovete fare quella faccia preoccupata. Non è colpa vostra, lo scontro tra Devan e me era solo questione di tempo». La sua voce ora aveva assunto un tono suadente e sensuale, che fece rizzare i capelli al poliziotto.
Abberline assentì e si morse il labbro. La curiosità di sapere come lei aveva potuto finire uno omicida come Jack lo divorava. Come già avvenuto durante i loro precedenti incontri, lei sembrò leggere nella sua mente. «Saprete tutto a breve, Ispettore», gli rispose.
Dopo poco minuti Woulf fece ritorno nel salottino, portava un vassoio con un calice di cristallo e una brocca con quello che sembrava vino. Quando la giovane vi gettò lo sguardo, gli occhi si accesero di un brillio famelico. Afferrò il bicchiere e la brocca, lo riempì e lo scolò in un sol sorso, poi si leccò le labbra e sorrise. «Molto meglio. Molto meglio». La sua voce sembrava un miagolio soddisfatto. Volse, a quel punto, lo sguardo verso Abberline. «Siete pronto per un viaggio all’Inferno, Ispettore?». Il tono delicato suonava glaciale.
L’uomo increspò le labbra ma non rispose, temeva ciò che ella stava per raccontargli. Woulf appariva nervoso, ma cercava di mascherare la sua inquietudine. Il solo pensiero di quello che avevano condiviso quella ragazza e Devan gli infuocava il petto di una gelosia mortale.
Lady Angeline si ravviò la chioma e diede inizio al suo racconto.
«Devo ammettere che pur essendo a Londra da qualche mese non ho avuto sentore della presenza di Devan fino a dopo la metà di settembre. Percepivo la sua vicinanza ma non abbastanza da cogliere con chiarezza le sue intenzioni. Se così fosse stato, me ne sarei occupata molto prima che giocasse al chirurgo pazzo con la prima delle vostre derelitte. Avrei chiuso i conti con lui e con ciò che c’era stato tra noi in modo definitivo. Un singolo duello mortale».
Tacque, lasciando decantare le sue parole nella mente dei due uomini. «Chissà poi tutta questa necessità di venire a Londra», bofonchiò contrariato Woulf. La giovane donna rise, «Divertimento mio caro, puro divertimento...mi annoiavo al castello. Ne converrai che ciò che Londra può offrire è unico al mondo». Woulf tacque ma Abberline poté cogliere la sua contrarietà sull’argomento.
«Lord Alvers - proseguì poi lei - fu così gentile da permettermi di risiedere in questa deliziosa casa e volle rifornirmi di tutto ciò di cui avrei potuto aver bisogno. Si offrì anche di farmi da chaperon alle occasioni mondane più importanti, presentandomi a molti suoi amici».
Si fermò un momento, allungò una mano e la mosse: la brocca si mosse da sola sollevandosi dal tavolino. Il liquido si versò nel bicchiere, poi il pregiato pezzo di cristallo tornò al suo posto. Il calice si alzò e si mosse lentamente verso Lady Angeline, che lo afferrò e ne degustò il contenuto con evidente soddisfazione.
«Niente di meglio», commentò prima di riprendere il racconto, reggendo ancora il bicchiere. «Il turbine della vita londinese mi ha inghiottita e, dopo secoli di quasi obbligata reclusione dal mondo, mi sono concessa un po’ di distrazione. Voi umani sapete essere divertenti quando volete, senza dubbio il gusto del vostro sangue ne guadagna». Woulf accusò la velata frecciata: lei se ne era andata per la sua poca fiducia verso il genere umano e la sua decisione di non abbandonare i confini del castello che era appartenuto alla famiglia di origine di lei e, in un certo modo, l’aveva costretta a fare altrettanto. Alla fine dell’anno precedente lei era fuggita, senza dargli notizia...fino all’alba del 9 novembre, quando l’aveva trovata ferita. Non aveva avuto il coraggio di dirle che era a Londra da qualche settimana e che la seguiva da lontano, ragione per cui era riuscito ad arrivare in tempo e a metterla al sicuro prima che il sole la dissolvesse in polvere. Forse lei lo sospettava ma se anche era così, non gliene aveva parlato.
Angeline gli lanciò uno sguardo di sbieco, osservando la sua reazione, poi proseguì. «Devan, il vostro Jack lo Squartatore, deve essere arrivato a Londra non prima della metà di luglio. Fu una notte fresca, un vento marino mi portò il suo odore. Non dovevamo essere separati da molte miglia, probabile che fosse già a Whitechapel. Nemmeno ora posso dirvi cosa possa averlo spinto a commettere quegli atroci omicidi, dopo essersi nutrito di quelle povere umane. Era un sadico e un pazzo, questa potrebbe essere la sola spiegazione. Posso ipotizzare che lo squarcio alla gola fosse un tentativo di nascondere i fori dei suoi morsi e il fatto che le abbia quasi decapitate potrebbe essere dovuto al fatto che temeva potessero risvegliarsi come vampiri a loro volta. Sul perché abbia infierito sul resto del corpo, non posso dirlo ma potete essere sicuro che l’opera era sua. Ho riconosciuto il taglio della sua lama. Come ho detto, amava giocare con voi umani, provava un senso di invincibilità di fronte alla vostra caducità e debolezza. Lo faceva sentire onnipotente».
«Devan era solo un folle», ringhiò Woulf e Angeline gli prese una mano. «Ormai è dissolto, le sue polveri si sono mischiate con lo smog di questa città. Non nuocerà più a nessuno, inutile continuare a parlare di lui».
Abberline ascoltava quello strano racconto, pallido e sudato. La nobildonna gli rivolse un sorriso, aperto ma crudele. Lui poté vedere i suoi denti lunghi e acuminati: questa volta mostrati senza pudore. «Woulf, fai preparare un brandy per il caro Ispettore, temo che potrebbe aver bisogno di essere rinfrancato, alla fine di questa storia». Woulf fece un cenno con il capo e si dissolse, sembrava ormai che le due creature avessero deciso di non nascondersi oltre. «Sembra un modo molto comodo di spostarsi», abbozzò Abberline, allargando le labbra in un sorriso forzato. «Molto comodo. É così che Woulf mi ha trovata e portata in salvo. Sarei divenuta cenere se il sole mi avesse colta su quel tetto, lontana da ogni riparo. La ferita inferta dalla spada di Devan era più profonda di quanto mi fosse apparso all’inizio e a fanciulle come me non fa bene perdere troppo sangue. Grazie agli dei oscuri guarisco in fretta. In ogni caso nonostante la ferita sono riuscita a trapassare il suo cuore. Questo l’ha quasi ucciso e questo mi ha dato il vantaggio, gli ho staccato la testa di netto. In pochi secondi si è dissolto in cenere e il vento l’ha portato chissà dove...Londra è ora al sicuro», rispose Lady Angeline, seria. 
Di lì a pochi minuti Woulf riapparve, reggendo in mano una bottiglia, contenente un liquido ambrato, ed un bicchiere di cristallo. «Direttamente dalla riserva personale di Alvers», disse, porgendoli ad Abberline, che se ne versò una generosa dose e la buttò giù in un sorso. L’uomo uscì, senza aggiungere altro. Abberline lo seguì con lo sguardo e poi tornò a guardare la giovane seduta di fronte a lui. «Woulf non ama sentir parlare di Devan», spiegò brevemente.
La donna accavallò le gambe, un lembo della vestaglia nera si scostò rivelando una gamba inguainata in quello che sembrava un paio di pantaloni neri e alti aderenti stivali neri.
Si sistemò una ciocca di capelli e riprese il racconto. «Fu solo dopo l’omicidio dell’8 settembre che compresi che il responsabile doveva essere Devan. Non solo lo sentivo sempre più vicino, sebbene fosse chiaro che il suo obiettivo non ero io, ma mi appariva chiara l’escalation della sua follia e il suo desiderio di morte. Per questo vi contattai: sapevo che non avreste mai avuto la possibilità di trovarlo ed eliminarlo, non senza il mio aiuto. Come già vi ho spiegato».
Il tono della sua voce assunse un tono che alle orecchie dell’Ispettore suonava mesto, era ben consapevole che se le avesse dato credito la prima volta che si erano incontrati l'assassino che si firmava «Jack» sarebbe stato fermato prima che compisse quella strage di sangue. Abberline abbassò gli occhi sentendosi in colpa. La sua riluttanza era costata parecchie vite.
«Devan era un vampiro, se non vi fosse ancora chiaro. Come lo siamo Woulf ed io. Creature della notte, tornate dalla tomba e che si nutrono di sangue umano per, diciamo, vivere». 
Quell’ultima affermazione causò un colpo di tosse violento all’Ispettore, che si era servito di una generosa seconda dose di liquore e aveva accostato il calice alla bocca. Il liquido si sparse intorno, macchiando il tavolino e il tessuto della poltrona. L’uomo si guardò intorno con aria contrita ma la dama rise. «Non crucciatevi, mio buon Ispettore, qualcuno della servitù pulirà». A sua volta bevve un secondo bicchiere di liquido rosso e per un momento una tonalità di rosa animò le sue guance altrimenti color avorio. 
«Devan apparteneva alla stirpe oscura», proseguì la fanciulla. Il tono della sua voce era diventato serio e grave. «Da secoli ci mischiamo a voi umani, sembriamo come voi ma non lo siamo. Ci nutriamo del vostro sangue e la vostra caducità è fonte di potere per noi».
Abberline ascoltava impietrito quelle rivelazioni incredibili. La misteriosa Lady Angeline sorrideva compiaciuta.
«Non dovete temere, la maggior parte di noi si confonde tra la folla, celati a voi mortali in piena vista. Sembriamo come voi ma non siamo come voi. Ci nutriamo del vostro sangue ma non sempre arriviamo ad uccidere. Quelli di noi che si comportano come Devan sono rari, in questi tempi così evoluti, non dovete temere che altri tentino di emularlo. La vostra bella città è al sicuro, ve lo posso assicurare».
Abberline ristette in silenzio, attendendo altre spiegazioni ma non ne giunsero altre. La vampira si alzò in piedi e l’uomo si incantò ad osservare l’eleganza. Lei si voltò verso di lui, «Ispettore non dovreste pensare certe cose di me». La voce tagliente aveva una nota allegra. L’Ispettore si alzò a sua volta, rispettoso nei confronti della dama. «Ora è meglio che voi andiate. Non manca molto all’alba e per me è giunto il momento di ritirarmi».
Una cameriera comparve alla porta del salottino e scortò Abberline fino all’ingresso e fu fatto accomodare all’esterno della casa di Lord Alvers. Volse il viso verso la magione, ad una finestra scorse il viso di Woulf, o Warfield, che lo osservava con espressione seria. L’uomo di Scotland Yard rabbrividì appena, mentre si incamminava verso casa. Era ancora sconvolto da ciò che gli era stato raccontato e rimuginava sulle rivelazioni che gli erano state fatte.
Se non avesse visto i prodigi di cui gli ospiti di Lord Alvers erano capaci, non avrebbe creduto alla possibilità che esistessero, in quel crogiuolo di modernità che era Londra, esseri non umani. Il poliziotto che era in lui ripeteva che quei due potevano rappresentare una minaccia a loro volta per la popolazione della città, al pari di Jack the Ripper. Una parte del suo io, invece, gli ricordava che solo grazie all’intervento di Lady Angeline il pericoloso omicida era stato fermato e la pace restituita non solo alla capitale ma anche alla sua vita. Aveva nei suoi confronti un debito di gratitudine, aveva salvato la sua carriera. Restava solo il problema di dare una spiegazione plausibile alla fine degli omicidi di Jack. Serviva alla popolazione, alla Casa Reale, a lui e agli altri poliziotti.Ci avrebbe pensato nei giorni seguenti, ora serviva un sistema perché le non fosse associata a quel caso.

«Saprò mantenere il segreto, non parlare di lei. Fare in modo che nessuno dei miei colleghi pensi che lei possa sapere qualcosa o essere in qualche modo implicata», rimuginò tra sé mentre si dirigeva verso un tassì. «In fondo nessuno sa niente di lei, appare solo come una visitatrice occasionale del commissariato. Tante donne passano dai nostri uffici tutti i giorni, cercando sostegno. Altre volte offrendolo. Nessuno la collegherà a me e al caso dello squartatore. E le sue lettere sono tutte in mano mia, basta che le distrugga e nessuno potrà a venire a conoscenza di questo suo coinvolgimento».

5 commenti:

  1. ed ora sono in piene elucubrazioni per cercare di capire come potrebbe essere il seguito, ma scommetto che delle varie ipotesi che mi frullano nessuna sarà quella giusta vista la tua capacità di rendere imprevedibile quello che noi pensiamo possa essere indovinabile (si può dire così??), apsetto con trepidazione il seguito. Comunque moooolto bello ed eccezionale
    p.s. che profilo devo scegliere, qui metto anonimo ma non so se è giusto!!
    papa Jack

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  2. ho indovinato la non prevedibilità della fine, sorprendi sempre in modo acuto e con una briciola di ironia sulla vita, bello bello bello. Mamma vorrebbe scrivere anche lei ma non sa come fare, io continuo sempre come anonimo. non si finirà mai di eingeaziarti per questi scitti così originali e imprevedibil

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    1. Quale non prevedibilitá. Mi pare che sia prevedibile la fine...

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  3. ciao mi sono unita al tuo blog come lettrice fissa se vuoi ricambiare ne sarei molto felice http://libricheamore.blogspot.it/

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