mercoledì 5 dicembre 2012

STORIE STRIMINZITE 3

Storie striminzite (dal vivo)

ANORESSIA

Controllo. Pugni chiusi.

Fame. Rifiuto.

Desiderio. Silenzio.

Sudore. Ansia.

Vuoto. Silenzio. Solitudine.


Ps: in questo caso ho esteso, per licenza poetica, il significato non solo al rifiuto del cibo ma più in generale a tutto ció che da sale e pepe alla vita. Una lotta continua al rifiuto per principio o in nome di chissà quale idea.

Enjoy it

STORIE STRIMINZITE

EREDITÁ

Gramaglie. Fazzolettini. Vestiti neri.

Notaio. Lettera.

Gioielli. Case. Proprietá.

Divisioni.

Insulti. Minacce.

Avvocati. Processo. Esecrabile fame d'oro.

Homo homini lupus.

STORIE STRIMINZITE

Storie striminzite 1/4
Questa é una sfida per me, che ho uno stile ricco e, spesso, ridondante. 
Presenterò nei prossimi giorni una serie (4/6) di storie ridotte all’osso.
In sostanza al lettore saranno date solo le parole chiave e sará lasciata alla sua fantasia immaginazione voglia il resto.
Enjoy it


MOVIDA

Piazza ovale. Bar. Luci e Musica.

Sabato notte.

Ragazzi.

Alcohol. Cocktails.

Battute.

Risa. Rissa.

Bottiglia rotta su testa. Sangue.

Rabbia. Urla. Cazzotti.

Fuga.

Ambulanza. Polizia.

Ospedale. Sutura.

Deposizione.

Arresti.

Buona domenica.

mercoledì 28 novembre 2012

PICNIC A END POINT


L'invito da parte degli Howers straní non poco Shynnelyn. Conosceva appena Cavill Howers, erano nella stessa classe di scienza e, da quando aveva iniziato a frequentare quella scuola non si erano scambiati più di venti parole e qualche sguardo.
Cavill era un ragazzotto basso e tarchiato, teneva sempre lo sguardo basso e parlava solo quando era interpellato direttamente. Per il resto del tempo se ne stava, con aria dimessa, in fondo all'aula a pensare ai fatti suoi. Era un tipo solitario e il non essersi fatto nuovo amici sembrava lasciarlo indifferente.h Per un paio di giorni ci si era chiesti da dove provenisse e come mai si comportasse in quel modo, ma alla fine l'interesse per Cavill era stato sostituito dalla morbosa curiositá nei confronti di Adleyn Masshow, che aveva vinto un concorso per aspiranti attrici e se ne sarebbe andata via entro poche settimane.
Shynnelyn non aveva badato tanto al giovane Howers quanto ai preparativi di commiato per Adleyn quindi quel che accadde quel piovoso venerdí di metá febbraio la lasció in uno stato di imbarazzo e confusione. Alla fine della lezione Cavill, senza alcun preavviso, le si mise di fronte bloccandole l'uscita. "Sei invitata al pic nic della mia famiglia a End Point questa domenica. Ti passeremo a prendere alle 10. Ciao". Cavill Howers se ne era andato senza darle il tempo di rifiutare ed era scomparso nella massa di studenti che se ne andavano verso il weekend. La ragazza ci pensó a lungo durante il tragitto verso casa: era una cosa folle!
Nel borgo si raccontavano strane storie sugli Hovers, trasferitisi in paese non più di sei mesi prima e che non avevano fatto nulla per integrarsi con la comunitá, e lei non voleva essere la prima a scoprire se erano vere. Appena a casa cercó il numero di telefono e chiamó casa di Cavill. Le rispose una voce di donna e dopo essersi presentata fu investita da un trillante urlo di giubilo. Tentó di inventarsi una scusa plausibile per scantonare l'invito ma senza successo perchè la donna quasi non le lasció spazio per parlare. Non riuscí nemmeno a farsi dire perchè su tutte le studentesse che Cavill aveva potuto conoscere in quei mesi aveva voluto invitare proprio lei. Si ritrovó solo a ringraziare Mrs. Cavill per la sua gentilezza, assicurandola che alle 10 si sarebbe fatta trovare all'angolo della via. E la comunicazione si chiuse.
Shynnelyn si chiese come fare per non andare. Da un lato la sua naturale curiositá le diceva di sfidare la sorte e prender parte a questo pic nic, dall'altro una vocina continuava a sottolineare il fatto che non sapeva nulla di questa famiglia e le voci che giravano non erano certo incoraggianti e chissá cosa avrebbero potuto farle in un luogo isolato.
Shynnelyn non sapeva cosa fare e così si mise sul divano a leggere, tormentata dal tarlo del dubbio e della curiositá. Non sapeva nemmeno questo End Point fosse.
Almeno quello poteva scoprirlo da sola. Dallo scaffale alto della libreria prese l'atlante dello stato e nell'indice cercó End Point, poi guardó sulla mappa corrispondente: era il piccolo promontorio dove da bambina aveva trascorso tre (terribili) estati con gli scout ma nei suoi ricordi era indicato con un altro toponimo.
Shynnelyn sbuffó e tentó di riprendere la lettura ma immagini non del tutto allegre occuparono la sua attenzione. Si diede della stupida e andó a farsi un bagno per liberarsi dalla tensione, si fece un sandwich quindi si mise a letto.

SATURDAY

Cielo grigio. Nuvole scure come le occhiaie. Pioggerella fine fine. Fu il tempo che accolse Shynnelyn dopo pranzo. Memore dei tempi degli scout sapeva che End Point non era ambiente adatto a sneakers e aveva deciso di andare al mall per un po' di shopping preparatore e rilassante. Scarponcini, jeans, felpa e simile abbigliamento era il suo obiettivo. E magari, se restava il tempo e i soldi, anche un presente per la famiglia di Cavill. Giusto per metterli di buon umore.
Si tiró su il cappuccio della jacket e si incamminó verso il mall, maledicendo suo padre e madre per esser andati via con la macchina proprio quel malefico weekend.
Entró nella hall sentendosi un cane bagnato. I capelli le scendevano, umidicci, sul viso e goccioline le si infilavano sotto il maglione, giù lungo la schiena, provocandole i brividi. Si diede una rapida sistemata e Shynnelyn si diresse verso il negozio di sport. Dalle finestre si intravedevano i fulgori dei lampi e giungevano i rimbombi soffocati dei tuoni.
Appena entrata letteralmente requisí una commessa e in meno di mezz'ora aveva completato i suoi acquisti, ma non trovó nulla da poter donare alla madre di Cavill, non poteva presentarsi con una pianta durante un pic nic in montagna. Era ormai quasi ora di cena e la ragazza si compró un paio di sandwich e un'insalata giapponese, pensando di mangiarseli mentre si guardava un qualche classico horror della Hammer e poi di andare a letto presto.
Nella hall era riunito un nugolo di persone, che guardavano il cielo, che era una macchia nera in cui fulmini si rincorrevano sfolgorando oltre le vetrate. Shennylyn passó velocemente e si fermó davanti alla porta, quella si aprí facendo entrare qualche schizzo di pioggia. La ragazza si tiró su il cappuccio e si avventuró fuori, camminando a passo svelto ma senza correre. Non ricordava più chi, una volta, le aveva spiegato che sotto la pioggia era meglio non correre, perchè incredibilmente ad andar piano - ma non troppo - si sarebbe bagnata di meno. Fortunatamente casa sua distanza solo dieci minuti e quando varcó la porta non era troppo inzuppata. Si tolse gli stivali, sistemó in terra un giornale e li poggió sopra. Lo stesso fece sotto il cappotto appeso.
In camera si tolse gli abiti umidi, che con un tiro da tre punti finirono nel cesto della roba sporca. Sotto il getto di acqua calda lavó via l'umiditá. Si frizionó i capelli con l'asciugamano e si infiló la tuta poi tiró fuori dai sacchetti i pacchi. Dalla scatola estrasse gli scarponcini, che trovarono posto di fianco al letto. La maglia e i pantaloni furono appoggiati sulla scrivania mentre la giacchetta sulla spalliera della sedia. Shennylyn preparó poi calzettoni e biancheria quindi scese in cucina e compose la sua cena su un piatto, poi il vassoio e una bottiglietta d'acqua. In salotto il dvd era già nel lettore, sfioró appena il tasto play e fu catapultata nel mondo in bianco e nero del "Il Bacio della Pantera" (1948).

DOMENICA

Scoccavano le 10 quando il minivan degli Howers si accostó al marciapiedi e il portellone laterale fu aperto. Dal posto del navigatore la signora Howers Le sorrise facendole cenno di salire. Di fronte a lei Cavill, insieme ai suoi fratelli e sorelle, aspettavano solo che lei salisse. Sembravano impazienti e, così sembró a Shennylyn, avevano uno sguardo affamato quando la guardavano.
Con una specie di saltello fu dentro e si poté sedere solo di fianco a Cavill e ad una bambina dai capelli malamente legati in due codini arruffati.
"Sono cosí lieta che tu abbia accettato il nostro invito - esclamó con voce garrula Mrs Howers -. Era da tanto che non abbiamo ospiti al nostro bel pic nic a End Point. Quest'anno peró mi sono imposta con Cavill, avrebbe dovuto portarci una bella ragazza...". Il marito, distogliendo lo sguardo per un secondo dalla strada, le lanció un'occhiataccia e quella si zittí.
Il resto del tragitto fu silenzioso, fatta eccezione per le presentazioni, cosa cui provvide volentieri la signora Howers, la quale snoccioló i nomi dei figli con lo stesso ritmo con cui l'allenatore le chiamava: Alley, Babelyn, Cavill, Danaes, Elix, Fanny, George, Harold. Specificó che Babelyn e George non c'erano perchè erano fuori cittá per lavoro. Shennylyn sorrise e si ripeté che sarebbe una magnifica giornata.
Dopo meno di un'ora finalmente avvistarono il famoso pianoro di End Point, che terminava in uno spunzone di roccia, il fondo del burrone era un'amena radura boscosa ed ideale per il camping, se si era amanti di quel genere di passatempi.
Altri appartenenti alla famiglia Howers erano già arrivati e stavano preparando: alcune ragazze stendevano le tovaglie sopra assi di legno. "Cosí i piatti non corrono il rischio di rovesciarsi", le precisó una tizia dagli stopposi capelli arancioni che si presentó come Antonia (cugina di Cavill e sorella rispettivimente di Brent, Cristy e Danny).
Shennylyn si chiese se tutti in quella famiglia avessero i nomi in ordine alfabetico, la cosa le sembrava un po' inquietante. "Si, ha un che di inquietante questa abitudine di dare i nomi in ordine alfabetico", buttó lí un'altra cugina di Cavill, che se non aveva capito male si chiamava Davilia.
Shennylyn sbiancó in viso a quella frase, quella strana ragazzina poteva forse leggerle nel pensiero? Fece finta di niente e si diede da fare per aiutare Antonia con i piatti mentre gli uomini si dedicavano a cuocere la carne sul barbecue e a bere birra parlando di sport o politica.
Mentre andava avanti ed indietro tra le auto e la "tavolata" portando posate, ciotole e bicchieri, spesso sentiva gli occhi - sguardi rapaci, curiosi, quasi cupidi - dei parenti di Cavill addosso.
In quei casi sorrideva e lavorava più alacremente.
Era passato mezzogiorno da un pezzo quando finalmente tutto fu pronto e si sedettero per gustare la carne arrostita, le pannocchie e tutte le altre pietanze.
Shennylyn assaggió un pezzo di carne particolarmente tenero e delicato, dal sapore sembrava pollo ma il colore bruno esterno e rosato all'interno faceva pensare a un agnello o altro animale simile.
Shennylyn decise di metter da parte le strane sensazioni e godersi la giornata e le nuove amicizie.
Dopo pranzo giocó un po' con i più piccoli, poi si avvicinó ad Antonia, Cavill e Davilia ma quando la videro smisero di chiacchierare e le puntarono addosso sguardi voraci, da lupo. Fu il pensiero che attraversó la mente di Shennylyn.
Si bloccó e tornò sui suoi passi, andando a sedersi su un masso poco lontano, di fronte a lei si apriva uno spettacolare scorcio di passaggio e Shennylyn rimpianse di non avere la macchina fotografica.
Dietro di lei si udivano gli Howers parlottare e lanciarle occhiate continue, tanto che cominció a sentirsi a disagio e a desiderare di tornare a casa.
Si fece coraggio, si alzó e si avvicinó alla signora Howers. "Mi scusi, non per sembrarle indiscreta ma volevo sapere verso che ora torneremo in paese". La madre di Cavill sorrise. "Tra poco mia cara. Prima c'é il momento clou della giornata".
Shennylyn fu sicura di aver visto delle zanne sbucare dalle labbra della donna ma si limitó a sorridere, non era interessata al momento clou del picnic degli Howers.
Tornó al suo sasso e si rimise a pensare, alla scuola, ai compiti, alla prossima partita. Era a tal punto persa nei suoi pensieri da essersi estraniata da tutti e si riscosse solo quando Cavill la toccó su una spalla. O meglio l'afferró con forza e la strattonó.
"Hey...", protestó Shennylyn cercando di liberarsi ma ottenendo solo che la stretta si serrasse. Uno ad uno i restanti Howers la circondarono fissandola famelicamente.
"Sei stata così dolce ad accettare l'invito di Cavill", mormoró Danaes, passandole poi la lingua rosata su una guancia. Gli altri ridacchiarono e Shennylyn rabbrividí.
In mente le vorticarono tutte le storie che aveva udito: in realtá nessuna si avvicinava a ció che aveva intuito.
"Stai buona Danaes", disse la signora Howers, "Verrá il tuo turno. Cavill lasciala".
La stretta si sciolse e in automatico Shennylyn si massaggió la spalla. Tentó di rimettersi in piedi ma fu costretta a rimettersi a terra. Volgeva lo sguardo ovunque per trovare una breccia e poter scappare, buttare a terra qualcuno non le sembrava molto cortese ma alla fine si disse che era per salvarsi la vita.
Si mise in ginocchio, abbassó la testa e scattó. Finí addosso a Cristy, entrambe finirono a terra e Shennylyn fu svelta a rimettersi in piedi ma una mano le bloccó il piede. Strattonó ma senza riuscire a liberarsi, con la coda dell'occhio riconobbe la madre di Cavill. "Non ci scapperai bambolina - disse ridendo -. Non ci scapperai". Ma Shennylyn non era di quell'avviso: con tutta la forza che aveva sferró un calcio a Mrs Howers, che le lasció il piede e si toccó il naso.
Fu questione di secondi. Shennylyn si buttó in avanti e, una volta recuperato l'equilibrio, corse via. Dietro di lei all'inseguimento partirono tutti tranne Mrs Howers, che li incitava, e i bambini più piccoli.
Sperando in una via d'uscita Shennylyn si infiló nel bosco, gli Howers alle sue spalle guadagnavano terreno, lanciando urla belluine. Ogni tanto si voltava per vedere se fosse ancora inseguita e in un primo momento guadagnó terreno e quasi la salvezza ma, man mano che lei sentiva crescere la stanchezza Cavil, Antonia e Davilia accorciarono la distanza e si avvicinavano sempre più finché Davilia, con un balzo felino, riuscí ad afferrarla e a bloccarla.
"Inutile che scappi. Sei nostra adesso", ghignó e le morse una guancia così a fondo da strapparle la carne. Rise masticando mentre il sangue le gocciolava dalla bocca.
Gli adulti arrivarono e si complimentarono con loro, il padre di Cavill sollevó Shennylyn e se la sistemó come se fosse stata un cervo.
Risalirono fino al pianoro con la loro "preda", Shennylyn, all'inizio aveva provato a liberarsi dalla robusta stretta dei tre ragazzi ma dopo alcuni vani tentativi aveva rinunciato - almeno per il momento, si ripeteva - a combattere e gemeva appena per il dolore alla guancia. Sentiva bruciare le lacrime ma non scendevano
Cominciava ad intuire quale sarebbe stata la sua fine.
"Tutto questo correre mi ha fatto venire fame", commentò George avvicinandosi a lei e prendendole un braccio. Da una tasca cavó un coltellino da campo e lo fece scattare. Incise veloce il suo braccio e si mise in bocca un quadratino nemmeno fosse stato un pezzo di cioccolato, mugugnando di giubilo. Shennylyn urló dal dolore e si mise a piangere. Rivoletti vermigli sgorgavano dalla profonda ferita e cercó qualcosa con cui almeno fermare il sangue, ma si accorse di non avere un fazzoletto e anche il suo nuovo zaino era sparito.
Cercó di chiedere spiegazioni ma appena aprí la bocca Cavill la bació addentando la sua lingua, tiró finché gliela strappó lasciandola sanguinante e gorgogliante. Con una certa soddisfazione Cavill masticó la lingua a lungo, grufolando quasi.
Con occhi sbarrati cercó di chiedere aiuto a Mrs Howers ma invece di trovare comprensione rimedió solo un altro morso, sull'altro braccio. Unico moto di pietá fu metterle in bocca un grumo di cotone per fermare l'emorragia.
Man mano che pezzi di carne le venivano strappati Shennylyn sentiva venir meno le forze ma una parte del suo cervello era vigile e pronto ad agire appena qualcuno si fosse distratto, ma non fu mai lasciata sola.
Aveva sete ma il solo deglutire le faceva dolere ció che restava della sua lingua. Le appariva sempre più chiaro che non sarebbe sopravvissuta a quel pic nic.
Si aggrappava al desiderio di vivere ma per quanto lottasse sentiva la vita lasciarla. Con ogni morsino. Con ogni pezzettino di carne cavato dal suo corpo, mentre gli Howers seguivano non sapeva quale rituale.
Allargó le labbra in un doloroso sorriso: quei vecchi ipocriti non avevano indovinato ció che si celava dietro la riservatezza degli Howers. Non qualche stupido piccolo reato. Non qualche sciocca mancanza. Avevano sostenuto che erano dediti alle più classiche depravazioni che la corrotta mente occidentale sapeva partorire mentre loro, più candidamente ed innocentemente, avevano invece scelto quella vituperata abitudine che veniva relegata certi popoli selvaggi.
Se non fosse stata tragicamente coinvolta avrebbe trovato la cosa sadicamente divertente.
Intorno a lei, ormai persa in una filosofica follia su quanto morale o meno avrebbe potuto essere quel comportamento, gli Howers si preparavano per il clou del loro pic nic.
La fiamma del barbecue si alzó gagliarda nel cielo serale e un largo involucro di cuoio fu appoggiato al tavolo di legno. Aprendolo riveló un inteno di velluto viola e un luccicante set di lame che avrebbe fatto la felicitá tanto di un maestro di chirurgia quanto di un mastro macellaio.
Una quasi incosciente Shynnelyn fu presa di peso e appoggiata alle assi. Mrs Howers si inginocchió alle sue spalle e le fece appoggiare la testa sulle sue ginocchia. Le accarezzó i capelli arruffati e sporchi di terra e sangue. "Calma bambina. Calma. É quasi tutto finito", le sussurró con dolcezza. La tiritera blandí Le ultime resistenze della coscienza di Shynnelyn, che cadde in una sorta di torpore ipnotico.
Fu allora che la mannaia caló prima sulla gamba destra, sotto il ginocchio. Poi su quella sinistra. E fu allora che urló, il corpo scosso dal rimbombo dei tagli, i nervi tranciati che inviavano messaggi al cervello. Impazzí. Dalla gola uscí un urlo soffocato, più simile ad un guaito che ad un grido umano. Cercó nuovamente di mettersi in piedi. Ma uno spiedo la trafisse, tanto da bloccarla a terra ma senza causarle la morte. Legacci di pelle le furono legate ai moncherini per impedire al sangue di defluire.
La nenia di Mrs Howers ricominció ad intorpidirle orecchie e mente.
Intorno, intanto, si diffondeva un odore di carne bruciata mentre le ragazze, con indosso lunghe vesti, danzavano ossessivamente come in un rito orgiastico.
La carne cuoceva. Una pioggerellina pesante cominció a scendere, inumidendo l'aria e bagnando il viso pallido di Shynnelyn, la sua pelle a brandelli, ció che restava del suo corpo martoriato.
Sopra il barbecue e la tavola furono sistemati due raffazzonati gazebo, in modo da non guastare la festa.
La voce aveva perso potenza e ad ogni nuovo fendente che s'abbatteva su di lei usciva sempre più gioca e rauca. Finché all'ultimo tacque.
Sulla brace s'arrostivano le sue dita, braccia, filetti ricavati dal suo addome, Le sue cosce ridotte a spezzatino.
"Cavill, per favore seppellisci la tua deliziosa amica da qualche parte nel bosco. Poi torna. É pronto in tavola e non vorrai mangiare freddo".

giovedì 15 novembre 2012

INTERNO 12



- Salgo le scale. Le suole producono un fruscio ritmico. Terzo, quarto, quinto piano. Interno 12. Niente campanello. Busso. Un due tre stella, penso.

La porta si apre. Sorrido accattivante all'uomo trasandato che mi si para davanti. -

Io - Buongiorno sono qui per sottoporre anche a lei il nostro periodico sondaggio. Un paio di domande veloci.
Mi dica, lei é soddisfatto della sua attuale situazione di vita? -

Egli - Ma no guardi ho fretta. Un colloquio il giudice revoche udienze. Devo andare. Un casino, la mia attuale situazione. Più tardi. Uscire -

Io - Quindi vorrebbe cambiare qualcosa?

Egli - Si. Si. Chi non vorrebbe? Ma ora scusi devo andare. Tardi, mi passano a prendere.

Io - Visto che anche lei come molti desidera dare una svolta alla sua vita le lascio la nostra special card "Un desiderio per ciascuno", che le consentirá di poter accedere a un servizio esclusivo che le permetterá, appunto, appunto di realizzare un desiderio. Non ha alcuna spesa da sostenere. Mi fa appoggiare che Le illustro più approfonditamente il servizio?

Egli - Prego prego. Si accomodi. Non faccia caso al disordine. Problemi, questioni.

- Si scosta e mi fa entrare. Stanze in disordine, piatti da lavare. Resti di cibo. Mi precede in cucina e fa posto sul tavolo -.

Io - Come le accennavo poc'anzi, si tratta di un servizio esclusivo che l'azienda "Il Nuovo Futuro E' Rivendicabile fiN Ora" propone oggi. Lei riceve, senza alcuna spesa, la card che le permetterá, in una delle oltre migliaia di nostre sedi sparse nel mondo, di vedere realizzato un suo desiderio. Qualunque, senza pensare ai costi o alle conseguenze. (Sorrido)

Egli - Interessante. Qualunque desiderio uno abbia? Perché io avrei si infatti avrei un desiderio. Nulla di strano ma per me molto importante. C'é da firmare qualcosa?

Io - Nulla di che. Un modulo standard in cui accettano termini e condizioni. Solo per tutela sua e Nostra. Una firmetta in questi due riquadri. (Mostro il modulo e la tessera argentata. Sorrido). Io poi provvederó ad inserirla nei nostri archivi...

Egli - No perchè al momento ho dei problemi. Io non potrei firmare nulla senza l'autorizzazione del giudice ma se mi dice che non lo saprá nessuno.

Io - Solo lei ed io. (Strizzo l'occhio). Inoltre non deve dimenticarsi che questa card le consentirá di accedere a molto altri servizi, a bonus e alle numerose offerte che nel corso dell'anno riceverá comodamente a casa. Sono sicura che sará molto contento. Siamo leader del settore da parecchi anni, e il riscontri di gradimento é sempre stato elevatissimo. Ovviamente, a fronte dell'iscrizione completamente gratuita e della realizzazione del suo desiderio, per i successivi servizi ci sará una piccola quota di partecipazione da versare, solo dopo aver usufruito del servizio. Veramente irrisoria rispetto ai vantaggi incredibili di cui godrá. Nessuno potrá farle un'offerta come questa. Il suo nome?, per la compilazione.

- Mi guarda stranito e stralunato. So di aver fatto colpo e tiro fuori la penna d'ordinanza. Meccanicamente mi fornisce i suoi dati sensibili. Li riporto fedelmente e poi porgo carta e penna perchè apponga la sua firma -.

Io - Leggibile, per favore.

- Osservo sorridendo mentre verga nome e cognome in brillante inchiostro rosso. Mi restituisce la penna, la ripongo con cura e gli sorrido. Ripongo quindi tutto nella cartellina -.

Io - Ecco qui la sua card e il primo depliant informativo sulle nostre attivitá e le nostre sedi in zona. Entro una settimana riceverá la visita del nostro consulente per il suo desiderio. Provvederá anche alla stipula del contratto definitivo per il pagamento dei suoi prossimi servizi.

Egli - Pagamento? Che pagamento? Aveva detto che non c'erano esborsi di soldi...

Io - E chi ha mai parlato di soldi. Con quelle due firme lei ha, di sua volontá, venduto la sua anima all'azienda per cui lavoro...Come può vedere dall'intestazione. (Ora rido)

- Sillaba le sole parole maiuscole: Inferno -.

Io (poso sul tavolo un biglietto) - Siamo sempre in cerca di nuovo personale...

- Esco mentre si accascia sulla sedia, piangendo. Ghigno. Un altro buon lavoro finito. Mi dirigo all'altra porta sul pianerottolo e suono il campanello -.

lunedì 12 novembre 2012

ONDANERA

Arrivò in una giornata di tempesta, da sola: una ragazzi piccola nascosta sotto una mantellina nera lunga fino ai piedi, scalza e senza bagaglio. Prima del suo arrivo per due settimane il vento era soffiato forte, rendendo difficoltoso uscire in barca e dedicarsi alla pesca, e aveva addensato sopra la cittadina di mare miriadi di nuvole nere. Una mattina la gente si era svegliata sotto le pesanti gocce di un acquazzone. E, da quel giorno, non aveva più smesso.
Il vento gonfiava il mare fin quasi ai limiti del borgo ma non portava via le nuvole. L'aria era greve e salmastra, odorosa d'alghe e di pesce. Molti notarono che quello stratempo non era accompagnato da fenomeni quali fulmini e tuoni, ma si trattava solo di pioggia fitta, fine e grigia.
Gli anziani dissero che un tale acquazzone non si vedeva in quei luoghi da prima della fine della guerra, scambiandosi poi occhiate di chi la sapeva più lunga di quello che voleva far credere. I bambini furono tenuti in casa, le scuole e i negozi chiusi, per sicurezza. A causa della pioggia continua le strade si allagarono, il borgomastro ordinó la creazione di canali per la deviazione dell'acqua in modo da evitare che le case venissero sommerse, e la spiaggetta si trasformó in un pantano.
L'intero paese si preparó ad affrontare l'emergenza, sperando che quell'anomala alluvione terminasse presto. L'unico a decidere di tenere aperto fu il bar di Anacleto, che per l'occasione si inventó emporio vendendo generi di prima necessitá: l'idea era stata della proprietaria del piccolo alimentari - che stava dirimpetto al bar - in modo da poter rifornire la popolazione. Al mattino erano gli uomini a recarsi nel locale con la lista ritirando pane e latte. Senza fermarsi per un cicchetto rinvigorente affrontavano il percorso verso casa.
Era da poco cominciata la terza settimana di pioggia quando nel bar di Anacleto la porta si aprí e sulla soglia, in piedi sopra i sacchi di sabbia, sistemati per tener fuori l'acqua, comparve la ragazza. Dalla mantellina nera goccioline scivolavano a terra e da sotto il cappuccio appena si intravedevano i capelli e gli occhi, entrambi neri.
"C'é alcuno in codesta dimora?", domandó con voce squillante. Era il primo pomeriggio ma tanto il cielo era scuro da sembrar già notte e Anacleto, come aveva cominciato a fare da quando era iniziata quella tremenda pioggia, era nel retrobottega a riposare. "C'é alcuno in codesta dimora?", ripeté la figura incappucciata. Non ricevendo nuovamente risposta si giró e fece per andarsene, quando Anacleto comparve e la guardó con malcelato stupore. "E tu che ci fai in giro con questo tempo?", le chiese invitandola ad entrare, più per evitare che si allagasse la stanza che per vera caritá.
La figura si mosse leggiadra e svelta. In pochi secondi la porta fu chiusa e lei davanti all'uomo. Era una ragazzetta, poco più di una bambina, esile come un giunco in quella mantellina nera che la copriva da capo a piedi. "Chi sei tu?", fece lei con voce acuta. Si capiva dal suo modo di parlare che non era della zona. "Anacleto", disse l'uomo, "Questo é il mio bar". Lei diede un'occhiata intorno e si sedette ad un tavolino, fissando la superficie di formica pallida e azzurrina, come se non avesse mai visto qualcosa di simile prima di quel momento. "Tu chi sei e cosa ci fai in giro? I tuoi genitori non ti hanno detto che é pericoloso avventurarsi fuori con questa pioggia?", chiese Anacleto, curioso di sapere il perchè della presenza della bambina nel suo bar.
"Ondanera mi chiamano e io giro sempre con la pioggia, mi piace". E tornó a fissare il piano, allungó una mano bianca e lo toccó, saggiandone la consistenza. Gli occhi di Anacleto seguivano ogni suo movimento.
"La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", mormoró poi con voce seria, seduta al tavolo con la mantella che sgocciolava, formando una pozzanghera trasparente ai lati della sedia.
"Meglio che ti togli quella roba prima di ammalarti e di allagarmi il locale". Anacleto diede voce ai suoi pensieri e Ondanera si giró, guardandolo e poi curvandosi verso il pavimento, specchiandosi nel laghetto. Si rialzó e si tolse l'indumento. Sotto aveva una vestina stretta e lunga, nera. Come neri erano i suoi lunghi capelli e gli occhi. Da sotto l'orlo spuntarono i piedini nudi.
"Dammi qua - disse il proprietario - e non ti muovere, vado a prendere uno straccio. Poi voglio avvertire la tua famiglia che sei qua, mi servirá il tuo nome completo per il centralino".
"Ondanera", ripeté quella con voce ferma e chiara, ferma davanti ad Anacleto. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", disse di nuovo, convinta. Chiedendosi se Ondanera fosse il nome, il cognome o un soprannome Anacleto portó l'indumento fradicio nel retro e lo stese perchè asciugasse. Andò nel suo ufficio e fece il numero del borgomastro, chiedendogli di raggiungerlo per un'emergenza e di avvertire anche il resto della giunta. Eleusino, borgomastro da una decina d'anni, capí subito dalla voce del compaesano che qualcosa non andava e promise che sarebbe giunto prima possibile.
Quando tornó nella sala Anacleto trovó Ondanera alla finestra che guardava la pioggia. Il viso illuminato da una gioia pura. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", la sentí dire per la terza volta.
"Hai fame?", le chiese. La ragazzina si voltó di scatto e stette zitta. "Devi aver fame per forza. Ti preparo qualcosa da mangiare e una bella bevanda calda. Ci vuole con questo tempo. Cosa ti andrebbe da mangiare?". Ondanera sorrise e rispose "Aringhe". Anacleto strabuzzó gli occhi: a nessun bambino piaceva quel pesciaccio dal sapore affumicato e salato. Neanche lui riusciva a mangiarle, ed era un uomo fatto da parecchi anni ed un esperto preparatore di aringhe. Ma lei lo guardó con occhi così speranzosi che non seppe rifiutarsi. "E aringhe siano".
Nel cucinino mise a bollire l'acqua per il tea alla menta, poi su un piatto sistemó due aringhette, sfilettate e deliscate. Spruzzó qualche goccia di limone. Pose il piatto su un vassoio e vi aggiunse un tovagliolo bianco di bucato e le posate. Versó il tea in due tazze, sistemandole anch'esse sul vassoio. Tornó in sala e trovó mezzo paese riunito: non solo il borgomastro e la giunta ma anche semplici cittadini. Avevano intravisto i loro rappresentanti recarsi al bar e, incuriousiti, si erano aggregati. Ora riempivano la stanza, tutti gli occhi concentrati sulla ragazzina. Ondanera non sembrava a disagio e continuava a fissare fuori dalla finestra, concentrata sullo scrosciare ininterrotto della pioggia, come se stesse aspettando qualcosa.
"Ecco le aringhe". Annunció Anacleto facendosi largo tra i suoi concittadini. Depose il vassoio sul tavolo dove Ondanera si era seduta poc'anzi quindi prese la sua tazza. Lei si sedette e osservó le posate, le rigiró tra le mani poi le appoggió di nuovo e prese il pesce con le dita. Lo portó alla bocca, rosicchiandolo sul fianco. Sul viso le si dipinse un'espressione estatica. Intanto Anacleto, il borgomastro e alcuni uomini della giunta si erano spostati nel retro ed avevano cominciato a discutere: "É apparsa cosí sulla porta. Senza nulla con sé a parte una mantella nera. Fradicia. Dice di chiamarsi Ondanera e di esser venuta qui per la pioggia o qualcosa del genere...". Lasció la frase in sospeso e attese la reazione e il consiglio degli uomini della giunta. "Non hai provato a chiamare il centralino chiedendo dei suoi genitori? Sicuramente é della zona", fu la domanda di Polino, il vice di Eleusino. "Non ancora - rispose Anacleto -. Volevo prima parlarne con voi".
"Prova subito allora", disse Eleusino con la sua voce da tenore e prese il telefono, componendo il numero del centralino. All'altro capo rispose Celesta, "Pronto centralino chi le passo". La donna era sempre stata famosa per la sua voce nasale e quella peculiaritá si era aggravata per quel tempo umido. "Celesta provi a passarmi una certa famiglia Ondanera...", il borgomastro restó in attesa.
Fuori il vento si era fatto più intenso, la pioggia più scrosciante e molti se ne erano andati per timore di non riuscire più a rientrare nelle case.
Alcuni erano ancora per strada quando il primo tuono rombó da est e un fulmine baluginó da ovest. Da che era iniziata la pioggia era la prima volta che accadeva.
A sentire quel rumore Ondanera alzó gli occhi dal piatto, un brandello di pesce ancora in mano.
"La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", sospiró e si alzó. Senza preoccuparsi di recuperare la mantellina aprí la porta ed uscí per strada. Un secondo tuono, seguito da un fulmine. Ondanera seguí il luccichio, dirigendosi verso un piccolo promontorio, a meno di mezzo miglio dal paese. Gli uomini rimasti nel locale, intento a chiacchierare e a giocare a carte, non capirono subito cosa fosse successo e, quando realizzarono che la ragazzina era sparita, andarono ad avvertire il borgomastro.
"É scappata", urlarono scaraventandosi nell'ufficio di Anacleto. "É corsa via".
In quel momento Celesta annunció nella cornetta che nel raggio di miglia non esistevano famiglie con quel ridicolo cognome. Il borgomastro sbatté la cornetta interrompendo la comunicazione. "Dobbiamo trovarla". E si lanciarono all'inseguimento, dividendosi in modo da avere più possibilitá di trovarla. Prima di uscire Anacleto recuperó la mantellina di Ondanera: nonostante il tepore non si era asciugata ed era sempre umida e lucente.
Seguendo il susseguirsi di tuoni e fulmini Ondanera raggiunse il ciglio del promontorio. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi porterá indietro", urló in direzione del mare, sempre più smosso dal vento. Fu in quel punto che arrivó, senza fiato, Anacleto. Lei gli sorrise e lo salutó con la mano "Grazie per aringhe, buonissime". Sembrava volersi buttare e lui fece qualche passo, porgendole l'indumento.
Quando Ondanera riconobbe la sua mantellina fece un salto verso l'uomo, gliela prese e la strinse al petto. Poi l'indosso, si tiró su il cappuccio e si gettó tra le onde. Anacleto fece un balzo in avanti, in tempo per vedere il corpicino scomparire tra i cavalloni. Per parecchi secondi tutto quello stravolgimento della natura cessó, poi una sferzata di vento sollevó uno spumeggiante muro d'acqua e in mezzo ad esso c'era Ondanera, sana e salva...e con una lunga coda di pesce color onice al posto delle gambe. "La pioggia mi ha portata qui e la pioggia mi ha portata indietro. Ora tornerá il blue e il giallo", disse la sirenetta all'uomo prima di tornare tra i flutti.
Il muraglione d'acqua scura si ritiró portandosi via la creatura. Intorno ad Anacleto lentamente il vento si placava e il mare smise di sobbollire.
L'uomo tornó a casa, dicendo solo che non aveva trovato la ragazzina e, a chi gli chiedeva della mantella con cui era uscito, rispondeva che il vento se l'era portata via.
Quella sera smise di piovere, una brezza provieniente dall'entroterra spiró allontanando le nuvole e il mattino successivo il cielo era limpido, di un acceso azzurro e un tondo sole diffondeva il suo tepore sopra il paese. In poche settimane le vie tornarono agibili, l'acqua si asciugó e la vita poté riprendere più o meno identica a prima della pioggia. Per qualche tempo la popolazione parló della bambina della pioggia, ma anche questa storia passó di mod e fu quasi del tutto dimenticata. Solo Anacleto, nei giorni un po' piú grigi dell'autunno saliva sul promontorio e restava per ore a fissare il mare.
Dopo quello strano giorno, in cui una ragazzina era arrivata in paese portata dalla pioggia e con essa misteriosamente scomparsa, il sole non mancó mai di riscaldare le giornate del piccolo paese affacciato sul mare.

mercoledì 31 ottobre 2012

BREATH FOR US

É un respiro che basta a noi due per comprendere l'uno dell'altra i pensieri.
Non parole pesanti o frasi leggere
Anche un'occhiata a me e te, per comprenderci in mezzo a milioni é stata sufficiente.
É il nostro codice segreto, sfuggevole a chi ci circonda...
Ma é un respiro condiviso il nostro vero linguaggio. Crea una dimensione a parte, fuori dal torpore, dalla banalitá gretta di chi ci circonda.
Unici, tu and I, in this Universe

mercoledì 24 ottobre 2012

MA I VAMPIRI FESTEGGIANO HALLOWEEN?

"Ma i vampiri festeggiano Halloween? Come facciamo noi".
La domanda di Brina destó l'attenzione dei familiari, sparsi per il salone, chi intento a giocare a carte, chi a leggere un libro, chi a fumare sparapanzato su un divano godendosi beatamente la sua inutilitá. La ragazzina aveva alzato gli occhi dal libro di tradizioni, che aveva scovato in biblioteca, e aveva pronunziato la domanda. Con l'innocente convinzione che Gli adulti che la circondavano avessero sempre una risposta sensata da darle.
Non era la prima volta che la dodicenne poneva domande riguardanti i vampiri, era una sua piccola ossessione personale. Del resto non era l'unica: la zia Mareborg non poteva vivere senza il suo brandy, la cugina Anita collezionava fidanzati o presunti tali come da bimba aveva collezionato le figurine, suo fratello Erick aveva il chiodo fisso di essere un genio in qualche scienza, ma al momento non aveva ancora comunicato quale. E Brina era interessata alle creature della notte, ignorando apposta il fatto che, come in molti le avevano ripetuto, non esistevano.
Sua mamma si alzó dalla sedia e si diresse verso la figlia. Era alta e bellissima, almeno secondo Brina. "Ma cara, quante volte te l'ho detto: i vampiri non esistono. Ora tesoro vai a finire di leggere il tuo libro in camera. É quasi ora di dormire".
Brina tentó di protestare ma invano. Fu spedita nella sua stanza, "E non dimenticarti di lavarti i denti, amorino mio", fu l'ultima frase che udí pronunciare da sua mamma.
Brina finí il capitolo quindi mise a posto il libro, indossó il pigiama, bevve la solita tisana che sua madre le preparava ogni sera. Infine si lavó i denti e si infiló sotto le coperte chiedendosi se avrebbe mai incontrato un vampiro. Così avrebbe potuto chiedergli finalmente se festeggiasse Halloween. E non solo.
Nei giorni successivi si impegnó a scrivere una lista di domande da porre al vampiro che sperava di incontrare: dopotutto aveva letto che All Hallow's Eve era la notte in cui il mondo dei viventi e quelli dei morti arrivavano a toccarsi e le sembrava logico trovare a spasso qualche succhia sangue.
Giunse infine l'agognata festa e Brina ebbe il permesso di parteciparvi. Gironzoló svogliatamente per un po' osservando gli ospiti ma nessuno corrispondeva alle descrizioni dei vampiri che aveva letto nei suoi libri.
Si mimetizzó il più possibile passando silenziosa da un gruppetto all'altro per riuscire a non esser mandata a letto al solito orario. Sapeva che era quella notte, o mai più.
Poi lo scorse, in un angolo, solitario e distaccato. Una provocante signorina, che riconobbe essere Anita dopo essersi avvicinata, strizzata in un costume nero e trasparente che tentava di imbastire una conversazione ma senza cavare dallo sconosciuto una sillaba di risposta.
Timidamente Brina si avvicinó, dalla tasca del grembiulino del suo costume da Alice trasse fuori il foglietto con le domande. Il viso illuminato da un'espressione speranzosa.
Quello l'adocchió ma finse di ignorarla, dopo tutto era un vampiro e quindi superiore a lei, povera umana destinata ad una fine poco raffinata di decadenza.
Quando la vide avvicinarsi Anita sbuffó, si alzó e se ne andó a cercare la madre di Brina: la bambina le aveva mostrato la sua lista e ora immaginava cosa stesse per fare. Quella storia doveva finire.
Avendo campo libero Brina si presentó, cercando di usare un tono ossequioso e ricordandosi anche di utilizzare il voi (come era abitudine dei vampiri). Prima che l'ospite misterioso potesse anche solo avere una reazione comparve sua madre, radiosa nel suo abito di velluto blue. Borbottó un "La prego di scusare mia figlia. Alle volte dimentica le buone maniere" trascinando via la ragazzina recalcitrante. La piccola mano lasció cadere il foglietto, che lo sconosciuto raccolte con curiosità scorrendo le domande di Brina. Poi si alzó e senza salutare se ne andó. Sorridendo.
Una nebbia viscida e spessa si alzó dal terreno convincendo buona parte degli invitati a lasciare il party in anticipo e decretando il termine della celebrazione. Non era ancora scoccata la mezzanotte e già tutti si erano ritirati nelle loro stanze, addormentandosi pesantemente. Nessuno in famiglia in quelle poche ore di bisboccia aveva lesinato sugli alcoolici.
La nera figura che si materializzó nel salone deserto si trovó campo libero, si pose in attesa e seguendo il rumore del respiro di ciascuno li trovó e ne fece sue vittime trovando delizioso quel sangue nobile e puro.
Per ultima toccó a Brina, che dormiva rannicchiata ancora corrucciata per come era stata interrotta da sua mamma.
Sorrise freddamente poi la scosse. Sussultando la bimba si destó e quasi cacció un urlo alla vista dell'uomo, in piedi davanti a lei con le zanne bene in vista.
"Vuoi sapere se noi vampiri festeggiamo All Hallow's Eve, piccola mortale", la scherní chinandosi su di lei e succhiandole la vita insieme al vermiglio liquido. Si alzó e ghignó "Certo. É la nostra festa preferita, perchè voi stupidi umani mai come in questa notte diventa così facile irretirvi".
Ridendo si dissolve in nebbia e tornó alla sua coven per raccontare della bambina che voleva sapere se i vampiri festeggiano Halloween.

lunedì 22 ottobre 2012

ABOUT HALLOWEEN...OR BETTER SAMHAIN

Mancano nove giorni al 31st october e quindi a quella "festa" nota ai più come Halloween, una ricorrenza celtica che ha preso piede anche in Italia.
Questo post è interamente dedicato a fare un po' di chiarezza, senza pretendere l'onniscienza, su ciò che questo appuntamento rappresenta, sulle sue radici più profonde e su come si è trasformato nel corso dei secoli.
Well, procediamo quindi in questo amusing journey tra una delle tradizioni più radicate dei paesi di lingua inglese.

Nonostante molti ne siano più che convinti "Halloween" non l'hanno inventato negli Us ma in Irlanda, molti secoli prima della scoperta dell'America e dell'invenzione del consumismo. La tradizione irlandese che oggi chiamiamo Halloween trae origine dal sabbath celtico Samhain, in seguito ripresa dai cristiani. Codesta festività era celebrata nella notte tra il 31 october e il primo november. Solo dopo la conquista cristiana essa fu associata alla festa di Ognissanti e dei morti, durante la quale coloro che sono deceduti nel corso dell'anno precedente tornano a visitare il mondo mortale. Secondo i celti, inoltre, con questa celebrazione, si chiudeva il periodo estivo e si entrava ufficialmente in inverno

Fu nell'ottavo secolo che la chiesa indicò nel primo novembre la ricorrenza di "ognissanti", ovvero una giornata in cui erano ricordati tutti quei sant'uomini che non avevano un preciso giorno in cui esser commemorati. Così la notte precedente divenne "All allow's Eve", letteralmente "vigilia di ognissanti", che nel corso dei secoli si trasformò nell'attuale "Halloween".

Per trascorrere questa festa gli irlandesi avevano ideato una serie di deliziosi manicaretti, ideali per esser consumati insieme agli amici e alla famiglia, spesso contenenti piccoli doni o sorprese. I principali sono:
"Colcannon for dinner", preparato con patate bollite, cavolo arricciato e cipolle al naturale sono fornite come tradizionale cena di Halloween. Monete pulite sono avvolte in carta da forno e inserite nelle patate perché i bambini le possano trovare e tenere.
"Barnabrack Cake", ovvero torta di Barnbrack, un particolare tipo di pane con frutta. Ogni membro della famiglia prende una fetta. Grande interesse si sviluppa per vedere se c'è un pezzo di vestito, una moneta o un anello in ogni torta. Se trovi il pezzo di stoffa il tuo futuro finanziario è dubbioso, se trovi la moneta puoi guardare a un anno prosperoso e infine se trovi l'anello è il segno, per certo, di un prossimo amore o di una prolungata felicità.
"The Ivy Leaf", ovvero la "Foglia di Edera". Ogni membro della famiglia dispone una perfetta foglia di edera in una tazza d'acqua e quindi si lascia la foglia indisturbata per tutta la notte. Se, al mattino, la foglia è ancora intatta e non ha sviluppato alcuna macchia la persona che l'ha messa nella tazza può esser sicura di avere davanti a sé 12 mesi di salute.

Discorso a parte va fatto per la notissima, autentica icona di questa ricorrenza, "The Pumpkin Carving" ovvero "La zucca intagliata". L'usanza di intagliare le zucche viene datata intorno al diciottesimo secolo ad opera di un fabbro irlandese di nome Jack, che fece un patto con il diavolo e gli fu rifiutato l'ingresso in paradiso. Fu condannato a vagare sulla terra ma chiese al diavolo una qualche luce. Gli fu data una lucetta morente che dispose all'interno di una rapa, dato che nell'Isola di Smeraldo erano più diffuse delle zucche, che aveva scavato con uno scalpello.
"Jack O'Lanten" - La tradizione era nata intorno a questo personaggio - il vagabondo fabbro che regge la lanterna ovvero un'anima dannata - ed è molto antica. Gli abitanti dei villaggi in Irlanda speravano che la lanterna nelle loro finestre avrebbe tenuto il vagabondo lontano. Quando gli irlandesi emigrarono in America scoprirono che al di là dell'oceano non c'era una grande abbondanza di rape e così al loro posto intagliarono le zucche!
Utilizzata da coloro che di notte si mettevano in viaggio come lanterna, la zucca intagliata in una spaventosa faccia serviva a terrorizzare spiritelli e altri appartenenti al piccolo popolo, che altrimenti avrebbero potuto condurre lontano dalla giusta direzione.
In seguito, sistemata sui porticati o alle finestre, proteggevano la casa

"Snap Apple" ovvero "La mela a schiocco". Dopo aver fatto visita al vicinato cominciano i giochi di Halloween. Il più popolare è quello della "Mela a schiocco". Una mela è sospesa con un filo e i bambini sono bendati. Il primo bambino che riesce a dare un morso decente alla mela vince un premio. 
Lo stesso gioco può essere fatto immergendo le mele in un bacino d'acqua e si tenta di afferrarle senza fare troppo casino. In particolare questo secondo metodo può essere ciò che è rimasto del rito del battesimo pagano chiamato "pescare con la senna" secondo alcuni scrittori.Un recipiente riempito d'acqua è la versione moderna del calderone della rigenerazione, nel quale la testa del novizio veniva immersa. Il fatto poi che il partecipante a questo gioco popolare fosse bendato e con le mani legate dietro la schiena faceva pensare  che si trattasse di una cerimonia di iniziazione. 

Ed eccoci alla parte più conosciuta anche in Italy: - I costumi di Halloween: Nella notte di Halloween i bambini si vogliono mascherare con costumi spaventosi e andare di casa in casa. "Help the Halloween Party" e "Trick or Treat" (trad: "Aiutate il partito [o festa] di Halloween" e "Dolcetto o Scherzetto") sono le frasi che urlano per essere uditi attraverso le porte. Anche questa tradizione di indossare mascheramenti è da far risalire ai tempi delle popolazioni celtiche. In questa notte speciale, durante la quale i vivi e i morti erano vicinissimi, i Druidi Celti avevano l'abitudine di indossare elaborati costumi per assomigliare a spiriti e diavoli, in modo che se avessero incontrato altri spiriti e diavoli avrebbero evitato di essere portati via al termine della nottata. Questo spiega perché streghe, folletto e fantasmi rimangono le scelte più popolari per questi abbigliamenti.

"Bonfire" ovvero il falò. Il falò di Halloween è una tradizione che incoraggia a sognare come sarà il proprio futuro marito o moglie. L'idea è di lasciar cadere una ciocca dei propri capelli in una piccola fiammella e poi sognare del proprio amato/a. Halloween è una dei fuochi celebrativi celtici.
Il "Blind Date" ovvero "appuntamento alla cieca" . Le ragazze del posto bendate girovagano per i campi e afferranno il primo cavolo che trovano. Se il loro cavolo ha un sostanziale importo di terra attaccato alle radici il loro futuro amore sarà ricco. Mangiando il cavolo sarà rivelata la natura del marito: acido o dolce!
Un altro modo per trovare il proprio futuro sposo è pelare una mela in un colpo solo. Se ci si riesce con successo la singola buccia della mela cadrà a terra per rivelare le iniziali del futuro amore. 

Tra le più strane iniziative legate a questa notte vi sono sicuramente le "Anti fairy measures" ovvero "Misure contro le fate". Fate e folletti provano a raccogliere quante più anime possibili nella notte di Halloween ma se incontrano una persona che getta della polvere sotto i piedi a una fata sono obbligati a lasciar andare ogni anima hanno catturato.
In epoca cristiana l'acqua santa era qualche volta cosparsa sugli animali da fattoria per proteggerli durante questa notte. Se gli animali mostravano segnali di salute malandata nella notte di Ognissanti allora avrebbero dovuto essere cosparsi per tentare di far uscire qualunque spirito maligno.

Sempre secondo la tradizione irlandese, in questa notte il velo che separa il mondo umano dall'altro è sottilissimo. Perché tutto è focalizzato sulla notte del 31st october, dal calar del sole all'alba del giorno dopo.

I celti lo chiamavano "Samhain" che significa "fine dell'estate", in accordo con la loro doppia divisione dell'anno, quando l'estate cominciava da Beltane a Samhain e l'inverno da Samhain a Beltan. Non solo Samhain è la fine dell'autunno ma, più importante, è la fine del vecchio anno e l'inizio del nuovo. Il Capodanno celtico, quando il nuovo anno comincia con l'assalto della fase oscura dell'anno, così come il nuovo giorno comincia con il tramonto. Ci sono molte rappresentazioni degli dei celtici con due facce e certamente questo deve esser stato uno di questi, che governava Samhain. Come la sua controparte romana, Giano, stava a gambe aperte sulla soglia una faccia rivolta al passato, in commemorazione di coloro che erano morti l'anno precedente, e una faccia che guardava speranzosamente verso il futuro, con lo sguardo mistico intento a bucare il velo e il divino che  che deriva dal nuovo anno. Questi due temi, celebrando i morti e il prevedere il futuro, sono inesorabilmente gemellate in Samhain, allo stesso modo in cui lo sono in ogni celebrazione del nuovo anno.
Quando la si intende come festività dei morti, questa è la notte in cui i morti possono, se lo desiderano, ritornare nel mondo dei vivi per celebrare la ricorrenza insieme alla propria famiglia, "tribù" o clan. 
E così le grandi colline cimiteriali d'Irlanda erano aperte con torce accese appese ai muri così i morti potevano trovare la strada. Posti aggiuntivi erano sistemati alle tavole e cibo preparato per chiunque fosse morto quell'anno. E ci sono parecchie storie che racconto di eroi irlandesi che attaccavano il mondo sotterraneo mentre i cancelli delle fate erano aperti, anche se dovevano fare ritorno alle proprie case per il canto del gallo.
Come la festa divinatoria questa era la notte per eccellenza per dare un'occhiata al futuro. La ragione di questo ha a che fare con il modo di vedere il tempo dei celti. In una cultura che usa un concetto lineare del trascorrere del tempo, come il nostro moderno, il nuovo anno è semplicemente una pietra miliare in una lunga strada che si snoda in una direzione diritta dalla nascita alla morte quindi, la festa del Nuovo Anno è parte del tempo. La visione del tempo degli antichi celti, al contrario, è ciclica. E secondo questa base la vigilia del nuovo anno rappresenta un punto all'esterno del tempo, dove il naturale ordine dell'universo si dissolve nel chaos primordiale, in preparazione per un ristabilimento di se stesso in un nuovo ordine. Quindi Samhain è la notte che esiste al di fuori del tempo e di conseguenza può essere usata per osservare un qualunque altro punto nella linea temporale. 
In nessun altra festività la lettura dei tarocchi, della sfera di cristallo o delle foglie di tea ha una così alta probabilità di successo.
La religione cristiana con la sua enfasi posta sul Cristo "storico" e sul suo atto di redenzione compiuto duemila anni prima, ha forzato in una visione lineare del tempo, dove vedere il futuro è un proposito illogico. Infatti, dalla prospettiva cristiana, ogni tentativo di farlo è visto come prettamente malvagio. In ogni modo questa caratteristica del leggere il futuro non rappresentò un impedimento per la chiesa medioevale di cooptare l'altro concetto di Samhain, la commemorazione dei morti. Per la chiesa comunque non poteva essere una festività per tutti i morti ma solo per quelli benedetti, tutti quelli santificati dall'obbedienza a dio.
Ci sono così tanti tipi di divinazione che sono tradizionali per "Hallowstide" (altro modo per indicare Halloween) che è possibile menzionarne solo alcuni. Alle ragazze veniva detto di sistemare una noce presso il davanti della grata del camino, ognuna in rappresentanza dei suoi spasimanti. Poi lei avrebbe potuto scoprire il suo futuro marito intonando "Se mi ami, batti un colpo e vola; se mi odi, brucia e muori". Molti metodi utilizzavano la mela, che era il frutto più popolare di Halloween. Uno di questi vuole che si tagli a fette una mela a metà (per mostrare la stella a cinque punte all'interno) e quindi mangiarla vicino a una candela accesa davanti ad uno specchio. Il tuo futuro sposo sarebbe quindi apparso sopra la tua spalla. Oppure si poteva pelare una mela facendo attenzione che la buccia cadesse in un solo pezzo recitando "Taglio questa mela in circolo ancora; la lettera del nome del mio amato compaia sul pavimento; Scaglio sopra la mia testa l'ininterrotta sbucciatura e leggo la lettera del mio innamorato per terra". O ancora si poteva mettere una chiocciola a strisciare nelle cenere del focolare e la piccola creaturina avrebbe rivelato la lettera con i suoi movimenti.

Infine, ecco una parte forse meno nota...

Per le streghe (witches) Halloween rappresenta uno dei 4 Sabbath Principali ovvero "Cross Quarter Day", cioè quei giorni che cadevano a metà tra il solstizio e l'equinozio. Essendo Samhain la più importante è anche definita come Grande Sabbath.
Ha una certa ironia che le recenti autoformatesi "coven" (congreghe) tendano ad utilizzare il vecchio nome, Samhain,che hanno riscoperto attraverso le richerche moderne. Mentre le coven di eredità di più vecchia e tradizionale usino quello moderno, Halloween, che è stato tramandato dalla tradizione orale tra le varie coven. 
Data la sua importanza unica le Streghe organizzano due distinte cerimonie: la prima corrisponde ad una grande festa con gli amici non affiliati al Craft, spesso durante il precedente weekend. La seconda, seguendo il rituale della Coven, nella notte di Samhain, in un orario in cui non esser disturbate da fastidiosi "trick or treaters". 

Good Samhain...





sabato 20 ottobre 2012

THE HALLOWEEN QUEEN



HALLOWEEN QUEEN

C'era molta emozione, soprattutto tra i ragazzi, per l'approssimarsi della notte di Halloween. Sui patii delle case erano state sistemate zucche intagliate nelle più svariate espressioni di Jack Lantern. I bambini cominciavano ad indossare i loro costumi per il consueto giro bussando alle case dei vicini per raccogliere dolcetti e regalini.
Nelle vie si potevano già vedere gruppetti di piccoli maghi, principesse dai vaporosi vestiti rosae poi fate, elfi e altre misteriose creature dai mantelli neri.
Non solo i bimbi si divertivano in quella strana notte ma anche i più grandi si stavano preparando per trascorrerla in modo divertente. I più fortunati, travestiti dai mostri classici della tradizione, si apprestavano a presentarsi a casa di Hannaleen Metcalf, considerata senza possibilità di smentita la ragazza più invidiata della città dato che suo padre era il più ricco nella zona ed era anche considerato un uomo del quale era meglio non mettere in discussione le opinioni, per la consueta festa all'insegna della paura.
Le festa di Halloween a casa di Hannaleen potevano essere considerate eventi esclusivi ed essere tra gli invitati significava contare qualcosa nella ristretta comunità.
Gli esclusi potevano ripiegare sulla festa organizzata nella palestra della scuola, cercando di immaginare come sarebbe stato essere ammessi nelle sale di casa Metcalf, decorata per l'occasione con scheletri e altre amenità paurose.
Nonostante Halloween fosse da anni spacciata per una festa all'insegna del terrore e della paura, in giro si vedeva solo gente che si divertiva. Perfino le abitazioni, illuminate e addobbate, sembravano partecipare all'allegria generale invitando chi si aggirava per le strade a suonare il campanello chiedendo dolciumi.
Nulla dell'antico sabbath Samhain era rimasto vivido in quella specie di farsa, forse solo una rivisitazione dela consuetudine di indossare mascheramenti per sfuggire alle anime decedute nei dodici mesi precedenti, che durante il percorso di Selene tornavano a passeggiare sulla terra in cerca di un nuovo corpo del quale prender possesso.
A non partecipare alla bolgia di divertimento generale solamente la casa all'angolo, all'inizio del sobborgo. L'unica luce, fioca, proveniva dalla cucina dando l'impressione che l'abitazione fosse vuota e desolata. La famiglia era riunita per la cena, in un silenzio imbarazzante come sempre: a capotavola era seduto un anziano e di fianco a lui, una di fronte all'altra, due donne di mezza età. Di fronte aveva preso posto una ragazzina di non più di diciassette anni, che dava l'idea di essere al mondo per errore. Sedeva silenziosa, portando meccanicamente il cibo alla bocca, senza guardare in faccia nessuno degli altri. I capelli tanto biondi da sembrare bianchi, scendevano a coprirle il viso. Teneva gli occhi bassi e il suo respiro era impercettibile, sembrava desiderare non essere in quel luogo in quel momento. 
Improvvisamente il vecchio batté la mano sul tavolo e urlò alla ragazza, «Tirati indietro quei capelli maledetta piccola bastarda. Non riesco a vederti gli occhi! E guardami quando ti parlo! Maledetta figlia di una madre nubile. Lo sai che voglio che a cena ci si presenti in un certo modo, non conciata come una donnaccia di strada, come tua madre».
Senza rispondere Lucina prese l'elastico e legò i capelli poi guardò il nonno, che tiranneggiava lei, sua madre e sua zia da che poteva ricordarselo insultando in particolare la loro scarsa virtù. Non aveva mai capito il perché, cioè almeno per quel che concerneva lei e sua zia. Sua madre viveva con la colpa di averla messa al mondo senza essere sposata o per lo meno vedova. Colpa peggiore anche il non aver mai voluto rivelare chi fosse suo padre e accettare un matrimonio riparatore. E di questo la ringraziava ogni giorno, sopportando senza fiatare insulti e cattiverie - che le avevano regalato un'esistenza solitaria e il disprezzo di tutti nel borgo dove si era trovata a vivere - ma il nonno cominciava ad esagerare. 
Alzò lo sguardo e lo fissò, per la prima volta ubbidiva a quell'ordine. Il vecchio ricominciò ad inveire contro di lei, sulla sua scarsa educazione, sulle sue pessime maniere mentre le due figlie cercavano, invano, di calmarlo. «Taci», urlò ad un certo punto Lucina alzandosi in piedi. La sedia finì per terra con un rumore di ferraglia. «Zitto e non permetterti più di offendere nessuna di noi tre. Non abbiamo mai fatto nulla di male né a te né a nessun altro. Smettila. Smettila. Smettila». 
Il vecchio restò interdetto per la reazione della nipote, che tiranneggiava al pari delle due figlie trattandola come se fosse una schiava e rivolgendosi a lei nello stesso modo in cui per anni aveva osservato suo padre agire nei confronti di sua madre e come lui stesso aveva fatto, per decenni, con sua moglie. Finché lei si era impiccata per la disperazione e lui si era sfogato sulle figlie e poi anche sulla nipote.
«Basta con queste idiozie che ripeti ogni sera, ogni giorno, sempre. Basta...». Lucina abbandonò la cucina, prese il cappotto e uscì, prima che sua madre potesse fermarla. Cominciava ad essere tardi e in giro si vedevano solamente gli ultimi ritardatari alle varie feste. Lanciò uno sguardo distratto alla gente in costume, chiedendosi che effetto facesse, mascherarsi, andare ad una festa con altre persone che non ti insultavano o minacciavano di picchiarti. 
Come i compleanni, Lucina non aveva mai festaggiato Halloween. In casa era permesso celebrare solo le feste comandate e in modo molto sobrio, quasi dimesso. Sbuffò. «Vecchio maledetto bisbetico noioso prevaricatore», mormorò mentre si lasciava alle spalle la sua casa buia. Mise le mani in tasca e tirò il cappuccio del cappotto nero cercando di mimetizzarsi.
Passeggiò lungo la via dove aveva sempre vissuto fin da quando sua madre era tornata a casa per offrirle un futuro migliore, poi non si era rivelata una buona idea ma non si era mai sentita di dirlo a sua madre e faceva sempre di tutto per essere brava in modo da non creare ulteriori preoccupazioni in casa.
Rifletté sulla possibilità di andarsene, lasciare scuola, sobborgo e famiglia cercando fortuna altrove. Lucina era così presa dai suoi pensieri da non rendersi conto di aver girato per il lato sinistro del parco.
La zona era diventata tristemente nota come ritrovo di tossici e spacciatori, prostitute e altra umanità allontanata dalle brave persone della comunità. In molti mormoravano che lei stessa sarebbe finita in mezzo a quella gente, prima o dopo. Forse a drogarsi, forse a vendersi, forse a vendere droga ai loro bravi e puliti rampolli.
In quella particolare sera nessuno aveva trovato rifugio nei cespugli per un po' di amore clandestino o per lo scambio di soldi per una dose di paradiso artificiale. 
Mentre attraversava il sentiero in terra battuta Lucina pensava a come sarebbe stato bello avere amici, persone con cui confidarsi. Si immaginò quanto sarebbe stato divertente organizzare uscite e pomeriggi insieme, invece che stare sempre da sola, cercando di non essere vista, sperando di diventare invisibile.
Si fermò e alzò gli occhi al cielo, riuscendo ad intravedere la volta tra i rami degli alberi, pensando a quanto era bello il cielo.
Non si avvide, quindi, delle vivide fiammelle che da qualche metro si erano messe a seguirla silenziosamente. Se fosse stata un po' più attenta le avrebbe notate e sarebbe scappata. Quando si ritrovò circondata non riuscì nemmeno ad urlare e poté solo mormorare «Chi-chi siete?», mentre quelle si trasformavano in fluttuanti creature nere e si avventavano su di lei. Se anche ci fu una risposta, Lucina non riuscì ad udirla. Una di esse l'avvolse nel suo sudario nero pece. Nebbia bianca di levò dal manto e penetrò nella pelle della ragazza, che cadde riversa a terra, gli occhi sbarrati e le labbra spalancate in un grido muto. 
Non trascorse nemmeno mezz'ora che la ragazza cominciò ad ansimare, tossire e tenersi la pancia con le braccia. Lentamente riprese il controllo e si mise seduta, tirandosi indietro il cappuccio del cappotto e tirando un lungo respiro. «Finalmente! Finalmente! Il mio tormento è giunto al termine. Finalmente!». Rise sonoramente, la voce era diversa, tanto cristallina da risultare quasi tagliente. 
Sospirò di nuovo mentre si osservava le mani pallide e si tastava il volto, con espressione estatica. .
Si alzò in piedi spolverandosi il cappotto e i pantaloni, considerandolo uno abbigliamento ben strano per una fanciulla. «Bene, bene...Harmonia Breendley è tornata...e ora i responsabili potranno avere la loro punizione...Non avrei mai creduto di riuscire nel mio intento», sorrise al cielo di nuovo e tornò indietro ritrovandosi sulla via principale in pochi minuti. La sua testa vorticava di immagini e pensieri della povera ragazza di cui aveva preso il corpo, i ricordi di lei si sommavano ai suoi...Harmonia, una delle tante streghe che erano state condannate nei tempi bui dell'età moderna, decise che oltre che dei discendenti di chi l'aveva mandata a morire si sarebbe presa vendetta di chi si era divertito alle spalle dell'ex proprietaria del suo nuovo corpo. Meritavano tutti una lezione.
Si guardò intorno, come era cambiato quel posto dall'ultima volta che ci era stata. Sorrise mentre si accodava ai numerosi ragazzi e ragazze che, con indosso abiti delle più strane fogge, si stavano recando alla festa di Hannaleen. All'improvviso uno, da dietro, le diede uno spintone, facendola barcollare. «Ma chi abbiamo qui? Quella piccola bastarda di Lucina...dove credi di andare pantegana? Forse vuoi intrufolarti alla festa di Hannaleen come le persone che valgono, escrescenza schifosa? Ahahahah!! Vattene, prima che ti dia la lezione che ti meriti», disse una voce maschile con un'intonazione cattiva.
Con una piroetta la ragazza dai capelli così biondi da sembrare bianchi si voltò e lo guardò con espressione malvagia. «COme vi siete rivolto a me, screanzato mortale?», si mise le mani sui fianchi e gli occhi ben fissi in quelli del ragazzo, vestito da soldato e accompagnato da altri tre, con indosso altrettante divise mimetiche. «Che cosa? Allora hanno ragione quando dicono che sei stupida, oltre che cessa. Tornatene nella tua fogna, piccola schifosa lurida. Questo non è posto per te», le rispose facendole per dare un altro spintone, ma lei si scostò e quello ruzzolò a terra. «Aahahhaah!!! Idiota di un uomo! Mai mancare di rispetto ad una dama, soprattutto se quella dama sono io» e se ne andò senza voltarsi indietro. Gli amici del ragazzo, che aveva apostrofato in quel modo Lucina, si misero a ridere sguaiatamente. Eddie Frey si tirò in piedi e disse «Avanti! Muoviamoci, dobbiamo prendere quella schifosa prima che arrivi da Hannaleen...deve imparare a stare insieme alla feccia, cui appartiene. Questa sera non avrà scampo.»• Il gruppetto si lanciò all'inseguimento dirigendosi alla villa di Hannaleen.
Intanto Lucina proseguiva seguendo le persone mascherate, senza parlare con nessuno ed evitando il contatto fisico. A metà strada si fermò davanti ad una vetrina debolmente illuminata e si osservò. Non era niente male davvero, certo con qualche aggiustatina, pensò e sorrise. Si lisciò la chioma e sorrise di nuovo: aveva bisogno decisamente di un cambio di abbigliamento e anche di un po' di belletto. Si guardò intorno poi notò che all'interno c'era una persona e le fece dei segni, mimando la richiesta di entrare finché una donna anziana le aprì e Lucina si infilò dentro. 
«Grazie signora...ho bisogno del suo aiuto...ho bisogno di un vestito...scarpe...belletto...un mantello», disse mentre passava tra gli appendiabiti, osservando e accarezzando i vestiti. «Ha qualcosa di aderente in velluto? Nero, sarebbe perfetto», fissò la vecchia e mosse le labbra pronunciando qualche parola in una strana lingua. Quella si mosse, come se fosse stata comandata da una forza esterna, e in pochi minuti recuperò ciò che la ragazza aveva richiesto. Nel mentre lei aveva tirato le tende e si era spogliata, restando solo con la biancheria intima. Si osservò allo specchio, sempre più soddisfatta della sua scelta. Si provò un paio di abiti portatele dalla vecchia, senza esserne soddisfatta poi lo vide: lucente velluto nero, con lunghe maniche e un delizioso corsetto stringivita. Lo indossò. «Perfetto!», sospirò...da un mobiletto prese un paio di stivaletti in morbida nappa, le calze che aveva indosso erano un po' spesse ma avrebbe dovuto accontentarsi, per quella sera. «Bellissimi», disse procedendo ad infilarli. Trovò poi alcuni trucchi da teatro su un si truccò, scovando nel retrobottega un grosso specchio, pur mostrando qualche perplessità su ombretti, rossetti e altri oggetti che definì "diavolerie". «Molto meglio, il mio oscuro signore sarebbe così fiero di me», disse Harmonia sbattendo le ciglia intensificate con mascara, socchiudendo gli occhi resi ancor più profondi da ombretto nero e mandando un bacio alla sua immagine riflessa nello specchio con le labbra dipinte del colore del sangue.
«E ora vediamo di divertirci un po'», commentò tra sé e sé uscendo dal negozio, dopo essersi portata via anche una pochette nera e un cappotto di velluto, scovato in mezzo ai saldi.
Non appena si ritrovò in strada notò un gruppo di ragazzi vestiti come i marinai delle navi che spesso attraccavano nel vicino porto della cittadina dove era nata. «Guardate...è Lucina!», disse uno di loro indicandola. «Ma come si è vestita?», gli fece eco un altro ridacchiando ma fermandosi ad osservarla. Lucina gli sorrise e gli mandò un bacio, avvicinandosi.
«Buonasera esimi gentiluomini - esordì, tutti si accorsero che la sua voce era differente da come se la ricordavano - forse potreste indicarmi la via per raggiungere la casa di questa Hannaleen. Ho sentito che è in corso un ricevimento e ho decisamente voglia di un po' divertimento vecchio stile. Non mi faccio una bella risata da più di quattrocento anni e questa è la serata ideale per divertirsi».
Quelli si misero a ridere, «Se Hannaleen ti vede alla sua festa di Halloween penso che potrebbe arrivare ad ucciderti - disse quello con il cappello dalla piuma nera assumendo un'espressione seria-. Lo sai che non ti può sopportare». Harmonia, che a tutti appariva come Lucina, che non aveva mai avuto vita facile per via dell'essere la figlia di una madre nubile, per non esser mai stata alla moda, per avere gusti che non erano condivisi. Tutte cose che per la rinata strega invece rendevano la ragazza speciale. 
Harmonia rise, «Ci deve solo provare, quella sciocca. Questa notte è il mio momento di rivalsa su questo mondo e ho intenzione di godermela fino in fondo. E potete chiamarmi Harmonia, gentile messere...e troverei delizioso se foste così gentile da accompagnarmi, non son sicura della strada. Inoltre non vorrete lasciarmi da sola a fronteggiare quei violenti con indosso tute a chiazze». Il ragazzo guardò gli altri, quella nuova personalità di Lucina non gli dispiaceva affatto, inoltre non aveva mai sopportato Eddie ed i suoi amici. «Va bene, ti accompagneremo e Eddie non ti farà alcun danno...su Hannaleen non posso giurarci. Ti odia per davvero». Si incamminarono, la loro meta era a meno di dieci di minuti.
Intanto Eddie e gli altri erano arrivati a casa di Hannaleen e le avevano detto che Lucina aveva tutta l'intenzione di presentarsi. La reginetta della scuola ebbe un moto di rabbia e, raccogliendo le gonne del suo costume da dama, si fece largo tra gli invitati fino a raggiungere l'ingresso. «Quella schifosa dovrà vedersela con me. Partecipare alla mia prestigiosa festa, ma chi si crede di essere? Mischiarsi con noi».
Hannaleen accolse alcuni invitati ritardatari poi si mise di fronte alla porta, dietro di lei si sistemarono Eddie e gli altri, in attesa che Lucina si mostrasse.
Non trascorsero più di cinque minuti che Harmonia, insieme ai suoi nuovi amici, fece la sua apparizione. Hannaleen restò a fissarla, non solo osava presentarsi a casa sua ma aveva anche l'ardire di farlo insieme a Kayran. «Eccoci arrivati. Resta vicino a noi», le disse Kayran indicandole Hannaleen e gli altri.
Senza dargli retta Harmonia si staccò dal gruppetto e con un gesto della mano fece aprire il cancello, soddisfatta nel scoprire che la sua magia aveva conservato tutto il suo incredibile potere. Lesse la targa e quasi sobbalzò, incredula di fronte a tanta fortuna: quella con cui avrebbe dovuto confrontarsi era niente meno che la discendente del giudice Metcalf, che l'aveva mandata alla forca con l'accusa di essere una seguace delle forze oscure, dell'antica religione...Harmonia non riuscì a trattenere una risata di trionfo.
Avanzò sicura di sé, sentendosi gli occhi non solo di Kayran ma anche di Hannaleen, di Eddie e di molti sconosciuti.
«Non hai veramente ritegno», urlò Hannaleen man mano che la ragazza che aveva l'aspetto di Lucina si avvicinava, un sorriso di scherno dipinto sul volto truccato. «Non credere che ti lascerò insozzare la mia bella casa con la tua schifosa presenza, lurida figlia di una donnaccia...sei esattamente come tua madre. tutta la tua schifosa famiglia...».
Harmonia arrivò davanti a lei, superandola di un buon cinque centimetri. Allungò una mano e senza nemmeno toccarla la fece finire addosso a Eddie e agli altri. «Zitta, non sai nemmeno di cosa stai parlando, povera sciocca. Non hai idea di chi io sia».
Harmonia si volse, i capelli mossi da un vento impercettibile, lo sguardo acceso di fiamma e la pelle splendente. «Io sono la Regina di questa notte, io sono la Gran Sacerdotessa di Samhain...o come lo chiami tu e i tuoi seguaci Halloween...Io sono colei che regna incontrastata in questa notte!». Rise la strega ragazzina alzando le mani al cielo e facendone sprigionare lampi azzurrini, ridendo allo scatenarsi della tempesta. Si rivolse di nuovo a Hannaleen, avvicinando il viso a quello paonazzo della ragazza. «Parli insultando chi non vi ha fatto nulla, odiate qualcuno solo perché diverso da voi. Sei identica al tuo antenato, quello stolto superficiale del giudice Harvey Metcalf ma ora sono tornata e avrai la lezione che meriti».
Harmonia fece un paio di passi indietro e allungò la mano destra verso Hannaleen, lentamente quella fu sollevata in aria. Qualcuno urlò, i più non riuscivano a spiccicar parola per lo stupore.
Harmonia fece vorticare per alcuni minuti la povera Hannaleen, mentre la pettinatura si disfaceva, il trucco colava e il vestito veniva trasformato in un mucchio di stracci. Poi la rimise in terra. «Eccoti servita, questo è l'abbigliamento che ti si addice...sporco quanto lo è la tua anima». Hannaleen scoppiò in lacrime. «Tu, tu...Lucina l'ho sempre detto che tu sei cattiva, malata...feccia. Meriti di essere odiata. Invidiosa lurida schifosa».
A quelle parole si alzò un forte vento e Harmonia concentrò la sua rabbia, repressa da quattrocento anni contro la ragazza. Nuovamente Harmonia pronunciò parole incomprensibili e Hannaleen si ritrovò scaraventata nuovamente addosso ad Eddie. Quello, imitato da altri, si ritrasse schifato. Hannaleen ora indossava abiti del tutto simili a quelli che Harmonia conosceva da i ricordi di Lucina e aveva lo stesso aspetto trasandato e non alla moda. «Ora tu sei esattamente identica a chi tanto hai in odio. Ti avevo detto che con me non si deve scherzare. Non provo pietà e tanto meno simpatia per le persone grette, egoiste e superficiali. Stai zitta se non vuoi che ti faccia spuntare anche due orecchie a sventola o ti faccia cadere i capelli...hahahah».
Eddie, che solo per il fatto di essere il cugino di Hannaleen si sentiva in obbligo di fare qualcosa, si lanciò verso Harmonia ma fu intercettato da Kayran, che lo spedì a terra con un pugno
Harmonia la superò ed entrò, venendo accolta da uno scroscio di applausi e qualcuno le si avvicinò congratulandosi con lei per i suoi "trucchetti".
Kayran la raggiunse. «Complimenti. Hai veramente messo a posto Hannaleen. Veramente sei la Regina di Halloween». Tutti i presenti ripeterono quel titolo come una cantilena
Harmonia si godette il momento fino a che intravide il chiarore dalla finestra. «Devo andare» disse correndo via, pur a malincuore ma il suo signore oscuro era stato chiaro: aveva solo quella notte per mettere a posto il suo conto in sospeso con i Metcalf. La sua missione era compiuta.
Era senza fiato quando si ritrovò nella radura dove si era impossessata del corpo di Lucina, sorrise quando i fuochi fatui apparvero trasformandosi negli spiriti passati. Fu avvolta dai lunghi sudari neri e si sentì tornare eterea, abbandonare il corpo per tornare nell'oscurità. Poi fu solo buio e silenzio.
Era mattina inoltrata, il sole tiepido riscaldava appena l'aria quando Lucina si ridestò, di fronte a lei stava Kayran. «Tutto bene?», le disse porgendole la mano. Lei l'afferrò guardandolo confusa. «Ti ho cercato tutta mattina, da quando all'alba sei scappata. Non si parla d'altro che della lezione che hai dato ad Hannaleen durante la sua festa».
«Lezione? Che lezione?», soffiò Lucina senza capire. Si guardò chiedendosi perché mai indossasse quel vestito, quelle scarpe preoccupata di dove potessero essere i suoi soliti abiti e di cosa avrebbe detto il nonno quando sarebbe tornata a casa dopo la scenata che gli aveva fatto. Mentre faceva quel pensiero gliene spuntò un altro, in fondo non aveva fatto niente di così terribile, niente di così irreparabile. Sorrise senza accorgersene, sentendosi bene, sentendo la vita fluire in lei.
«Prima di te nessuno aveva mai avuto il coraggio di affrontare Hannaleen. Ti sei comportata da autentica Regina di Halloween, Lucina».
«Samhain, Regina di Samhain...e chiamami Harmonia», rispose di getto sorridendo, «Io sono Harmonia».
Lo prese sottobraccio e si fece condurre fuori dal bosco e lanciò un ultimo sguardo prima di buttarsi nella sua nuova vita.



venerdì 19 ottobre 2012

HALLOWEEN


Halloween
La notte distende un velo di stelle,
dalle tombe e dalle cappelle
escono i defunti del passato anno
nei brandelli dei sudari si aggirano
e dei vivi ancora il tocco cercano
Halloween
Antica tradizione, sacralità riverita
e nei secoli mai dimenticata 
tanto meno abbandonata
dal consumismo moderno in una festa da bambini
sei stata trasformata
Halloween
Zucche intagliate, lanterne brillanti, 
feste mascherate e risa contagianti
accompagnano il trascorrer delle ore
dal tramonto all'alba, fino al sorgere del nuovo sole


venerdì 28 settembre 2012

L'INCANTO DI NINA

Nina. Non si poteva dire che Nina, una bimbetta di nove anni, fosse una bellezza. Era un'anonima ragazzina magrolina e dai lineamenti troppo marcati. Gli occhi neri erano infossati nel visetto dalla pelle sempre arrossata dal freddo o da qualche attacco di febbre, e i capelli le cascavano in viso nonostante li legasse continuamente. Da piccola era caduta malamente e quando camminava tendeva a zoppicare appena appena dalla gamba destra. Nina non era nemmeno una bimba sana: per più della metá dell'anno era sempre malata, in modo più o meno grave. Il resto del tempo lo trascorreva alla scuola di danza di Madamoiselle Adelle, esercitandosi con caparbietá e costanza. Vi era stata iscritta da sua madre per cercare di risolvere la zoppia e ben presto per Nina il ballo era diventato il fulcro di ogni suo interesse. Solo danzando la piccola Nina si sentiva in pace con il mondo e dimenticava le prese in giro degli altri bambini e la pietá che percepiva dagli sguardi di certi adulti.

Sua madre, Santine, era una delle lavoranti del grande maestro gioielliere Fabergé. Dal suo paesino in Francia, dove aveva imparato a incastonare le pietre preziose più belle e rare, era stata portata a San Pietroburgo a lavorare per l'ideatore delle meravigliose uova, che tanto piacevano ai reali e ai ricchi del paese e non solo. Nel gelo dell'inverno russo era nata Nina e spesso, negli anni seguenti, la bimba aveva trascorso parecchi pomeriggi, di ritorno dalla scuola di balletto, nella fabbrica in attesa che sua madre terminasse il lungo turno di lavoro.
Quando era sicura che il Maestro non fosse nei paraggi si metteva a danzare, volteggiando armoniosamente tra i tavoli, leggiadra ed eterea come una creatura di fantasia. Al termine faceva la riverenza e riceveva gli applausi delle altre lavoranti.
Era quello che sua madre definiva "L'incanto di Nina", quando volteggiava sulle punte la bimba si trasfigurava, diveniva bellissima con i riccioli sciolti, che in onde sinuose seguivano i movimenti del corpo, le gambe che piroettavano dritte e senza difetti, gli occhi socchiusi assumevano un'espressione estatica. Tutto in lei sprigionava gioia e serenitá, contagiando chi la guardava.
Per le operaie di Fabergé gli intermezzi regalati da Nina sollevavano per pochi minuti lo spirito e speravano per la figlia di Santine un futuro da grande ballerina. Se lo merita, povera creatura coraggiosa, si dicevano pensando alla sua situazione di salute.

Nel 1916, all'inizio di marzo, lo Tsar Nikolaj II mandó a chiamare l'orafo. Gli chiese di creare una delle sue spettacolari uova per la minore delle sue figliole, la Granduchessa Anastasia Nikolaievna Romanova, come dono per la pasqua. Il sovrano di tutte le Russie spiegó che doveva essere qualcosa di mai visto prima. Fabergé, pensieroso, riattraversó San Pietroburgo cercando un'idea che potesse essere originale abbastanza da soddisfare non solo la giovanissima principessa ma soprattutto lo Tsar. A grandi linee sapeva come doveva procedere: un carillon azionato al momento dell'apertura avrebbe diffuso dolci note...e poi ci voleva qualcosa di strabiliante.
Tornó in fabbrica agitato e invece di andare a chiudersi nel suo ufficio decise di passare a vedere come procedeva il lavoro: gli ordini erano molti e la richiesta dello Tsar avrebbe rallentato l'opera. L'uovo per Anastasia aveva la precedenza. Entró nel settore dove lavorava Santine nel bel mezzo di una piroetta di Nina e si fermó abbagliato ad ammirare la grazia della ballerina. Mai gli sembrava di aver veduto bambina più graziosa di quella...e l'idea gli balenó in testa come un fulmine: all'interno del prezioso carillon avrebbe inserito, su un piccolo proscenio di velluto, una riproduzione danzante di Nina. Avrebbe di sicuro appagato la richiesta del monarca. "L'incanto di Nina", si sarebbe chiamato, decise dopo aver ascoltato il racconto di Santine sulla figlia.

Senza porre indugio Fabergé formó una squadra di artigiani per realizzare l'opera: l'esterno sarebbe stato di un intenso viola, lucido, con file di diamanti a decorarne la cinconferenza. In cima avrebbe avuto uno stemma con il monogramma di Anastasia. La chiusura sarebbe stata in oro, con bottoncini di rubino. L'interno, foderato di velluto viola, avrebbe riprodotto l'interno di un teatro e la figuretta di Nina la ballerina si sarebbe esibita al suono di un allegro motivetto tradizionale russo.

Santine era orgogliosa per sua figlia e mentre le voci dell'imminente rivoluzione cominciavano a spargersi anche a San Pietroburgo lei era sempre felice e sorridente. Nina non capiva e proseguiva tra la scuola, il balletto, le ore ad aspettare sua madre in fabbrica e quelle cominciavano ad essere le più divertenti perchè ora aveva il permesso di danzare sempre.
Un abile operaio riprodusse, per un'altezza di circa 12 centimetri, fedelmente l'espressione di pura felicitá di Nina e le movenze del suo delicato corpicino, che adornó con un tutù in miniatura di vaporoso tulle rosa pallido. Tutti erano sicuri che quell'uovo avrebbe avuto un successone.

Giunse l'inizio di marzo del 1917. Scoppió la rivoluzione e il mondo che tutti conoscevano implose, liberando violenza e crudeltá, nel nome del popolo.
Nella fabbrica di Fabergé gli operai stavano completando quello che ormai consideravano il loro capolavoro: le ultime pennellate di smalto, ritocchi alle pietre preziose, il cesello incastonó la firma dell'orafo e anche il piedistallo, su cui la piccola scultura ovoidale fu deposta, venne terminato. Lucidato e impacchettato l'uovo per quella pasqua era pronto per essere consegnato.

Una gelida mattina dell'inizio di marzo del 1917 Fabergé si apprestó a raggiungere il palazzo imperiale per consegnare il dono quando giunse la notizia che lo Tsar aveva abdicato e ufficialmente la monarchia non esisteva più. La famiglia imperiale era imprigionata nel palazzo di Alessandro. La rivoluzione era cominciata, le voci che circolavano erano divenute realtà.
L'orafo comprese che era l'inizio della fine. Scrisse un biglietto e lo affidó alla piccola Nina, dicendole di andare più in fretta che poteva al palazzo e consegnarlo a qualcuno che lo facesse giungere alle mani dell'imperatore Nikolaj. La bimba si involó, ma non giunse mai a destinazione: lungo la via un gruppo di rivoluzionari, alterati dalla vodka, la intravidero sfrecciare e la chiamarono intimandole di fermarsi. Nina non lo fece e quelli spararono per spaventarla, ma un colpo la raggiunse ugualmente e lei cadde neve, esalando un ultimo gelido sospiro.
Santine non sopravvisse alla morte ingiusta di sua figlia, si uccise il giorno del funerale e fu seppellita insieme alla figlia.

Ad ottobre una nuova rivoluzione si accese in ció che restava dell'impero degli tsars e anche Fabergé non fu risparmiato. A dicembre alcuni bolscevichi irruppero nella fabbrica, blocccandolo, e comunicandogli che da quel momento la sua fabbrica sarebbe stata diretta da una commissione di lavoratori.
Tentarono di prendere il pacco, conservato in una vetrinetta, ma alcuni operai si frapposero dicendo che quello era un lavoro personale di Fabergé e come tale non andava toccato. Gli uomini di Lenin se ne andarono berciando ed inneggiando alla rivoluzione e alla nascita di uno stato di equitá per tutti i lavoratori.
L'anno seguente la fabbrica fu nazionalizzata e in estate i Romanov giustiziati. "L'incanto di Nina" era sempre chiuso nel pacco, nessuno l'aveva mai più visto. Fabergé lo prese e lo portó con sé, nel difficile e periglioso viaggio lontano dalla Russia rifugiandosi in Germania e poi passando in Svizzera, nel 1920, insieme al figlio maggiore Eugène. In quei due anni la sua unica compagnia fu proprio quello splendido uovo viola, all'interno del quale si perdeva a fissare per ore la riproduzione di una bambina dai capelli neri che piroettava sulle punte delle sue scarpette da ballo.
Fu col capo reclinato davanti al meraviglioso oggetto che lo trovarono il 24 september 1920.
Nel 1929 Eugène Fabergé riuní le ceneri del padre ponendole all'interno della tomba di sua madre a Cannes. A far compagnia ai due sposi lasció un carillon silenzioso e la ballerina ormai immobile. Anche lei per sempre.